SPAZIO SALUTE

L'influenza venuta da Hong Kong

Nel maggio 1968 in Francia la rivolta degli studenti e degli operai segnò una pagina chiave nella storia recente. Nelle stesse settimane però qualcosa di altrettanto importante accadeva a migliaia di chilometri da Parigi: in Cina iniziava a diffondersi un nuovo virus, un’influenza aviaria. Lentamente si sarebbe diffuso prima in Asia e poi in Europa. Alla fine avrebbe fatto circa un milione di morti, senza però suscitare il terrore collettivo, né le drastiche misure di prevenzione che conosciamo oggi.

Gli uomini hanno costruito un ambiente fisico e sociale, sulla terraferma e in mare, che ha alterato radicalmente i modi in cui i virus evolvono e si diffondono”. Questo è il messaggio di Rob Wallace nel libro Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Influenza, Agribusiness, and the Nature of Science.

Riprese e montaggio di Elisa Speronello

Per esempio, nel 2006 si scoprì che il virus H5N1 aveva ucciso sei cigni selvatici, esaminati dall'Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Legnaro, in Provincia di Padova, in cui allora lavorava la virologa Ilaria Capua, che immediatamente mise a disposizione di tutta la comunità scientifica i dati sul virus, per accelerare la ricerca e prevenire danni maggiori, poiché il virus H5N1 può essere trasmesso dagli uccelli all’uomo. E, in quel caso, fummo fortunati perché, grazie alle misure di prevenzione e agli interventi sui focolai di allevamenti infetti, il bilancio dei morti fu molto modesto: 113 in Indonesia, 52 in Vietnam, 22 in Cina.

Purtroppo fin da allora il virus H5N1 ha effettuato una serie di salti di specie, acquisendo la capacità di contagiare anche gatti e topi, trasformandosi quindi in un problema di salute pubblica molto più preoccupante. La capacità del virus di infettare i maiali è nota, quindi la promiscuità di esseri umani, maiali e pollame negli allevamenti è considerata un fattore di rischio elevato.

Il Covid-19 non viene dagli uccelli (i pipistrelli sono mammiferi) ma il pericolo di nuove epidemie resta, soprattutto a causa del sistema di allevamenti intensivi studiato da Rob Wallace, dove milioni di animali sono confinati insieme, in condizioni pessime e a stretto contatto con l’uomo. Quando l’epidemia attuale sarà finita non dovremo preoccuparci solo di tornare ad assumere medici e infermieri, o di aumentare i posti in terapia intensiva, ma dovremo anche ripensare il modo in cui funziona l’industria agroalimentare se non vogliamo essere colpiti da un qualche altro virus ancora più letale.

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SPECIALE Pandemie nella storia, di Fabrizio Tonello

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