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CoVid-19, dati e tamponi: l'Italia punta al modello coreano

“Per vincere dobbiamo attaccare il virus con tattiche aggressive e mirate” ha ribadito la scorsa settimana il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Gebreyesus, dopo aver invitato tutti i Paesi del mondo a fare “test, test, test”. Dopo l’avvio del programma di sorveglianza attiva in Veneto, anche a livello nazionale in Italia si assiste a un cambio di rotta sulle politiche di contenimento del coronavirus.

La scorsa settimana quattro ministeri (Mise, Mit, Miur, salute), l’Istituto Superiore di sanità e l’Oms all'interno del progetto Innova Italia hanno lanciato una call cui hanno risposto a centinaia le aziende dell’alta tecnologia e i centri di ricerca: l’obiettivo è di individuare “le migliori soluzioni digitali disponibili sul mercato per app di telemedicina e strumenti di analisi dati, e coordinare a livello nazionale l'analisi, l'adozione, lo sviluppo e l'utilizzo di queste soluzioni per il monitoraggio e contrasto alla diffusione del Covid-19", hanno spiegato dal ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Un gruppo di esperti (analisti di dati, economisti, giuristi) è stato incaricato di vagliare i progetti più adatti e fornire supporto al governo in questa nuova fase.

Il consulente straordinario del ministero della salute, Walter Ricciardi, ha spiegato che verranno utilizzate le celle telefoniche, i geolocalizzatori degli smartphone e i movimenti delle carte di credito per tracciare gli spostamenti delle persone. Si potrà così raccogliere informazione sui luoghi e i contatti frequentati da ciascun cittadino negli ultimi giorni per ricostruire gli eventi di esposizione al virus. Verranno inoltre raccolti dati anagrafici, sulle condizioni di salute e sulle attività lavorative di ciascuno. Dopo una fase di messa a punto che consentirà di apportare le modifiche necessarie, il governo punta a distribuire una o più app che tutti potranno usare per rendere disponibili i propri dati. Alcune regioni hanno già iniziato autonomamente a sperimentare diverse soluzioni di monitoraggio dati.

L’idea, anche se forse tardiva, è quella di seguire il modello della Corea del Sud, rivelatosi vincente: su una popolazione totale di 50 milioni di abitanti ad oggi i pazienti infetti sono stati circa 9300 e i decessi 140.

Il primo caso confermato di CoVid-19 in Corea risale al 20 gennaio: una donna cinese residente a Wuhan che ha mostrato i primi sintomi il 18 gennaio in Cina e che era arrivata all’aeroporto Incheon di Seoul il 19 gennaio. Altre infezioni sporadiche vengono registrate nel mese successivo, ma il primo focolaio consistente si accende a Daegu, la quarta città del Paese per numero di abitanti (quasi 2,5 milioni), tra il 18 e il 20 febbraio. Più di 100 persone appartenenti alla comunità religiosa di Shincheonji, un culto cristiano nato in Corea nel 1980. La maggior parte dei contagi viene attribuita al “paziente 31” che ha partecipato a un raduno nella Chiesa di Gesù, Tempio del Tabernacolo della Testimonianza. Si pensa le infezioni siano state contratte partecipando a un rito in cui veniva spruzzata acqua salata sulla bocca dei fedeli per proteggerli dal coronavirus. Il Centro coreano per la prevenzione e il controllo delle malattie (Kcdc) ha dichiarato più avanti che il 62,5% del totale delle infezioni coreane è attribuibile al contagio partito dalla comunità religiosa.

Il primo focolaio di CoVid-19 in Corea del Sud è partito da un gruppo di seguaci che hanno partecipato a un rituale religioso. South China Morning Post

Nonostante la Corea del Sud sia stato uno dei primi Paesi a essere colpiti dopo la Cina, la strategia di risposta, analoga a quella adottata a Singapore e Taiwan, ha consentito di evitare il totale blocco del Paese: il governo è intervenuto repentinamente nelle zone più colpite, dove ha chiuso scuole, università, biblioteche. Le attività produttive, commerciali e lavorative sono però rimaste attive nella stra grande maggioranza del Paese.

L’invito alla popolazione di evitare assembramenti (distanziamento sociale) e seguire le prescrizioni igienico-sanitarie (uso delle mascherine, disinfettanti, lavaggio delle mani) ha certamente trovato terreno fertile in una mentalità che mette il bene comune davanti all’interesse individuale.

Ma oltre a ciò è stata messa in atto una politica sanitaria che il governo ha riassunto in un acronimo, TRUST, che significa fiducia e che sta per Transparency, Robust Screening and Quarantine, Unique but Universally Applicable, Strict Control, and Treatment (Trasparenza, test massivi e quarantena, applicabili universalmente, controllo serrato e trattamento).

La strategia si articola in tre punti, interrelati tra loro. Il primo è un massiccio uso dei tamponi sulla popolazione sin dalla comparsa del primo focolaio; ciò ha consentito di conoscere il numero di infetti, anche asintomatici, e stare sempre un passo avanti al virus. Il secondo è il contact tracing, ovvero un tempestivo ricorso al tracciamento e all’analisi dei dati di chi è risultato positivo al test e di tutti i suoi contatti. Il terzo è un’organizzazione ospedaliera in grado di fornire cure a tutti i contagiati, sia i casi gravi sia quelli lievi, ospitati ciascuno in strutture adeguatamente attrezzate a seconda della severità della malattia.

Anche grazie al metodo del drive through la Corea ha effettuato test su centinaia di migliaia di persone. South China Morning Post

I tamponi vengono eseguiti sia a campione lungo le strade principali delle città, sia in centri dedicati dislocati su tutto il territorio nazionale. I cittadini si possono sottoporre al test su base volontaria: il metodo drive-through impegna l’automobilista per 10 o 15 minuti. La Corea del Sud ha sviluppato una capacità di circa 15.000 test al giorno e già al 20 marzo aveva ha compiuto più di 300.000 test.

Grazie all’utilizzo dei dati delle celle telefoniche, dei movimenti delle carte di credito e delle telecamere di sorveglianza vengono ricostruiti gli spostamenti dei positivi e i loro contatti, fino a 300 per individuo. Il tutto è facilitato dall’utilizzo di un’app scaricabile sullo smartphone, Corona 100m, che raccoglie queste tipologie di dati.

Vengono così individuate le aree che i potenziali trasmettitori della malattia hanno frequentato: ristoranti, teatri, cinema, luoghi pubblici. Quelle a rischio vengono disinfettate e segnalate sulle app. I dati vengono anche pubblicati su un sito gestito dall’istituto di sanità nazionale. Non si tratta di dati sensibili ma solo dell’età dei contagiati e i luoghi frequentati.

Chi ha bisogno di cure mediche viene ospedalizzato, chi è positivo ma in buona salute viene messo in isolamento fiduciario a casa propria o in strutture dedicate. Chi non è stato contattato e non ha sintomi ma volesse ugualmente sottoporsi al test può comunque farlo pagando circa 140 dollari. Se dovesse risultare positivo si vedrà restituiti i soldi spesi.

La Corea del Sud è uno Stato democratico che negli ultimi anni ha investito in ricerca e sviluppo tecnologico e che è riuscito a contenere l’epidemia senza dover ricorrere a misure draconiane o al lockdown del Paese. Ha puntando sull’apertura all’uso dei dati, sulla trasparenza ed è riuscita a costruire anche grazie a un’efficace comunicazione un clima di fiducia: quella reciproca tra cittadini, che osservano le regole e cedono i propri dati, e quella nei confronti delle istituzioni, che usano quei dati per il bene comune. In Occidente queste misure di contact tracing incontrano più resistenze anche per via di una maggiore inclinazione a preservare il diritto alla privacy. Una tematica importante che merita un approfondimento a parte.

La pronta reazione della Corea di fronte al Sars-CoV-2 deriva anche dalle esperienze passate di cui il Paese ha fatto tesoro. Nel 2009 ha affrontato l’influenza suina e nel 2015 la Mers (Middle east respiratory syndrome). La stessa app Corona 100m è un’elaborazione di una versione già impiegata nel 2015. Le istituzioni e la cittadinanza erano preparate e attrezzate ad affrontare un’altra epidemia. Allo stesso modo Hong Kong, Singapore e Taiwan hanno agito con prontezza contro Sars-CoV-2 anche perché nel 2003 hanno fronteggiato la Sars (Severe acute respiratory syndrome).

Appena ricevuta notizia del focolaio di Wuhan le aziende di biotecnologie coreane non hanno perso tempo e hanno iniziato a produrre i materiali per i test diagnostici, che sono stati eseguiti in dosi massive ma mirate sulla popolazione. Il ministero degli esteri coreano ha dichiarato che altri 47 Paesi hanno richiesto di importare il test diagnostico.

Ad oggi la Corea ha effettuato circa 400.000 test: il campione considerato è ampio e per questo i dati coreani possono essere considerati affidabili. Kim Woo Ju, professore di malattie infettive, Korea University College of Medicine, a Seoul, ha dichiarato in un’intervista che al 24 marzo in Corea gli asintomatici capaci di trasmettere la malattia si assestavano intorno al 20%. Per quanto riguarda il tasso di letalità, compreso tra il 2% e il 3% a livello globale, si sono osservate notevoli variazioni per fasce d’età. Negli ottantenni il tasso di letalità è dell’11,6%, tra i settantenni del 6,3%, tra i sessantenni dell’1,5%, nei cinquantenni dello 0,5%. Due soli pazienti sotto i 40 anni sono deceduti in Corea e il 90% dei decessi è stato nella fascia over 60.

Ora che i nuovi casi all’interno del Paese sono calati dall’inizio dell’epidemia, la Corea sta facendo i tamponi a coloro che rientrano dagli Stati Uniti e dall’Europa. I passeggeri vengono tenuti in isolamento in strutture dedicate fino al risultato del test. Laddove positivi vengono trasferiti nei centri di trattamento, altrimenti tornano a casa in isolamento fiduciario per due settimane, con un app installata nel telefono che indica loro come comportarsi. Oggi in Corea il 90% delle scuole ha ripreso la regolare attività.

La prima risposta italiana all’epidemia da CoVid-19 è stata calibrata sul modello cinese. Le condizioni iniziali erano ritenute analoghe: i focolai sono partiti in aree ad alta produttività e densamente popolate, Wuhan in Cina, la Lombardia in Italia. Mentre la Cina è arrivata a sigillare i condomini di Wuhan nella fase di crescita esponenziale del contagio, in Italia si è storto il naso di fronte alla prospettiva di chiudere le attività produttive e commerciali, come testimoniano a fine febbraio l’hashtag e le prime pagine dei giornali Riapriamo Milano. Un articolo pubblicato sulla Harvard Business Review denuncia il ritardo, figlio dell'iniziale sottovalutazione del nemico, con cui sono state messe in atto le misure restrittive italiane, e la lenta progressività che le ha contraddistinte. Viene invece menzionato come nota positiva l'approccio proattivo del Veneto.

La strategia italiana non è dunque stata pari a quella cinese: è stata una brutta copia della strategia cinese. Allo stesso modo ora, se si vuole imboccare la strada seguita dalla Corea, c'è da aspettarsi che repliche parziali non avranno la medesima efficacia dell'originale.

Oggi già sappiamo che la strategia coreana è difficilmente applicabile in Lombardia, dove le infezioni hanno già superato le capacità di copertura dei test diagnostici e in alcuni casi drammaticamente hanno superato anche le capacità ospedaliere, soprattutto a Bergamo e Brescia. Per il resto d’Italia però non è troppo tardi per mettere in atto misure aggressive nei confronti del virus, che facciano ricorso all’analisi dei dati, al tracciamento dei contatti (privacy permettendo) e a un uso massivo e mirato dei test fintanto che la disponibilità dei materiali lo permette, anche se la quantità di reagenti su scala nazionale sembra essere il tasto più delicato. Vanno inoltre potenziate le squadre di operatori sanitari che intervengono sul territorio, casa per casa. Il virus non si combatte solo negli ospedali, il caso lombardo lo illustra in un modo tristemente chiaro.

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