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Hantavirus: “Rischio basso per la popolazione, ma i casi vanno contenuti”

I fatti sono noti. Il 2 maggio 2026 viene segnalato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un gruppo di passeggeri con una grave malattia respiratoria, che viaggia nella nave da crociera olandese MV Hondius. Le analisi di laboratorio rivelano che si tratta di infezione da hantavirus, con esordio tra il 6 e il 28 aprile 2026. Le persone a bordo sono 147, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, provenienti da 23 Paesi, mentre 34 erano già sbarcate in precedenza sull’Isola di Sant’Elena. Il 10 maggio la nave da crociera giunge a Tenerife, nelle isole Canarie; lo sbarco dei passeggeri e il loro rimpatrio è ormai stato completato. Al 13 maggio i casi segnalati in tutto il mondo sono 11, di cui otto confermati e tre decessi. Alcuni casi sospetti sono stati identificati anche nel nostro Paese, ma al momento nessuno è risultato positivo ad hantavirus. 

Secondo l’OMS il rischio associato al virus per la popolazione mondiale è basso, molto basso per l’Europa secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control. In una circolare dell’11 Maggio, il Ministero della Salute informa di aver attivato un sistema di coordinamento nazionale e internazionale per il monitoraggio dei casi sospetti e lo scambio di informazioni. Dell’argomento si parla molto nelle ultime settimane. Per cercare di capire quali siano i reali rischi sanitari abbiamo contattato Cristiano Salata, professore di microbiologia e virologia all’Università di Padova. 

Hantavirus, dove circola e come si trasmette

Abbiamo voluto capire per prima cosa con che virus abbiamo a che fare. Gli hantavirus appartengono alla famiglia Hantaviridae, all'interno dell'ordine Bunyavirales. Sono state identificate molte specie di hantavirus in tutto il mondo, ma solo un numero limitato causa malattie nell'uomo, e la gravità dei sintomi dipende dal tipo di hantavirus coinvolto. “Si tratta di virus conosciuti da diverso tempo – sottolinea Salata –. Sono presenti in Europa, Asia e Africa, e nelle Americhe. Tra i vari hantavirus, quello che circola più frequentemente da noi è tra i meno patogeni: si tratta di infezioni molto rare e, nella maggior parte dei casi, non causano manifestazioni cliniche particolarmente severe”. 

Altra informazione importante: come ci infettiamo? “Le infezioni sono trasmesse tramite i roditori. Il contagio avviene fondamentalmente per inalazione di materiale contaminato, cioè aerosol di urina, feci e saliva dei topi, che rilasciano il virus in maniera efficiente quando sono infettati. Il ceppo che ha causato i casi di cui si discute, il virus Andes, è un ceppo americano che circola soprattutto in alcune aree dell’Argentina e di altre zone dell’America meridionale. È l’unico per cui è stata descritta anche la possibilità di trasmissione da uomo a uomo, anche se con bassa efficienza e solo in presenza di contatti molto stretti. L’uomo si infetta, ma non è un trasmettitore efficace come il roditore”. Inoltre il sequenziamento genetico del virus suggerisce che i campioni dei passeggeri analizzati e confermati siano collegati alla stessa fonte di infezione originaria e che non si tratta di una variante.  

Con quali sintomi si manifesta la malattia

Cerchiamo di capire ora come si manifesta la malattia. I sintomi compaiono da una a otto settimane dopo l’esposizione: possono comparire febbre, dolori muscolari, mal di testa e sintomi gastrointestinali come dolore addominale, nausea o vomito. La malattia può evolvere in modo diverso a seconda dei casi. Gli hantavirus presenti nel Nord, Centro e Sud America, tra cui il virus Andes, possono causare una patologia nota come sindrome polmonare da hantavirus: in questo caso la malattia può progredire fino a provocare mancanza di respiro, accumulo di liquidi nei polmoni e shock. Il tasso di mortalità è elevato e può raggiungere il 50%.  Gli hantavirus presenti in Europa e in Asia, invece, possono provocare febbre emorragica con sindrome renale: in questo caso gli stadi avanzati della malattia includono disturbi della coagulazione e insufficienza renale. In queste aree le infezioni da hantavirus sono associate a un tasso di mortalità che si colloca tra l'1% e il 15%. 

“Sono infezioni che possono essere molto severe per il paziente, ma scarsamente trasmissibili. Esistono diversi virus di questo tipo (come Ebola): clinicamente rilevanti per il singolo, ma più facilmente contenibili sul piano epidemiologico. Una volta identificati i contatti, si possono monitorare le persone e contenere l’evento in modo efficace”. 

“Non c’è un rischio significativo di diffusione su larga scala”

“I virus più preoccupanti dal punto di vista pandemico –  continua Salata –  sono quelli a trasmissione aerea, cioè quelli che si diffondono facilmente per via respiratoria. Pensiamo ai virus influenzali, a SARS-CoV-2, oppure al virus del morbillo, che è uno dei patogeni più contagiosi. Altre tipologie virali possono creare manifestazioni cliniche anche importanti, ma sono più facilmente contenibili. Parlare di rischio pandemico per un patogeno come hantavirus non ha senso. Un rischio pandemico potrebbe configurarsi in caso di diffusione artificiale e contemporanea in più aree geografiche. Altrimenti si tratta di focolai che possono comparire con frequenze diverse, a seconda del contesto, ma che restano generalmente gestibili. Quindi la situazione attuale non deve creare particolare preoccupazione in termini di sanità pubblica, soprattutto in Europa: i casi vengono identificati, controllati e contenuti, e non c’è un rischio significativo di diffusione su larga scala”.

Nel dibattito pubblico di queste settimane si è fatto riferimento anche al Piano pandemico 2025-2029 recentemente approvato nel nostro Paese. “Il piano pandemico è stato sviluppato principalmente per virus a potenziale pandemico, cioè quelli respiratori. Patogeni come hantavirus sono di tipo diverso, l’infezione è estremamente rara. Il virus viene cercato solo in presenza di un contesto epidemiologico particolare o di un’anamnesi che faccia sospettare il caso: sono situazioni molto infrequenti. È ovvio che, in un contesto come quello attuale, possa esserci una maggiore attenzione e che eventuali sintomi comparabili vengano valutati con più cautela. Non tutti i laboratori però sono attrezzati per una diagnostica di questo tipo, perché non è un diagnostica di routine. Esistono tuttavia centri di riferimento regionali e nazionali, come lo Spallanzani. Quindi, in caso di allerta, i campioni possono essere rapidamente prelevati e inviati ai laboratori adeguatamente organizzati per effettuare questo tipo di diagnosi”. Come si sta attualmente facendo per i casi sospetti nel nostro Paese.

“Nonostante il virus costituisca un rischio basso per la popolazione – spiega il docente –, va comunque contenuto, perché anche se il numero di persone esposte è limitato, chi viene colpito può sviluppare una malattia importante. Questi virus (almeno le varianti presenti in Sud America) causano infezioni a prevalente interessamento polmonare e possono risultare anche molto gravi in alcuni soggetti, a seconda anche della risposta individuale”.

Focolai attivi in Argentina 

Salata osserva che in Argentina, negli ultimi due anni, si sono verificati focolai attivi. “La principale preoccupazione riguarda il fatto che in questi focolai è stata osservata una mortalità circa doppia rispetto a quella riportata in passato. Bisogna però capire cosa stia accadendo: se si tratti di un dato reale, di una variazione del virus, oppure semplicemente di una maggiore capacità di rilevazione dei casi. Anche le condizioni igieniche possono influire: essendo virus legati ai roditori, l’igiene è un aspetto fondamentale. In ambienti chiusi, magari con presenza di ratti o topi, il rischio di esposizione aumenta, soprattutto attraverso aerosol contaminati”.

Continua il docente: “Anche negli Stati Uniti si registrano casi sporadici, spesso legati a persone che fanno campeggio nei parchi nazionali. In quel contesto, vivendo in tenda e a contatto con l’ambiente naturale, è più facile entrare in contatto con roditori rispetto a chi soggiorna in strutture controllate come gli alberghi. Sono virus diffusi in aree geografiche anche ampie, ma in genere non rappresentano un problema rilevante per la sanità pubblica”.

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