SOCIETÀ

Vaia, il ciclone che ha cambiato per sempre il volto dei nostri boschi

Con quasi dodici milioni di ettari, i boschi coprono il 39% della superficie del territorio nazionale, portando l’Italia tra i Paesi europei con la maggiore percentuale di superficie boscata rispetto al totale. Una realtà di cui molti sono venuti a conoscenza poche settimane fa, solo dopo aver capito la gravità dei danni che il ciclone Vaia è riuscito a portare alle nostre foreste nel Nord-est del Paese.

 

Sono circa 14 milioni tra faggi, abeti bianchi e rossi, gli alberi caduti o spezzati dalla furia del vento nei boschi del Trentino, dell’Alto Adige, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia a causa della violenta ondata di maltempo che ha colpito il nord Italia nei giorni a cavallo tra ottobre e novembre, una quantità di legname pari al 24% in più alta del totale dei prelievi annui nazionali registrati dall’Istat. Trecentomila solo sull’Altopiano di Asiago. Un disastro da cui si stima che questi territori saranno in grado di riprendersi almeno in un secolo. Lo stesso tempo che è servito per ‘ricostruire’ il patrimonio boschivo dell’Altopiano di Asiago, irrimediabilmente devastato da oltre tre anni di guerra, la Prima Guerra mondiale. Racconta la storia di questo straordinario patrimonio forestale e della sua rinascita il libro: La Grande Foresta – Storia dei boschi dell’Altopiano di Asiago, edito da Rigoni Asiago e scritto da Daniele Zovi, forestale ed esperto di territorio montano e Giustino Mezzalira dell’Agenzia Veneto Agricoltura. “Nelle foto antiche dell’altopiano – scrive Andrea Rigoni, amministratore delegato dell’omonima azienda – il bosco era dappertutto (…). Le case, i pavimenti, le travi dei tetti, le finestre, gli attrezzi da lavoro e da cucina, i mobili, gli imballi, i mezzi di trasporto, quasi ogni cosa era di legno”.Anche per questo la Grande Guerra fu una tragedia nella tragedia. Quarantuno mesi di conflitto, dal maggio 1915 al novembre 1918, hanno lasciato in questi territori centinaia di migliaia di morti, paesi distrutti, intere popolazioni senza più una casa e la devastazione dei boschi e dell’economia che attorno a questi ruotava. In questa area, la guerra ha distrutto il 35% dei boschi, ne ha fortemente danneggiato il 49% risparmiandone solo il 15. La ricostruzione del patrimonio forestale inizia sull’Altopiano poco dopo, nel 1921 quando in località Mosca, su una superficie di un ettaro e mezzo, viene realizzato un vivaio in cui vengono piantati i semi di piante provenienti per lo più dal Trentino, soprattutto dalla Val di Fiemme. La piantumazione porta alla produzione di quasi un milione di piante l’anno e nel 1933 si può ritenere ricostituita l’intera superficie forestale esistente prima della guerra con circa dieci milioni di nuovi alberi messi a dimora. ‘Uno sforzo forestale unico nella storia d’Italia, forse d’Europa – spiega Zovi’ che negli ultimi decenni ha dato risultati sia in termini economici sia in termini di naturalità e di biodiversità.

"Un pratica, quella del rimboschimento artificiale, che nel post-emergenza dovremo rilanciare anche ora - ha concluso Pettenella - anche se il vero problema di fondo sarà quello legato a come adattare i sistemi di gestione dei nostri boschi per aumentarne la resilienza. Se da una parte dobbiamo riconoscere che con venti di 150 km/ora o con lunghi periodi di siccità e temperature elevate (incendi nell’estate 2017) è praticamente impossibile evitare danni ai boschi, dobbiamo allo stesso tempo evidenziare che il sostanziale venir meno della pianificazione forestale, la riduzione dei tagli colturali e in non pochi casi l’abbandono dei boschi alpini, hanno reso questi ultimi più vulnerabili".

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