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Cos'è e a cosa serve un piano pandemico

La seconda bozza del Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023, datata 18 gennaio, è ora all’esame delle Regioni. L’Organizzazione mondiale della Sanità, fin dai primi anni Duemila, ha raccomandato a tutti i Paesi di mettere a punto piani pandemici e di aggiornarli costantemente seguendo linee guida concordate. L’urgenza è emersa in modo particolare alla fine del 2003, quando focolai di influenza aviaria da virus A/H5N1 sono diventati endemici nei volatili nell’area estremo-orientale. Il virus ha provocato infezioni gravi anche nell’uomo e il rischio di una pandemia influenzale è diventato più concreto. Se allora l’Italia ha risposto all’invito dell’Oms con la stesura di un piano pandemico concordato tra istituzioni nazionali, Regioni e Province Autonome, è attualmente oggetto di indagine – nell’ambito di un’inchiesta aperta dalla procura di Bergamo – se il nostro Paese, quando è stato colpito dalla pandemia da Covid-19, possedesse un piano aggiornato che indicasse le strategie sanitarie da seguire.

Con l’epidemiologa Stefania Salmaso, dal 2004 al 2015 a capo del Centro nazionale di Epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto superiore di Sanità, abbiamo cercato di capire perché per uno Stato sia così importante possedere un piano pandemico e quali ne siano gli elementi fondanti.

“Tutti ritengono che durante una pandemia sia necessario attivare risposte coordinate, ma queste risposte devono essere state preparate in anticipo”. Un piano pandemico non è dunque solo il piano di risposta al momento dell’emergenza, ma dipinge piuttosto un quadro generale di come si debba agire tra una pandemia e l’altra. “È una sorta di manuale, mi piace definirlo una “partitura d’orchestra” in cui tanti elementi devono combinarsi per poter produrre un risultato coordinato e il più possibilmente armonico”.

In quanto tale, deve essere redatto dall’autorità nazionale in campo di sanità pubblica, che è il ministero della Salute, e deve cercare la collaborazione delle autorità regionali sanitarie, per poi “percolare” a tutti i livelli. Dovrà esistere dunque un piano nazionale, ma poi le singole Regioni dovranno possedere piani aggiornati tarati sulle loro specifiche realtà e sulle risorse a disposizione.

Guarda l’intervista completa a Stefania Salmaso che parla di piani pandemici, linee guida internazionali e comunicazione del rischio. Montaggio di Barbara Paknazar

In un piano pandemico, ha sottolineato recentemente l’Associazione italiana di epidemiologia in un contributo pubblicato su Scienzainrete, “ognuno riesce a leggere il proprio ruolo, in un’azione sinergica e mirata con l’obiettivo di ridurre e interrompere la trasmissione delle infezioni, curare i malati, evitare i decessi, e soprattutto mantenere la continuità della vita della società in cui viviamo”. Il documento deve quantificare e identificare le risorse umane ed economiche necessarie a livello nazionale, regionale e locale per fronteggiare una pandemia, e dunque per sostenere la sorveglianza epidemiologica, le cure, le vaccinazioni e l’addestramento del personale di rinforzo che andrebbe ad affiancare quello dei dipartimenti di Prevenzione coinvolti d’ufficio. Deve indicare i capitoli di spesa a cui attingere e le norme per attivarli e istruire sui propri ruoli quanti, nel settore della sanità e della pubblica amministrazione, possono essere coinvolti – secondo quanto indicato nel piano – nella risposta alla pandemia.

Stefania Salmaso ritiene che uno degli aspetti più rilevanti in un piano pandemico sia la definizione di sistemi da mantenere efficienti nel periodo interpandemico. Secondo l’epidemiologa, infatti, prima di trovarsi ad affrontare una pandemia, è necessario possedere sistemi informativi sulla salute a livello nazionale che siano utili anche alla sorveglianza. In Italia invece, sottolinea, non siamo a questo livello: i dati di mortalità arrivano con notevole ritardo – quando invece sarebbe utile conoscere la distribuzione dei decessi per causa di morte, genere, età e area geografica – e non esistono sistemi tempestivi di monitoraggio dei quadri clinici che si presentano ai pronto soccorsi. “Serve una serie di sistemi che permettano di monitorare ciò che succede sul territorio e questi vanno costruiti quando non c’è l’emergenza”.  

È necessario poi caratterizzare il più possibile l’emergenza. “Se si tratta di un patogeno noto, come nel caso dell’influenza – sottolinea Salmaso –, sappiamo di possedere strumenti di controllo come i vaccini, ma necessariamente qualsiasi tipo di vaccinazione contro un patogeno specifico, richiede comunque del tempo prima di essere messa a punto e poi somministrata. Dunque, in caso di pandemia avremo una prima ondata in cui sicuramente si dovrà fare appello ad altri sistemi”. Pertanto si dovranno possedere strumenti come le mascherine, gli ospedali dovranno essere attrezzati a isolare le persone sospette di aver contratto l’infezione che causa la pandemia, dovranno esistere dei piani per mantenere la funzionalità dei servizi sanitari così da continuare a curare i pazienti che hanno bisogno di cure diverse rispetto a quelle richieste dall’eventuale emergenza in corso. Si tratta dei cosiddetti piani di continuità che un piano pandemico deve prevedere.

Altro elemento importante da considerare, secondo l’epidemiologa, è la definizione delle risorse. È necessario sapere quante persone devono essere impiegate in ogni singola azione della sorveglianza, della risposta, dell’accertamento. I servizi che normalmente si occupano del controllo delle malattie infettive durante una pandemia difficilmente saranno in grado di gestire ogni aspetto dell’emergenza, e dunque dovranno essere coadiuvati da altro personale che deve sapere come muoversi in quelle circostanze.  “Serve avere dunque una stima delle risorse necessarie – sottolinea –, ma bisogna conoscere anche come attivarle formalmente, di quanto possiamo incrementarle, dove possiamo attingerle e soprattutto, da un punto di vista epidemiologico, dovremmo possedere strumenti standardizzati che ci consentano di capire, per ogni caso, qual è stata l’esposizione potenziale. Oggi sappiamo genericamente che Covid-19 si trasmette per via aerea, e che quindi gli assembramenti sono ottime possibilità di esposizione e contagio, però non sappiamo dei due milioni di casi che si sono verificati in Italia quanti abbiano utilizzato i mezzi pubblici, o avuto occasioni di incontro collettivo, quanti l’abbiano contratto in famiglia o a scuola”. Salmaso osserva che i dati sono stati raccolti, ogni caso intervistato dall’azienda sanitaria locale di riferimento, ma l’assenza di uno strumento standardizzato non ha permesso di riunire tutte queste indagini epidemiologiche, che invece potrebbero favorire la comprensione dell’andamento dell’epidemia. “Tutto questo in un piano pandemico va disegnato, va previsto e ovviamente vanno previsti tutti i vari interlocutori che devono essere coinvolti. Non è affatto facile e non è detto che una pianificazione fatta a tavolino poi funzioni nel momento dell’emergenza”.  Per questo il piano deve essere simulato, valutato.

Ciò che ora dovrebbe essere prioritario non è la redazione di un nuovo piano pandemico, sulla scorta di quello che è successo, ma la valutazione di ciò che ha e non ha funzionato. Come spesso accade nel nostro Paese è un problema anche di governance, di coordinamento, di governo della risposta che non è semplice e richiede un lavorio tra le varie controparti”. La collaborazione, dunque, va cercata e trovata, ma sulla capacità di lavorare insieme intorno ai temi della salute pubblica, secondo Salmaso, serve fare “manutenzione” tutti i giorni.

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