Perché (e come) raccontare la biodiversità
Più di quattro milioni e 200.000 campioni d’erbario: a tanto ammonta il numero di esemplari digitalizzati, che in futuro saranno disponibili online su piattaforme internazionali. Il materiale complessivamente censito, tuttavia, è molto più ampio e comprende circa 35 milioni di reperti, provenienti da oltre 2.000 collezioni biologiche e paleontologiche, in 159 istituzioni italiane di storia naturale. Stiamo parlando di un ampio progetto di ricerca, sviluppato nell’ambito del National Biodiversity Future Center (NBFC), finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca grazie al programma dell’Unione europea-Next Generation EU, Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). A coordinare il lavoro di digitalizzazione Elena Canadelli, professoressa di storia della scienza all’Università di Padova, che con Luca Tonetti e Tiziana N. Beltrame dello stesso ateneo, firma il volume dal titolo Raccontare la biodiversità. Scienze umane e musei naturalistici. Il libro, pubblicato nel 2026 da Carocci editore, oltre a ripercorrere il lavoro intrapreso, ne illustra le ragioni, i criteri seguiti e lo spirito che l’ha animato.
Infrastrutture digitali per lo studio della biodiversità
“Le collezioni naturalistiche – spiega a Il Bo Live Canadelli, direttrice scientifica del Museo botanico dell'Università di Padova – rappresentano una fonte importante per capire la biodiversità del passato. Ci dicono, per esempio, se alcune specie hanno cambiato areale, se si sono estinte in assoluto o solo localmente, se hanno cambiato il periodo di fioritura, l'altitudine o la distribuzione. Le informazioni che accompagnano l’esemplare indicano il luogo di raccolta, la data, il raccoglitore. Fondi di questo tipo, dunque, sono essenziali per valutare le tendenze che riguardano alcune specie, legate al cambiamento climatico ma anche ad altri fattori ambientali, come l’uso di pesticidi. Sono strumenti di riferimento importanti per comprendere il passato rispetto al presente e anche per individuare tendenze future”. Le collezioni naturalistiche, dunque, sono vere e proprie tracce della natura del passato, “capsule del tempo”, in dialogo con le esperienze scientifiche attuali.
I campioni digitalizzati nel corso del progetto provengono principalmente dall’Erbario Centrale Italiano del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, ma anche da altre collezioni naturalistiche italiane. Tra queste, le raccolte del Museo botanico dell’Università di Padova dove sono stati digitalizzati circa 500.000 esemplari. “In futuro dati e metadati confluiranno in database internazionali come il Global Biodiversity Information Facility (GBIF), oggi punto di riferimento per la comunità dei naturalisti di tutto il mondo, e Plant Data, il Centro interuniversitario di ricerca per la biodiversità vegetale e big data. Ciò consentirà di inserire le nostre informazioni sulla biodiversità in una rete più ampia, in linea con i principi degli open data e dell’accesso aperto alle informazioni online”. In questo modo anche i dati delle istituzioni italiane contribuiranno ad alimentare un’infrastruttura scientifica utile a sostenere anche decisioni a livello sociale e politico. Quando i dati vengono messi in rete attraverso repository e portali condivisi, acquistano maggior valore: collegati tra loro, offrono un quadro sempre più completo della distribuzione delle specie e dei cambiamenti avvenuti nel tempo. “Per tale motivo è importante che anche l'Italia contribuisca a queste infrastrutture digitali. Più dati vengono condivisi, più diventa possibile costruire conoscenza, in una sorta di grande enciclopedia della biodiversità”.
L’Italia e la mancanza (storica) di una “cabina di regia”
Se a livello internazionale si tende idealmente a una rete globale dei musei di storia naturale, l’Italia si è mossa invece per lungo tempo secondo una “logica di frammentazione piuttosto che di convergenza”. Nel primo capitolo del volume, Canadelli illustra l’ambizioso progetto di istituire un Museo nazionale italiano di storia naturale. Il proposito ha attraversato 150 anni di storia del nostro Paese senza giungere, tuttavia, a risultati concreti: i tentativi compiuti si sono scontrati con la difficoltà di centralizzare le collezioni, radicate nel tessuto geografico e culturale di appartenenza.
Se la creazione di un’unica istituzione nazionale non è mai stata portata a compimento, negli ultimi anni si stanno però affermando modelli di collaborazione che puntano a una maggiore integrazione tra realtà museali. Il National Biodiversity Future Center viene istituito nel 2023 proprio allo scopo di conservare, ripristinare, monitorare e valorizzare la biodiversità italiana e mediterranea, attraverso una progettualità condivisa. Un tema fortemente sentito, e un obiettivo a cui tendere, è ancora oggi la creazione di un “nodo nazionale, una cabina di regia” capace di coordinare le iniziative di ricerca, conservazione e disseminazione. “Credo che questa esperienza di collaborazione tra diverse realtà universitarie, associative e museali per la digitalizzazione massiva degli erbari – scrive Canadelli –, la digitalizzazione di altre raccolte naturalistiche sparse sul territorio e il censimento delle collezioni da parte dell’ANMS (Associazione Nazionale Musei Scientifici, ndr) stia contribuendo in maniera decisiva alla costruzione di un cammino comune”.
Collezioni naturalistiche: oggetti all’incrocio dei saperi
Nel corso dell’intervista, così come nel volume con gli altri autori, la docente insiste su un ulteriore aspetto: “Trattandosi di fondi storici, le collezioni naturalistiche forniscono informazioni anche sui metodi con cui i reperti sono stati raccolti, su chi li ha raccolti e studiati. Raccontano come si indagava il mondo naturale in epoche diverse, o qual era il ruolo delle donne, per esempio, che spesso raccoglievano esemplari. Le collezioni naturalistiche sono dunque un collante tra scienze naturali e scienze umane”. Non sono solo archivi biologici, ma archivi culturali: raccontano la natura e, allo stesso tempo, il modo in cui gli esseri umani l'hanno osservata, classificata e rappresentata nel tempo. A questo concetto, al contributo della ricerca storica e all’importanza dell’interdisciplinarietà, il volume dedica ampio spazio. I campioni di storia naturale possono essere considerati “oggetti di confine, situati tra ambiti, usi e saperi diversi”.
Contestualizzare il reperto, decifrare il percorso che ha portato alla costituzione delle collezioni, così come le vediamo oggi, è preliminare a qualsiasi tipo di azione si voglia intraprendere in ambito museale. Per questa ragione archivi e biblioteche costituiscono “chiavi di accesso indispensabili allo studio dei campioni”, strumenti essenziali per la ricerca sulle raccolte. Dell’argomento scrive ampiamente Luca Tonetti nel secondo capitolo del libro. Solitamente archivi e biblioteche sono percepiti come realtà distinte rispetto ai musei, ma le informazioni che possono fornire sono tante e tali da esigere uno sforzo di integrazione dei loro patrimoni.
Nel terzo e ultimo capitolo del volume Tiziana N. Beltrame, antropologa delle scienze, descrive infine gli strumenti per la gestione dei reperti museali: “Inventari, schedari, collezioni digitali, repertori, motori di ricerca, tabelle e software di gestione costituiscono oggi un insieme dialogico di strutture fisiche e digitali, accomunate da uno stesso scopo: accogliere elementi all’interno di insiemi, sistemarli e renderli reperibili, generando così nuove forme di conoscenza”. In questa prospettiva, la studiosa si sofferma in modo particolare sulle pratiche di digitalizzazione massiva dell’Erbario Centrale di Firenze, nell’ambito del progetto sorto in seno al National Biodiversity Future Center.