SCIENZA E RICERCA

Il vaccino fai da te

Da alcune settimane con notevole sistematicità le due principali riviste scientifiche al mondo, l’inglese Nature e l’americana Science, dedicano i loro editoriali al tema del vaccino anti COVID-19. E, nel suo piccolo, altrettanto fa Il Bo Live. Il motivo è semplice: la ricerca del vaccino sta rischiando di mandare a carte quarantotto la ricerca scientifica, almeno in campo medico

Di due cause di questa degenerazione abbiamo già parlato: la mancanza di solidarietà che sta portando i paesi più ricchi ad accaparrarsi in anticipo un vaccino che non c’è (ne parla anche l’ultimo numero di Nature) e il nazionalismo che porta a competere invece che a collaborare alcuni stati (è stato biasimato, tra gli altri, da Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore dell’Organizzazione Mondiale di Sanità).

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La pericolosa corsa verso il vaccino

Ma c’è un altro pericolo non meno grave. Lo mette in risalto la rivista Science che riporta una notizia proposta un mese fa dal MIT Technology Review, il giornale del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Si tratta del “do-it-yourself” (DIY) vaccine, del vaccino fai da te. In pratica una ventina di persone sotto la guida del biologo Preston Estep hanno formato un gruppo, il Rapid Deployment Vaccine Collaborative (RaDVaC). I membri del gruppo dicono di sé di essere dei “citizen scientists”, dei semplici cittadini che vogliono dare una mano alla scienza. Ma molti di loro sono dei veri scienziati.

Il loro scopo qual è? Arrivare a un vaccino che superi tutte le fasi – ma proprio tutte – la fasi previste dalla scienza farmacologica per poter essere subito somministrato a chi ne ha voglia. Parlano già di una sostanza da somministrare con uno spray …

Ma non è il dettaglio tecnico che conta. È la metodologia che propongono il più grande pericolo. A questo loro (presunto) vaccino il gruppo RaDVaC non intende far passare alcuna fase di sperimentazione per assicurarsi che sia sano ed efficace. Nel la fase I, salvo veloci verifiche di non immediata tossicità, né la fase II (sperimentazione su pochi volontari) né, soprattutto, la fase III, la sperimentazione su alcune migliaia di volontari: la più lunga e complessa e costosa delle fasi.

La loro idea è (pericolosamente) semplice: ognuno ha diritto a curarsi come crede e a correre i rischi che crede. Dunque la nostra iniziativa è legittima: infatti il nostro (presunto) vaccino verrà somministrato solo a chi lo richiede esplicitamente.

Forse l’iniziativa di Preston Estep e del suo gruppo di citizen scientists non rappresenta una minaccia globale. Forse la Food & Drug Administration degli Stati Uniti non approverà mai un vaccino prodotto in questo modo. Forse non è e non vuole essere neppure un cavallo di Troia per quel movimento che ha molto ascolto tra le aziende farmaceutiche che chiede di sciogliere i lacci e i lacciuoli che, a loro dire, impediscono l’innovazione nel settore dei farmaci. Ma è un fatto che l’idea di fare a meno della fase III – la lunga e complessa e costosa sperimentazione su migliaia di volontari adulti e sani – è stata fatta propria da Vladimir Putin. Il presidente russo ha infatti annunciato che il suo paese sta già producendo prima uno poi due vaccini che non sono stati sottoposti alla fase III. In Cina, per quanto se ne sa, sta avvenendo qualcosa di analogo: una fase III molto più rapida e ristretta. Negli Stati Uniti Donald Trump chiede che il vaccino “americano” sia somministrato prima delle elezioni del 3 novembre, senza evidentemente una fase III.

Tutto questo clima e tutte queste azioni non sono solo pericolose in sé: vaccini di questo genere non danno alcuna garanzia di efficacia e sicurezza. Ma sono un attacco al metodo scientifico applicato alla medicina e alla farmacologia. L’idea che ognuno, in nome della libertà di cura, possa realizzare terapie e farmaci DIY, fai da te. Scaricando ogni rischio e ogni responsabilità sul cittadino suddito in alcuni casi (paesi autoritari) o cliente in altri (nei paesi non autoritari con libero mercato). 

Si ritornerebbe così, rapidissimamente, ai tempi dei ciarlatani, un termine che alcuni fanno risalire a un piccolo e simpatico borgo umbro, Cerreto di Spoleto, che, secondo una definizione dell’Accademia della Crusca risalente al 1612 (quando l’Accademia aveva tra i suoi membri anche Galileo Galilei), secondo cui: «Coloro che per le piazze spacciano unguenti, o altre medicine, cavano i denti o fanno giochi di mano che oggi più comunemente dicesi Ciarlatani».

Ovviamente quella dei ciarlatani era una farmacopea fai da te senza sperimentazione alcuna. E chi si lasciava abbindolare dalla favella del ciarlatano lo faceva a suo rischio e pericolo.

Poi è venuta la medicina moderna. Non la vorremmo perdere.

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