SCIENZA E RICERCA

Covid-19, ecco cosa spiega lo studio effettuato a Vo'

Dallo scorso weekend lo studio scientifico compiuto a Vo’ dal team guidato dal professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell'università di Padova, è disponibile in pre-print sull’archivio MedRxiv. Il lavoro è ancora sotto il vaglio di Nature, ma ha passato già il primo step di revisioni e la rivista, per l’eccezionalità dei dati e la loro pubblica utilità, ha acconsentito a renderlo accessibile in via preliminare.

Il dato più importante che emerge dal lavoro, di cui si era già ampiamente discusso e su cui si sono consumate polemiche scientifiche e istituzionali, riguarda la percentuale di asintomatici, ovvero gli individui che sono positivi al Sars-Cov-2, possono trasmetterlo, ma non sanno di averlo in quanto non manifestano i sintomi della malattia. Uno studio uscito su Science il 16 marzo già stimava con un modello l’ampia percentuale di infezioni non documentate. Ora lo studio di Crisanti conferma che su una popolazione reale, quella di Vo’, di 2.800 individui al primo campionamento (effettuato a fine febbraio, dal 21 al 29) e di 2.300 al secondo campionamento (effettuato il 7 marzo), era asintomatico il 43% dei positivi al virus. Il dato era già stato anticipato e aveva spinto la Regione Veneto a puntare su una campagna di tamponi per anticipare gli spostamenti del virus. Ad oggi il Veneto ne ha compiuti circa 268.000, ha raggiunto un ritmo di 7.000 tamponi al giorno, grazie all'acquisto di una nuova macchina per le analisi, e ha effettuato 55.000 tamponi per ogni milione di abitanti. La media italiana è 28.000, quella tedesca 20.000 e quella francese 7.000.

Il 21 febbraio all’ospedale di Schiavonia viene registrato il primo decesso per CoVid-19 in Italia. Il paziente 77enne è di Vo’ e la cittadina di quasi 3.300 abitanti viene messa in quarantena, dal 23 febbraio all’8 marzo. Durante questo periodo l’intera popolazione di Vo’ è stata sottoposta a tamponi nasofaringei per fotografare il grado di diffusione del contagio.

Lo studio di Crisanti, cui ha collaborato l'Imperial College di Londra e uno statistico dell'università di Oxford, mostra non solo l’efficacia delle misure di distanziamento sociale nell’interruzione della catena di trasmissione del contagio, ma anche la necessità di un intervento di tracciamento tempestivo dei casi e dei loro contatti, seguito da eventuale isolamento. Se l’indice riproduttivo del virus R0, ovvero il numero di individui che ogni positivo infetta, era circa 3 l’ultima settimana di febbraio, è stata registrata, l’8 marzo, una discesa a 0,1. Le misure di contenimento a Vo’ hanno dunque ridotto l’infezione di un valore compreso tra l’89% e il 99%.

Alla conferenza stampa della Regione Veneto tenuta il 21 aprile presso la sede della Protezione Civile di Marghera, Crisanti ha evidenziato come lo studio di Vo’ sia “un modello anche per il futuro, perché se ci sarà un nuovo focolaio sapremo esattamente cosa fare. Questa è una lezione che via via stanno imparando tutti: la ricetta per eliminarlo è quella che noi abbiamo tracciato”.

Lo studio di Vo’ è stato giustamente definito un esempio internazionale. Ora abbiamo l'ambizione di ottenere una visione ancora più grande di questo virus Rosario Rizzuto - rettore Università di Padova

"Lo studio di Vo’ è stato giustamente definito un esempio internazionale" ha dichiarato il rettore dell'università di Padova Rosario Rizzuto, "abbiamo una popolazione interamente studiata, abbiamo capito quanto frequenti sono gli asintomatici, abbiamo ricostruito le catene di contagio, anche all'interno degli ambienti ristretti".

Al primo campionamento, che ha coperto circa l’86% degli abitanti del paese dei colli Euganei, era stata trovata positiva il 2,6% della popolazione (73 persone), un’enormità l’ha sempre definita Crisanti, contando che si trattava dell’inizio della curva dei contagi. Al secondo campionamento, cui si è sottoposto volontariamente il 71% del paese, i positivi erano l’1,2% della popolazione (29 persone), e i nuovi infetti lo 0,3% (8 persone). Al primo campionamento 30 delle 73 persone erano asintomatiche (il 41%), mentre al secondo lo erano 13 delle 29 (quasi il 45%). Degli 8 nuovi casi, 5 erano asintomatici.

L’analisi dei contatti e della catena di trasmissione ha rilevato che quasi tutti i nuovi infetti hanno contratto il virus da individui, alcuni sintomatici altri asintomatici, che avevano incontrato prima del lockdown o con cui condividevano uno spazio domestico. Lo studio evidenzia che la probabilità di infettarsi stando a contatto con un individuo positivo all’interno dello stesso spazio domestico è di circa l’85%.

Altri dati interessanti emergono dal lavoro: le analisi genetiche (RT-PCR) dei campioni virali nasofaringei hanno mostrato che la carica virale registrata sui cittadini di Vo’ non differisce in modo sostanziale tra sintomatici e asintomatici, a conferma di quanto già osservato nello studio che ha fatto risalire al 1° gennaio il primo caso di CoVid-19 in Lombardia e a conferma della contagiosità degli asintomatici. I ricercatori hanno anche rilevato che la trasmissione dell’infezione può avvenire prima che un paziente manifesti sintomi della malattia: sono i cosiddetti pre-sintomatici.


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Un altro dato che merita approfondimento è che nessuno dei 234 bambini al di sotto dei 10 anni, 13 dei quali hanno vissuto a contatto con positivi in grado di trasmettere l’infezione, è risultato positivo al virus. Questo dato avvalora l’ipotesi (ancora da verificare) che i più piccoli possano essere immuni al contagio per via del fatto che potrebbero non aver sviluppato ancora un numero sufficiente di recettori (Ace2), che costituiscono la porta di ingresso per il virus.

Anche l’analisi delle fasce d’età restituisce informazioni preziose: fino ai 50 anni la prevalenza dell’infezione si assesta intorno all’1.5%. Molto più colpiti sono gli ultra cinquantenni, fascia in cui la prevalenza triplica il suo valore. Il 17% dei positivi ha avuto bisogno di ospedalizzazione: uno solo di questi aveva meno di 50 anni. Anche i primi dati provenienti dalla Cina suggerivano che gli ultra sessantenni fossero la categoria più colpita, ma dalla prima ondata di contagi che ha colpito gli Stati Uniti si è capito che anche i più giovani sono a rischio: a metà marzo negli Usa il 20% dei pazienti ospedalizzati era compreso tra i 22 e i 44 anni.

Restando a Vo', si è visto anche che più di due terzi di coloro che sono risultati positivi al primo campionamento sono risultati guariti dall’infezione al secondo campionamento. La media del tempo di guarigione è di poco superiore ai 9 giorni. Anche a Vo’ gli uomini sono risultati più colpiti delle donne, mentre non sono state trovate significative correlazioni tra il CoVid-19 e altre condizioni patologiche come diabete, ipertensione, altre malattie vascolari e respiratorie e trattamenti ad esse associate.

Gli effetti positivi dell'isolamento si sono visti anche sui dati relativi all’intervallo seriale, ovvero il tempo che intercorre tra il presentarsi di un caso e l’altro nella catena di trasmissione dell’infezione: era stato stimato di 6,9 giorni prima della quarantena, in accordo con quanto osservato anche in Lombardia nei comuni del lodigiano, mentre è salito a 10,2 giorni al termine del lockdown.

Una ricostruzione generale dell’andamento dell’epidemia stima che il 4,4% della popolazione di Vo’ sia entrata in contatto con il virus e colloca il primo caso a Vo’ addirittura nella seconda metà di gennaio, un mese più indietro rispetto alla morte del 77enne all’ospedale di Schiavonia, avvenuta il 21 febbraio. In Lombardia del resto è stato mostrato che il virus era presente almeno già dal 1 gennaio.

Dallo studio di Crisanti, finanziato dalla Regione Veneto, dal Medical Research Council (MRC) e dal Department for International Development del Regno Unito e dal programma EDCTP2 dell’Unione Europea, emergono elementi importanti, su tutti la percentuale di asintomatici, al 43%, e la loro capacità di trasmettere l’infezione. Ma rimangono anche molte domande aperte. Andrà sicuramente indagata più a fondo la risposta dei bambini e la loro capacità di resistere all’infezione. Ma non solo.


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“Nelle famiglie c'erano persone malate e persone che non si sono mai ammalate, indipendentemente dall'età. Abbiamo visto persone che sono guarite subito e persone che invece sono rimaste positive per tantissimo tempo” ha riportato Andrea Crisanti in conferenza stampa il 21 aprile. “Questa infezione non è uguale per tutti. C'è qualcosa che ancora non capiamo, sia dalla parte del virus sia dalla parte dell'organismo e delle sue capacità di risposta. Ci sono persone che rimangono positive per 8 settimane, non sappiamo perché. È una domanda scientifica cui vogliamo dare risposta”.

È per questo che a Vo’ partirà nei prossimi giorni quella che potremmo definire la fase 2 dello studio scientifico. “L'obiettivo è quello di sequenziare il genoma di ogni singolo abitante di Vo’. Vogliamo verificare se la suscettibilità o la resistenza alla malattia sono associate a certi marcatori genetici o particolari varianti di geni. Questa sarebbe un’informazione formidabile, perché ci permetterebbe di identificare le persone che sono potenzialmente resistenti o potenzialmente molto suscettibili, capire quali caratteristiche hanno, con implicazioni importantissime per la sanità pubblica. Con queste conoscenze, nel momento in cui una persona si ammala verrebbe immediatamente indirizzata verso un percorso particolare”.

Oltre alle predisposizioni genetiche, il nuovo studio andrà a indagare nel dettaglio anche la risposta immunitaria. “Quella di Vo’ è la situazione ideale per capire la risposta immunitaria e l’utilità dei test immunologici, perché sappiamo esattamente chi si è ammalato, sappiamo chi era sintomatico e chi era asintomatico, sappiamo per quanto tempo sono rimasti positivi. Quindi oltre all'analisi genetica degli abitanti e all'analisi del cosiddetto tracciamento virale (analisi genetica del virus, ndr) faremo lo studio della risposta anticorpale”.

“Ora l'ambizione è di ottenere una visione ancora più grande” ha spiegato il rettore Rizzuto alla conferenza stampa della Regione Veneto, “che è quella di capire come è fatto questo virus, come cambia, qual è la nostra risposta al virus. Proprio per il lavoro che è già stato fatto abbiamo un vantaggio, abbiamo la possibilità di riuscire ad acquisire le nozioni molecolari quindi riuscire a capire qualcosa di più sia sulla risposta dell'ospite e su quella del virus, quali sono i veri determinanti.”

Per questo nuovo studio sono già stati stanziati 2 milioni di euro, provenienti da istituzioni nazionali, internazionali e donatori volontari. I primi campionamenti dovrebbero iniziare il 25 aprile, poi si passerà alle analisi. Molto complessa sarà quella genetica: “Dall’analisi del genoma di un individuo si ricava una montagna di informazioni, che bisogna mettere a confronto con una miriade di variabili. Ci vorranno 6 mesi almeno” specifica Crisanti.

Alle analisi genetiche e a quelle anticorpali i cittadini di Vo’ potranno sottoporsi su base volontaria. “A questo punto vorrei ringraziare la popolazione di Vo’, che veramente è stata molto collaborativa, specialmente nel secondo campionamento, quando non glielo aveva chiesto nessuno. Abbiamo avuto un’adesione elevatissima" conclude Crisanti. "Per il terzo campionamento noi vogliamo ovviamente anche fare il tampone, per verificare che tutti quanti siano effettivamente negativi. E faremo un prelievo di sangue per l’analisi anticorpale. Il mio ringraziamento va anche al sindaco di Vo’ perché ha capito l'importanza sociale di questo studio, che può fornire all’Italia la capacità di acquisire informazioni per migliorare la nostra capacità di lotta al virus”.

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