CULTURA

Covid-19: il forse, Leopardi e la scienza

Forse la malattia Covid-19 condizionerà per anni la vita della comunità di donne e uomini sapiens sul pianeta Terra. La previsione è abbastanza certa. Premettere l’avverbio “forse” allerta il lettore sulla presenza di molte variabili rispetto alla successiva concreta verifica. Innanzitutto riguarda il futuro, incerto per definizione.

“Malattia” è poi cosa diversa da pandemia e per ora siamo in piena pandemia, si presume che la pandemia possa essere sconfitta da distanziamento, cure e vaccino, ma che la malattia resti fra di noi. Il numero di “anni” di convivenza con la malattia sarà inoltre diverso dai millenni di convivenza con il coronavirus Sar-Cov2, entrambi i numeri ormai dipendono da complessi comportamenti umani, individuali e collettivi, e pertanto va correlato a molteplici differenti scenari ecologici, sanitari, sociali, geopolitici, istituzionali.

Si suppone infine che la comunità umana possa essere considerata unitaria anche in futuro, divisa per Stati ma non tutti in guerra fra loro, senza che i cambiamenti climatici antropici globali abbiano indotto ulteriori irreversibili collassi e che siano stati raggiunti tutti i confini planetari. Premettere alla previsione l’avverbio sembra dunque davvero cosa opportuna, aiuta a mantenere criticità e domande di fronte ad affermazioni apparentemente certe o altamente probabili.

Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito

Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”. Bella frase. Abbastanza condivisibile. Se la cliccate su un motore di ricerca vedrete che è attribuita a Giacomo Leopardi. Se anelate un riferimento al testo o all’occasione in cui l’abbia scritta o detta, magari piccolo e fra parentesi, non trovate nessuna indicazione. Avevo un dubbio istintivo sull’attribuzione virgolettata: la quantità di citazioni false è quasi infinita; quelle falsamente attribuite a Leopardi enorme; che Leopardi designasse prosaicamente una parola “più bella” di tutte le altre urtica un poco; sull’infinita ricerca dell’infinito il poeta ha in genere preferito farci arrivare o illudere da soli, con innumerevoli aggettivi di senso.

Conosco certo l’uso frequente del “forse” in tanti meravigliosi Canti e Operette morali, più volte nello stesso componimento o dialogo, spesso a inizio verso o frase, e intuisco che l’insistenza sul termine non era casuale, per quel poco che forse capisco di Leopardi. Ho svolto un’artigianale ricerca testuale sulle principali opere e sulle lettere di Leopardi. La frase non l’ho trovata, presumibilmente non c’è.


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Immagino che ci sia qualche studio accurato sul “forse” in letteratura, sul “forse” in Leopardi (certo il grande Walter Binni vi accennò spesso), sulla specifica frase che ho messo sopra per esteso. Se lo avete effettuato, se ne conoscete qualcuno, fatevi avanti per cortesia!

Ho provato intanto ad approfondire, senza ausilio di biblioteche e algoritmi. Nei vocabolari, nei dizionari e nelle enciclopedie alla definizione di “forse” quella frase non è mai associata. Ho sfogliato di nuovo, dopo tanto tempo, un vecchio volume di Elena Spagnol che risale al 1983, con uno straordinario repertorio di citazioni: Leopardi è fra i dieci autori più ripresi, la parola “forse” non c’è.

Invece, online il combinato disposto di “forse” e “citazioni” consegna innumerevoli riferimenti alla frase come espressione del pensiero di Leopardi. La trovate firmata sui blog sia di citazioni che di frasi, su siti di musica o pittura che incidentalmente abbisognano dell’avverbio o del poeta, su immagini di epigrafi social che scandiscono il testo con caratteri e fondali roboanti. Quasi tutti intestano le espressioni al poeta, talora inserendo puntini circa a metà, come se non fosse un passo unico ma la somma di due frasi recuperate in luoghi letterari leopardiani non consecutivi (a posto dei tre puntini nel presunto originale potrebbero risultare pagine o righe, anche solo un altro termine), si fa così fra colti e accademici: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezzePerché non cerca la fine, ma va verso l'infinito”.

Nel dibattito apertosi su Repubblica@Scuola relativo alla frase che gli studenti amano di più tra tutte quelle scritte negli anni dal grande poeta recanatese (dopo il bel film di Mario Martone sul “giovane favoloso”), decine fra centinaia propendono per la frase sul “forse”; di cosa sia indice è difficile dire, comunque non necessariamente di cose esclusivamente brutte; almeno si capisce che interrogarsi sul “forse” è attuale e moderno. Fra le immagini, a onor del vero, qualcuna, una minuscola percentuale, ha un pudico netto chiarimento dopo il solito testo: “citazione falsamente attribuita a Giacomo Leopardi”.

Conto sul fatto che, prima o poi, da qualche parte si faccia la storia di chi ha veramente detto o scritto l’interessante frase, in che luogo-anno-contesto, sociale o letterario, magari qualcun altro narrerà pure la vicenda del nesso con Leopardi, se originario o successivo, e perché ha avuto tanto successo. Tante sono le affermazioni improprie che gli sono attribuite, poi s’infiltrano nell’immaginario verboso di molti e serve una permanente opera di debunkizzazione, ovvero di smascheramento delle affermazioni false, inesatte o esagerate. Vale anche per le fake news e vale, diversamente, per gli studi scientifici.

Forse è un avverbio che esiste in tutte le lingue di origine indoeuropea almeno da qualche secolo

Forse è un avverbio che esiste in tutte le lingue di origine indoeuropea almeno da qualche secolo, pur con un percorso formativo del lemma non sempre coincidente: perhaps, peut-être, vielleicht, talvez, tal vez, ecc. Nella lingua italiana, dovrebbe risalire alle origini, al Duecento, e dovrebbe derivare dai latini forsit (sorte, destino) e sit. Indica un dubbio, una probabilità, un'approssimazione. Il verbo al condizionale è talvolta un altro modo di mettere un implicito “forse”. Gli avverbi hanno la funzione semantica di modificare e correggere il significato formale di un verbo, di un aggettivo, di un sostantivo, di un altro avverbio, riducendone o accentuandone la nostra percezione sostanziale. Diciamo che usare esplicitamente il “forse” attenua la certezza dei termini o della frase che l’accompagnano. Non siamo sicuri di qualcosa che stiamo trattando, per il passato, per il presente o ovviamente per il futuro, lo dichiariamo preventivamente utilizzando l’avverbio. Poi ci possono essere tante sfumature, nella realtà e nella finzione. Può trattarsi di uno stato proprio e di una descrizione aperta, oppure di una forma retorica.

Molti di noi fanno frequente uso del “forse”, altri spropositato, altri raro, altri nessuno. L’avverbio possiede, infatti, una forte versatilità sia per le sincere intenzioni di chi parla-scrive sia per il discernimento strumentale di chi ascolta-legge. Rischia di gettare nell’incertezza ogni nostro contributo alla conoscenza reciproca e generale. Non sono rari, così, gli usi retorici del “forse”, perlopiù e non a caso nelle frasi interrogative, per attenuare il contrasto nella conversazione o raggiungere l’effetto opposto di convincere ancor di più della giustezza dell’argomentazione: mi sono forse mai lamentato? Oppure: non ho forse ragione? Avverbi contrari sono certamente, sicuramente, senza dubbio; il sinonimo è incerto, si collega all’essere in forse, all’indugiare, titubare, rallentare nel comunicare le proprie conoscenze, sicché quando ci sono di mezzo scienze matematiche e statistiche il “forse” può essere sostituito da un “circa” o da un più consono “probabilmente” accanto al numero indicato.

Un approccio scientifico alle cose della vita ha un gran bisogno dell’avverbio “forse”. Visto che si sta rivalutando il ruolo della scienza nella dialettica politica del prendere decisioni, non sarebbe male che i rappresentanti delle istituzioni pubbliche e delle associazioni private inserissero più spesso il “forse” nelle loro frasi secche e identitarie, evitando invece il diffuso tono scientista. Con il breve avverbio si garantirebbero forse maggiori coerenza delle parole e isomorfia dei comportamenti.

Ogni scienza conosce i propri limiti, sa che non può dare risposte assolute e definitive. Gli scienziati non possono diventare un clero laico, sostituti di Dio in Terra; è successo nella storia o nella cultura e son stati violenti guai. Come noto, esistono due concetti cardine che vengono spesso confusi: il pericolo (danger, hazard), che è la proprietà intrinseca di poter produrre effetti dannosi, e il rischio (risk) che implica un’opzione che può essere semplicemente accettata o direttamente imposta. La bomba sotto al tavolo del film di Hitchcock, sconosciuta agli astanti seduti e visibile al pubblico cinematografico, induce un senso di reale paura e pericolo in noi che pure non corriamo rischi. Il rischio è una cosa molto diversa dalla conoscenza scientifica, e nella sua valutazione entrano componenti che hanno a che fare poco con la scienza. Sarebbe bene, però, che ricercatori, divulgatori, giornalisti, politici distinguessero bene tra la scienza e le applicazioni delle conoscenze scientifiche.

Quel che viene dalla conoscenza scientifica ha sempre un “forse”, esplicito o implicito

L’idea che la conoscenza scientifica e la singola disciplina detengano verità assolute è stata molto spesso propagandata (talora da scienziati di una disciplina a monito delle altre discipline, o per ignorarle) ed è sbagliata. La ricerca scientifica appare per definizione provvisoria, in divenire, e richiede di mettere continuamente in dubbio ciò che si è acquisito, farsi domande, andare ad approfondire, dibattere con altri punti di vista e altre discipline, correggere. Il disaccordo all’interno della stessa comunità di ricercatori è un elemento costitutivo del processo che porta alla verifica e alla costruzione di un consenso sull’ipotesi conoscitiva o sul “dato”. Ciò che differenzia l’approccio scientifico dalle altre comunità è che tende a dotarsi di un metodo e di regole condivise per raggiungere conoscenza condivisa. Il metodo richiede tempo esteso e applicazione rigorosa. Pure per questo sarebbe ora di garantire un’alfabetizzazione scientifica permanente e aggiornata a chi ha incarichi pubblici e giornalistici e poi, anche a noi lettori, ascoltatori, cittadini. E forse arricchire di alfabetizzazione comunicativa gli stessi scienziati, soprattutto quando enunciano certezze con enfasi propagandistica, come talora accaduto durante la diffusione della malattia e della pandemia Covid-19.

Quel che viene dalla conoscenza scientifica ha sempre un “forse”, esplicito o implicito, un carattere provvisorio e manipolabile, diversamente applicabile. Vale addirittura per i “dati scientifici”. Non tutto però è incerto allo stesso modo, per questo è bene non usare sempre il “forse”. Appare affidabile dare qualcosa per scontato: 2 + 2 = 4, la retta è il modo più rapido di congiungere due punti. Abbiamo verificato che queste stesse affermazioni possiedono un minimo di relatività, nella finzione o nella realtà, non valgono proprio comunque in ogni contesto. Usiamole. Senza dubbio.

Continuiamo a fare tranquillamente matematica e geometria, con l’ausilio della fisica, non è mettendo lì un “forse” che aiutiamo informazione e conoscenza. Risulta interessante come hanno risolto la questione nei loro pluriennali Report (finora 5, nel 2021 il sesto) le migliaia di ricercatori di tutti i paesi del mondo che usano lo stesso metodo nei propri uffici e laboratori, per lo stesso obiettivo destinato pure ai decisori politici, a decine di migliaia di chilometri di distanza, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Le terminologie che hanno concordato nella comunicazione della “certezza”, per indicare l’affidamento o la presunzione di affidabilità di un determinato risultato dello studio o la probabilità del verificarsi futuro di un fenomeno descritto in materia di cambiamenti climatici, hanno due scale graduate. La prima misura il grado di conferme nella correttezza delle varie affermazioni: very high confidence (almeno nove chance su dieci), high, medium low, very low confidence (meno di una chance su dieci). La seconda indica la probabilità di un nesso causale tra fenomeni o dell’attesa di un singolo fenomeno: virtually certain (almeno 99 probabilità per cento), very likely, likely, about as likely as not (quella più vicina al significato pieno del “forse”), unlikely, very unlikely, exceptionally likely (meno di 1 probabilità per cento). Replicabile, forse.

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