SCIENZA E RICERCA

L’editoriale. Buoni o cattivi per natura: l’eterno dilemma

Richard Wrangham è un importante primatologo, antropologo e insegna e fa ricerca all’università di Harvard. Nel 2019 ha scritto la sua ultima opera, molto interessante: Il paradosso della bontà. La strana relazione tra convivenza e violenza nell’evoluzione umana (Bollati Bonighieri, 2019).

Già il titolo dice già tutto: il libro ruota attorno a una domanda filosofica e scientifica. Insomma: siamo buoni o cattivi per natura noi esseri umani? Wrangham riprende questa dicotomia e la lega ai nostri parenti più o meno stretti: gli scimpanzé e i bonobo. In quella radice evolutiva c’è già la contraddizione: i bonobo si sono separati e hanno sviluppato delle caratteristiche pro-sociali, divenendo meno aggressivi e aumentando le interazioni con il gruppo. Sostiene Wrangham che noi esseri umani abbiamo preso molto dai bonobo: sia noi che loro abbiamo la sindrome di addomesticazione, un’auto-selezione a favore della socialità. Ma si nota ancora che nella storia sociale è ancora presente una forte componente di violenza che l’autore rimanda alla nostra altra radice evolutiva, quella, appunto, degli scimpanzé. Noi viviamo questa ambivalenza, questa ambiguità. Secondo l’autore la nostra parte violenta viene calmata solo attraverso un controllo sociale derivante dalle sanzioni, dalle punizioni. E qui Wrangham lancia una tesi molto controversa: in particolare – dice Wrangham – nella storia umana la sanzione che ha fatto la differenza è stata proprio l’uccisione del deviante, dell’individuo anti-sociale. È l’ipotesi dell’esecuzione, come fattore evolutivo. La tesi ha ovviamente suscitato molte polemiche per svariati motivi. C’è di certo che Wrangham non volesse giustificare la pena capitale in chiave biologica o evolutiva. 

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