CULTURA

Il confino di Gramsci a Ustica: quarantaquattro giorni straordinari

Fino al 30 giugno 2022 resta aperta presso la Casa Museo Gramsci di Ghilarza la mostra sul confino politico a Ustica fra il 1926 e il 1927 (non solo di Antonio Gramsci). Curata dal Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica, fu esposta per la prima volta circa sei anni fa e prende il nome (“Immotus nec iners”, fermo ma non inerte) da un motto latino di Orazio a corredo di una meridiana sulla parete di una terrazza usticese, tracciati da un confinato, forse Amadeo Bordiga (frase usata anche da D’Annunzio qualche anno prima in polemica con il duce). Un ottimo catalogo è stato subito pubblicato ed è disponibile. Giunta quest’anno in Sardegna dal 25 aprile, la mostra è stata già ospitata in varie grandi città: nel 2016 a Torino, nel 2019 a Bruxelles, Roma, Palermo, nel 2020 a Siena, nella stessa Ustica nel 2016 e nel 2018; altre destinazioni sono in via definizione. Se capitate in regione, da qualche parte sulla grande isola sarda, vale la pena dedicarle una mezza giornata, Ghilarza è sulla rotta Cagliari-Sassari (quasi a metà strada), la mostra è molto interessante e documentata, inaugurata all’interno della settimana gramsciana da uno dei curatori, Vito Ailara.

La piccola isola siciliana di Ustica fu subito utilizzata dal regime fascista per i propri prigionieri politici: tra l’autunno 1926 e l’autunno 1927 vi arrivarono centinaia di confinati, i relativi carcerieri, qualche familiare, sostituendo via via l’enorme quota della preesistente popolazione carceraria di Ustica (da decenni il rapporto di più di un “coatto” ogni due residenti civili), da oltre 500 criminali “comuni” a quasi 500 detenuti politici. La mostra e il catalogo non riguardano, dunque, solo Gramsci che vi rimase appena 44 giorni, ma raccontano la vicenda complessiva di un biennio di quel peculiare ecosistema detentivo insulare, inserendolo correttamente nel complessivo contesto geografico e storico. Ustica è, sommariamente, un’isola mediterranea abbastanza piccola e formosa, appartata e vulcanica, l’area emersa di un vasto apparato eruttivo sottomarino formatosi un milione di anni fa ed elevatasi duemila metri dal fondo del Basso Tirreno, a nord-ovest dalla terraferma siciliana di riferimento, a sud-est rispetto alla più lontana Sardegna.

Ustica: soli 824 ettari di superficie, alta al più 240 metri (con un’area del cratere ancora ben visibile); circa 67 km a nord-ovest di Palermo, niente arcipelago attorno; quasi elissoidale, dodici chilometri di coste con varie grotte, insenature e impervie spiagge rocciose, vegetazione aspra; torri di guardia coi Borbone, già luogo di confino per coatti e prigionieri politici dal Settecento fino al 1961 (prima coi Borbone e sotto casa Savoia); già carcere per detenuti vari, in particolare la Torre Santa Maria dall’Unità d’Italia fino all’ultimo dopoguerra per quelli comuni e in transito, la detenzione nel “Fosso” destinata esclusivamente ai confinati che infrangevano il regolamento, con, al suo interno, una cella ipogea di maggior rigore senza né aria né luce, solo pane, acqua e due minestre a settimana; salvo diventare poi dal 1986, grazie ad antichi persistenti biodiversità e valori naturalistici e grazie alle straordinarie forme geologiche sotto il livello del mare, la prima Area Marina Protetta italiana, che investe tutta la costa divisa in aree con tre differenti livelli di tutela (la Torre è ora museo di archeologia subacquea, il Fosso destinato prima a scuola media, poi a museo archeologico).

Ustica non ha mai avuto un’ampia popolazione, sempre solo poche centinaia di residenti, con un picco statistico di 2382 al momento dell’Unità d’Italia e poi una progressiva diminuzione, sempre meno di duemila dal 1901, erano 1576 nel 1911, 1195 nel 1921, 1050 nel 1931, 1141 nel 1936, 1249 nel 1951 (cifra fra 1050 e circa 1300 poi stabilizzatasi fino a oggi), dunque più o meno 1000 donne e uomini “civili” quando vi fu confinato Gramsci quasi un secolo fa. Fra prigionieri e altri abitanti il rapporto era meno di uno a due: coatti da una parte, dall’altra residenti civili e poi poliziotti, guardie carcerarie, carabinieri, militi, finanzieri, marinai. I civili residenti siciliani dell’isola erano pertanto abituati a convivere abbastanza mitemente e poveramente e liberamente con deportati meno liberi quando, a fine 1926, si aggiunsero via via decine di confinati, divenuti anch’essi però circa quattrocento in pochi anni, con conseguente “sovraffollamento”, per quanto fossero diminuiti i detenuti comuni. Sull’isola esistevano solo poche botteghe con scarse merci.

La popolazione usticese viveva dalla coltivazione dei campi (con l’aratro a chiodo), di un po’ di pesca, delle rimesse degli emigrati, dei commerci legati a immigrati reclusi e immigrati carcerieri. Per Ustica erano già passati o passeranno prigionieri rappresentanti tutte le opposizioni nella storia internazionale della penisola: patrioti risorgimentali, protagonisti del brigantaggio, anarchici di fine Ottocento e poi pacifisti, resistenti libici, antifascisti, albanesi, croati, sloveni, montenegrini, greci e anche, in epoca repubblicana, italiani vari. Secondo Gramsci (Lettera del 2 gennaio 1927 a Sraffa) sarebbe stato per l’amico difficile “immaginare in quale condizione di abbrutimento fisico e morale” finiscano per ridursi i coatti comuni (senza soldi e sottomessi agli usurai, qualche specifico detenuto più ricco evidentemente, “circondati da gruppetti di sicofanti”). Nella Lettera del 7 gennaio 1927 a Tatiana segnala poi “…tra i coatti comuni… “frequenti “fatti di sangue…”. Gramsci nei primi mesi di epistolario ritornerà più volte sulle differenze fra detenuti politici e detenuti comuni; i terribili viaggi comunque da detenuto coatto, il passaggio dal confino al carcere e l’ulteriore irrigidimento delle misure contro gli antifascisti, renderanno ancor più rimarchevoli i personali straordinari miti brevi giorni a Ustica.

Per Antonio Gramsci il confino a Ustica fu una radicale transizione di vita. Si suole indicare in 44 giorni il periodo di confinamento, arrivato il pomeriggio del 7 dicembre 1926 e ripartito la mattina del 20 gennaio 1927. Si potrebbe dire che il periodo di domicilio coatto fu più che doppio. Vi sono due durissimi lunghissimi trasferimenti da confinato (il primo, il secondo da arrestato non condannato), nei quali pesarono enormi disagi materiali per la maggior parte del tempo, accanto presto all’orizzonte poi al ricordo di Ustica. Gramsci venne arrestato l’8 novembre 1926, formalmente in vista di essere deportato, giunse infine dal confino di Ustica al carcere di San Vittore il 7 febbraio 1927, lì in attesa del processo e della condanna, in tutto si tratta di 91 giorni, tre mesi di transizione, da una parte personale, dalla lotta politica rivoluzionaria alla detenzione poliziesca carceraria, dall’altra politica, da un avversato regime violento alla formale dittatura organizzata. Ustica non fu dunque una parentesi, bensì un periodo di radicale transizione, anzi forse la metà mite (44 giorni) di una lunga (91) dolorosa transizione. Era un famoso valoroso uomo di meditata azione, il confino e il carcere bloccarono la sua esistenza e lo accompagnarono fino alla morte, quel che scrisse da prigioniero lo ha fatto diventare il pensatore italiano probabilmente più studiato e tradotto al mondo.

Lo scarto fra il turbolento girovago quindicennio precedente e l’inizio della vita stanziale repressa da prigioniero, con i viaggi verso (e da) una piccola isola carcere confino, renderà indimenticabili i quarantaquattro miti giorni effettivamente trascorsi dal fisicamente gracile Antonio Gramsci sull’isolato suolo di Ustica, un ecosistema umano minimo, straordinario ed eccezionale. Le prime settimane di detenzione sono per Gramsci come un trauma sconfinato, un terremoto o un infarto, sul piano psichico oltre che fisico. Ed è certo che le sorti del mondo continuano a occupare quasi tutti i suoi pensieri, in particolare le cruente vicende nell’Internazionale Comunista e nel Pcd’I negli ultimi mesi.

Quando Gramsci arriva in carcere a Roma e in confino a Ustica, ha ancora pienamente sulle spalle il peso di mille preoccupazioni politiche, strutturali e quotidiane per un militante di professione, quelle in corso con la violenta repressione fascista di ogni opposizione (non solo per quanto lo riguarda personalmente), quelle delle lotte sociali e di classe da anni in corso, quelle di strategie e tattiche politico-istituzionali (prima 24h24 in testa alle sue azioni e ai suoi scritti), quelle sorte all'indomani del contrasto con la centrale sovietica (conseguenti anche agli sviluppi postrivoluzionari in Russia, dove vivono moglie e figli), quelle proprie dei connessi mondi dell’informazione e della cultura italiane (di cui sa bene di fare molto parte). Decine, centinaia, migliaia di persone, forse più, erano abituate a tener conto giorno per giorno delle sue manifestazioni di pensiero, dopo aver letto un articolo o un saggio, dopo aver discusso con altri dirigenti, dopo aver partecipato a una riunione, dopo averlo incontrato. Non era più così, non fu mai più così (per quanto rispetto alle sue opinioni contingenti venne trovato il modo di farle un poco contare). Le lettere, contribuendo alla sopravvivenza materiale, raccontano piccola parte dei suoi pensieri vitali: il doppio isolamento di Ustica in questo caso un poco lo aiutò. Gramsci fu costretto a cambiare totalmente passo di vita.

“Straordinari” quei mesi e quegli anni furono per l’intera isola d’Ustica, che non era stata mai così intensamente vissuta e al centro (presente e futuro) di interesse e cronache in tanta parte del mondo (purtroppo la vicenda straordinaria successiva riguarda la battaglia e la strage in cielo del 27 giugno 1980). A partire dal dicembre del 1926 la sonnolenta vita usticese improvvisamente venne sconvolta da una popolazione di relegati speciali: 400 e più confinati politici, antifascisti di ogni partito, comunisti gramsciani e bordighiani, anarchici internazionalisti e individualisti, socialisti massimalisti, repubblicani, liberali, fascisti dissidenti. A Gramsci e Bordiga si deve l’organizzazione della scuola e delle mense a cui seguirono la biblioteca e lo spaccio, lo sport e i servizi di assistenza varia ai nuovi arrivati, agli ammalati e ai bisognosi. Servizi tutti autogestiti e aperti, con finalità di formazione umana e politica. Un vero e proprio laboratorio politico. A Ustica sotto gli occhi increduli di guardie, militi e carabinieri e quelli degli isolani germogliò l’idea di resistenza che poi trovò compimento nelle altre isole, nelle carceri e, più efficacemente, nella Resistenza.

Furono mesi, circa un anno, “straordinari” per gli usticesi di allora e delle generazioni successive. Vi sono cenni in tal senso in tutte le interviste o i colloqui svolti nei decenni successivi: i confinati parlavano italiano correttamente, erano educati, interloquivano seriamente, nel complesso si presentavano in modo diverso dagli altri detenuti comuni, erano riconoscibili e riconosciuti, anche Gramsci. Quasi un secolo dopo, lo hanno confermato le testimonianze raccolte nel 2015-16 in vista della preparazione di sceneggiatura e regia dell’ottimo film documentario Gramsci 44: i pescatori attuali segnalano che la maggior parte dei loro padri aveva imparato a leggere e scrivere grazie alle lezioni di Gramsci e, comunque, degli “insegnanti” nella “scuola” impostata da Gramsci, Bordiga e dagli altri confinati politici arrivati nell’autunno 1926. Lo stesso Gramsci lo aveva subito intuito, nella Lettera del 2 gennaio 1927 a Sraffa scrive: “… la nostra venuta ha determinato un mutamento radicale nel luogo e lascerà larghe tracce!” (in quella sede, controllata, si riferisce esplicitamente a servizi pratici ma essenziali su un’isola come la luce elettrica, l’orologio del campanile, la banchina).

Il confino fra carcerati, carcerieri e usticesi sull’isola di Ustica risultò un breve cruciale periodo anche per l’esistenza di Gramsci. “Straordinarie” quelle settimane lo furono perché iniziò una detenzione che intuiva lunga (anche in dissenso con altri confinati): Gramsci cambiò completamente vita fino alla morte, elaborò un piano esistenziale per il futuro da prigioniero che prefigurò quel che poi riuscì effettivamente a scrivere. Ebbe termine un ruolo pubblico contemporaneo per uno dei principali dirigenti comunisti mondiali degli anni venti, almeno un quinquennio in cui la sua personalità si era imposta a livello internazionale, in confronto contrasto dialettica con personalità che continueranno a svolgere quel ruolo spesso ancora per decenni (nel bene e nel male); cominciarono oltre dieci anni di prigionia durante i quali il pensiero di Gramsci trovò il modo per tradursi in scritti (al di là delle voci e dei contatti sulle sue opinioni contingenti) che ne fanno una delle personalità intellettuali più fertili del Novecento, conosciuto teoricamente e rispettato moralmente in tutto il mondo, tramandatosi nella storia attraverso molte giovani generazioni successive.

A Ustica i Quaderni del carcere non erano “in nuce” né tanto meno era stata strutturata l’officina della detenzione gramsciana, iniziano però a crearsi le condizioni perché ne emerga l’esigenza (frequenti riferimenti al fatto che lo attende il carcere non la libertà, al fatto che vuole presto dedicarsi a uno studio determinato e sistematico). La condizione terribilmente e concretamente penosa della prigionia politica si era affermata subito nei fatti dei primi mesi, per quanto non escludibile teoricamente e parzialmente metabolizzabile da un militante severo. La necessità e la qualità della scrittura delle lettere di Gramsci trova la sua spinta originaria a Ustica. Presero strada la qualità intensa e pratica della corrispondenza con Tatiana Schucht, la continua richiesta di libri e gli scambi colti della corrispondenza con Piero Sraffa, la timidezza necessaria della corrispondenza con la moglie Giulia (puerpera, il secondo figlio Giuliano era nato il 30 agosto, il padre non lo vide mai) e con i parenti sardi. Iniziarono di fatto quei caratteri che fanno delle raccolte editoriali postume, via via ampliatesi e ancora incomplete, un capolavoro letterario, drammaticamente magnifico, le Lettere dal carcere.

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