Architettura e città: la modernità concreta di Mansutti e Miozzo
Padova, Palazzo Coin in via Altinate. Foto di Marco Lumini
Ci sono architetti che entrano nella storia per la forza visionaria delle loro teorie, edifici diventati simboli, il gesto che spezza e rivoluziona. E poi ce ne sono altri, forse meno celebrati ma non meno decisivi, che modellano il volto quotidiano delle città un progetto alla volta, quartiere dopo quartiere. Il loro nome non resta impresso nella memoria collettiva quanto le loro opere, ma sono proprio queste ultime a dare forma concreta al modo in cui abitiamo e stiamo insieme.
Francesco Mansutti e Gino Miozzo appartengono a questa seconda, decisiva genealogia. Protagonisti di una stagione fondamentale della trasformazione urbana nel Novecento, i due architetti padovani sono oggi al centro di una mostra aperta fino al 31 luglio presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Padova, la città che cresce, promossa dalla Fondazione Barbara Cappochin e curata dagli storici dell’architettura Elena Svalduz e Stefano Zaggia, entrambi docenti presso l’Università di Padova, si inserisce in un percorso di riflessione sulle trasformazioni urbane del Novecento e sul ruolo dell'architettura nella costruzione della città contemporanea.
La città è il vero soggetto della mostra: non sfondo ma organismo vivo attraversato da tensioni sociali, nuove esigenze e contraddizioni irrisolte. Ed è dentro questa complessità che si muove il lavoro di Mansutti e Miozzo, il cui sodalizio – iniziato tra le due guerre e proseguito con successo negli anni della ricostruzione e del boom – trova proprio a Padova un laboratorio privilegiato con opere come le case Valle, vicino all’attuale Piazza Insurrezione, il monoblocco ospedaliero, il quartiere Forcellini e gli edifici di via Altinate: progetti diversi ma accomunati da un'idea precisa, che hanno contribuito a ridisegnare il volto della città testimoniando una visione dell'architettura come bene collettivo, capace di tenere insieme modernità e qualità della vita. La mostra è in ideale continuità con quella dedicata due anni fa a un’altra figura importante dell’architettura del Novecento come Daniele Calabi, confermando una linea di ricerca e di valorizzazione che il sistema universitario e culturale padovano sta percorrendo con coerenza.
“ Tra razionalismo, ricostruzione e boom economico, Mansutti e Miozzo progettano una modernità sobria, attenta alla città e alla vita quotidiana
Una modernità discreta
La complementarità delle due personalità contribuisce in parte a spiegare la forza del sodalizio: Gino Miozzo, formatosi all'Accademia di Belle Arti di Venezia, è soprattutto l'uomo al tavolo di disegno, tutto studio e ricerca di soluzioni tecniche e formali, mentre Francesco Mansutti, ingegnere di formazione, intreccia legami, riflette, scrive molto. I due si incontrano nel 1929 a un concorso di idee per la costruzione di una villa privata: una svolta che segna per entrambi – secondo Marco Mulazzani, direttore del Dipartimento di Architettura dell'Università di Ferrara e tra i principali studiosi dell’opera del duo padovano – una vera e propria “rinascita all’architettura”, con due professionisti ancora giovani ma già esperti che trovano insieme una direzione comune.
Presto la rilevanza del loro lavoro supera i confini locali: tra le due guerre il loro studio riceve ad esempio più di quaranta incarichi dall'Opera Nazionale Balilla, della quale realizzano ventitré sedi in tutta Italia: da Bolzano a Padova, da Torino a Fiume. Un successo confermato anche da relazioni di stima come quella con Giuseppe Pagano, direttore di Casabella e protagonista del dibattito sul rinnovamento dell'architettura in quegli anni, che sulle pagine della rivista pubblica più volte i loro progetti e nel 1935 ospita uno scritto di Mansutti, significativamente intitolato Professione dell'architetto.
Secondo Mulazzani i progetti di Mansutti e Miozzo nascono anche da una concezione profondamente civile ed etica del costruire: l'architettura non come gesto autoreferenziale o esercizio di arbitrio estetico, quanto piuttosto risposta concreta ai bisogni del proprio tempo. Una posizione che si traduce non soltanto in un linguaggio formale moderno ma soprattutto in un metodo progettuale caratterizzato da chiarezza distributiva, leggibilità delle strutture e attenzione alle relazioni spaziali. Un’estetica che, sottolinea lo studioso, più che con il linguaggio codificato del razionalismo “ha a che vedere con una ricerca di funzionalità, essenzialità, semplicità ed economia”.
Soprattutto nel dopoguerra, con la spinta alla ricostruzione – anche dal punto di vista edilizio – di un Paese devastato, la questione decisiva è quella del rinnovamento del tessuto urbano, con il nodo del rapporto tra modernità e città storica. Come costruire senza rompere il dialogo con ciò che esiste in contesti segnati da stratificazioni secolari? Da questo punto di vista il lavoro di MM si distingue, osserva Mulazzani, per un carattere innovativo e allo stesso tempo rispettoso che si manifesta nella scelta dei materiali, nelle proporzioni, nelle linee architettoniche. Elementi pensati per inserirsi nello spazio urbano distinguendosi ma senza stridere. Una modernità discreta, lontana tanto dal mimetismo quanto dalla rottura spettacolare.
In particolare nei quartieri INA Casa, costruiti per soddisfare la fame di abitazioni nel dopoguerra, e negli interventi periferici l'architettura organizza spazi, percorsi e relazioni, contribuendo a costruire un'idea di comunità: “Edifici moderni e ben costruiti, con una spiccata attenzione per il ruolo pubblico dell'architettura nella città”, osserva Mulazzani. Elemento tra i più significativi del loro lavoro è anche l'attenzione alla natura, tema su cui soprattutto Mansutti rifletterà negli anni più tardi.
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Gli archivi come memoria, la mostra come lezione
A rendere possibile la profondità critica della mostra è un patrimonio documentario straordinario: l'archivio dello studio Mansutti-Miozzo, conservato presso il MART di Rovereto grazie anche all’impegno e alla determinazione della famiglia Mansutti. La ricerca condotta su questo materiale ha riportato alla luce centinaia di documenti tra disegni, fotografie e appunti, che consentono di comprendere non solo le opere realizzate ma le intenzioni progettuali, le dinamiche decisionali e le idee che guidavano il loro lavoro. “Un archivio straordinario – sottolinea il curatore Stefano Zaggia – che restituisce dall'interno la storia della città”, permettendo di leggere il contesto operativo, i materiali e i dettagli costruttivi fino alle forniture edilizie: strumenti fondamentali anche per il restauro e la conservazione.
Il percorso espositivo non racconta soltanto il risultato finale ma il progetto come processo critico di interpretazione della realtà urbana. In questi materiali, osserva l’altra curatrice Elena Svalduz, emerge con costanza la presenza di figure umane, famiglie, corpi: “È un'architettura fatta di vita, di attraversamenti, di portici e di verde – sottolinea –. Alle studentesse e agli studenti oggi dico: alzate lo sguardo, perché in queste soluzioni si trova una lezione ancora attuale sul modo di pensare e costruire lo spazio urbano”.
“ Disegni, fotografie e archivi raccontano un’idea di architettura come responsabilità civile e costruzione dello spazio collettivo
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione della monografia omonima, curata da Svalduz e Zaggia per LetteraVentidue, corredata dalle fotografie di Marco Lumini e con contributi tra gli altri di Marco Mulazzani, Marta Nezzo, Paola Pettenella ed Edoardo Narne. Il volume si propone come nuovo punto di riferimento critico per lo studio dei due architetti, frutto di una vasta ricerca archivistica e di una nuova campagna fotografica, con l'obiettivo di rileggere il loro lavoro nel contesto di una città in corso di modernizzazione.
Resta alla fine sospesa nell'aria una domanda: è ancora possibile un’architettura che sia allo stesso tempo rispettosa del passato ma capace di innovare? “La questione è soprattutto la fiducia della committenza”, osserva Gloria Negri, presidente dell'Ordine degli Architetti di Padova, ricordando come oggi sembri spesso mancare quella visione condivisa tra professionisti e comunità che ha caratterizzato altre stagioni. Se allora esisteva una committenza lungimirante e un'idea condivisa di città, oggi il rischio è che prevalgano logiche frammentate, concentrate su temi certamente importanti – come efficienza energetica e funzionalità – ma di per sé insufficienti a creare una città che appartenga a tutti. La risposta non è nella nostalgia ma nel metodo: il concorso di progettazione come strumento di trasparenza e qualità, l'apertura ai giovani, il confronto di idee. E soprattutto, il riconoscimento del fatto che “il benessere deriva dalla bellezza, dall'identità e dalla riconoscibilità dei luoghi”, perché abitare una città significa prima di tutto sentirsi parte di essa.
È forse questa la lezione più attuale di Mansutti e Miozzo: l'architettura non deve necessariamente imporsi per lasciare un segno duraturo. Talvolta costruire bene significa saper dialogare con ciò che già esiste, accompagnarne le trasformazioni senza spezzarne la continuità, immaginare il futuro senza dimenticare la memoria dei luoghi. Una lezione silenziosa, incisa nella pietra e nel mattone di una città che ancora, ogni giorno, la porta con sé.
FRANCESCO MANSUTTI E GINO MIOZZO
Padova la città che cresce
A cura di Elena Svalduz e Stefano Zaggia
Palazzo del Monte, Padova
Fino al 31 luglio 2026
Promossa dalla Fondazione Barbara Cappochin
Con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
In collaborazione con l’Università degli Studi di Padova