SOCIETÀ

Scienza d’inchiesta #4: verso nuovi metodi per crediti e compensazioni

L’inchiesta giornalistica pubblicata su The Guardian, Die Zeit e Source Material, appoggiatasi sui risultati di tre lavori scientifici pubblicati, non è rimasta inascoltata. Verra, azienda titolare delle metodologie più usate al mondo per certificare progetti forestali di compensazione delle emissioni e assegnare loro crediti carbonici, ha annunciato che da luglio 2025 abbandonerà e rimpiazzerà tali metodologie. L’alleanza tra lavoro giornalistico e scientifico aveva rivelato che più del 90% dei crediti analizzati nell’inchiesta non corrispondevano ad alcun reale beneficio per l’ambiente.

“Dobbiamo andare oltre gli approcci attuali e lo stiamo facendo” ha dichiarato Julie Baroody, responsabile per i programmi forestali di compensazione di Verra. “Per adesso, difenderemo tutte le nostre metodologie come le migliori a disposizione, con le revisioni che abbiamo fatto nel corso degli anni. Ne rivedremo alcune parti andando avanti fino a che non avremo una nuova metodologia a disposizione. A quel punto abbandoneremo quelle attuali”.

Kenya

Le compensazioni gonfiate dei progetti forestali oggetto dell’inchiesta non sono stati l’unico grattacapo che Verra ha dovuto gestire. L’azienda statunitense ha infatti sospeso l’assegnazione di crediti di carbonio anche un progetto basato in Kenya che durante la COP27 di Sharm el-Sheikh era stato premiato con il prestigioso Triple Gold dalla Climate Community and Biodiversity Alliance e elogiato come “esemplare” dal presidente del Kenya William Ruto.

Un’indagine svolta da Survival International, un gruppo di difesa dei diritti delle popolazioni indigene, ha rivelato che il Northern Kenya Grassland Carbon Project non era in grado di conteggiare in modo affidabile le emissioni che avrebbe dovuto compensare.

Survival International ha mostrato più di 100 rilievi sollevati dai revisori del progetto, terzi rispetto sia ai certificatori (Verra) sia ai titolari (il gruppo kenyota Northern Rangelands Trust, NRT). Il progetto inoltre impattava negativamente sulle pratiche pastorali indigene conservate da lungo tempo.

La riduzione delle emissioni sarebbe dovuta avvenire proprio grazie a un’attenta gestione dei pascoli in un’area di quasi 2 milioni di ettari (il 10% della superficie del Kenya), all’interno della quale vivono gruppi pastorali come i Borana, i Turkana e i Samburu, ma che è anche sede turistica di numerosi safari. NRT definiva il suo il più grande progetto di rimozione del carbonio al mondo e prometteva un assorbimento di 50 milioni di tonnellate di CO2 in 30 anni, un valore triplo alle emissioni annuali del Kenya.

Tale risultato sarebbe stato ottenuto semplicemente controllando dove bovini e capre avrebbero pascolato, in modo tale da favorire la crescita di vegetazione nelle aree delimitate dal progetto. “È un modo davvero strano per fare qualcosa che le popolazioni indigene hanno sempre fatto” ha commentato Simon Counsell, un consulente che ha raccolto dati per Survival International.

Il fatto è che una volta stabiliti i confini del pascolo da monitorare, i gestori del progetto non erano in grado di controllare cosa avvenisse al di fuori di quei confini: il bestiame poteva tranquillamente mangiare le piante poco più in là vanificando la capacità di rimozione del carbonio di quelle all’interno delle aree delimitate. Il problema è ben noto nel settore ed è chiamato leakage, che significa “perdita”: nel conteggio qualcosa sfugge, viene perso.

Ancora una volta, i crediti assegnati alla capacità di rimuovere CO2 dall’atmosfera non corrispondevano a una reale rimozione di CO2 in grado di compensare le emissioni prodotte dall’altra parte del mondo da aziende quali Netflix e Meta, che hanno acquistato i crediti del progetto kenyota.

Non solo Verra, il problema è più vasto

Verra non è nemmeno l’unico ente certificatore che ha riscontrato questo genere di critiche. Secondo quanto riporta Bloomberg, South Pole, una compagnia svizzera che ha raggiunto una valutazione da 1 miliardo di dollari, è stata accusata di aver assegnato molti più crediti di quante emissioni siano state effettivamente compensate al progetto Kariba, che rivendicava di salvare nello Zimbabwe una foresta delle dimensione di Porto Rico.

Troppo spesso grandi aziende ricorrono al sistema delle compensazioni per evitare una più radicale revisione dell’impatto delle proprie attività, agitando una sostenibilità che in larga parte non c’è.

L’attenzione nei confronti di chi pubblicizza i prodotti o servizi “climaticamente neutrali” sta però crescendo. L’organizzazione ambientalista no profit Client Earth ad esempio l’anno scorso ha denunciato la compagnia aerea olandese KLM per la pubblicità “vola responsabilmente” che rivendicava la sostenibilità dei propri voli, grazie alle compensazioni che i clienti possono decidere di acquistare. Si tratterebbe invece, secondo l’accusa, di un raggiro dei consumatori.

Lo stesso ha fatto l’ente olandese regolatore della pubblicità nei confronti del colosso petrolifero Shell, che sosteneva di compensare tutte le emissioni derivanti dalle proprie attività petrolifere.

La direttrice del Berkeley Carbon Trading Project, Barbara Haya, ha recentemente condotto uno studio pubblicato a marzo 2023 sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change che ha considerato più di 300 progetti di compensazione diffusi in tutto il mondo e che corrispondono all’11% del mercato globale delle compensazioni volontarie. Tra i problemi più frequenti nelle applicazioni dei protocolli i ricercatori hanno individuato non solo le perdite (i leakage), ma anche i confronti (le baselines), ovvero le stesse problematiche riscontrate dai lavori pubblicati dai due gruppi internazionali di ricercatori che hanno ispirato le inchieste giornalistiche del Guardian, Die Zeit e Source Material.

“Raccomandiamo miglioramenti specifici ai protocolli in modo da avere stime più accurate dell’impatto dei progetti” scrivono nel loro lavoro Haya e colleghi.

Intanto, a fine marzo, l’Integrity Council for Voluntary Carbon Market (ICVMC) ha annunciato che a maggio saranno pubblicati nuovi standard da tenere come riferimento nell’acquisto di crediti per compensare le emissioni di carbonio.

Per ottenere questo bollino di qualità, compagnie come Verra, ma anche Gold Standard e American Carbon Registry dovranno fare di più per dimostrare come i loro crediti sono stati generati, documentare con metodologie scientifiche che le emissioni rivendicate sono state effettivamente ridotte e che nel farlo non sono stati violati diritti umani.

“Ci sono crediti che sono solo aria fritta (hot air) e altri che sono veramente buoni crediti” ha dichiarato al Guardian Nat Keohane, economista e presidente del Center for Climate and Energy Solutions nonché consulente senior di ICVCM. “Il problema fondamentale che ora abbiamo in questo mercato, che gli impedisce di apportare benefici e di crescere a un livello che sia d’impatto per il clima, è che è molto difficile fare questa distinzione”.


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