SOCIETÀ

La debolezza dell’Oms ha radici profonde

Già in un tweet del 7 aprile Donald Trump aveva puntato il dito contro l’Organizzazione mondiale della sanità. Martedì 14 aprile il presidente degli Stati Uniti ha deciso di sospendere i finanziamenti all’Oms per un periodo che va dai 60 ai 90 giorni.

La mossa è stata duramente criticata dai maggiori leader mondiali. “Non è questo il momento di smettere di sostenere l’Oms, organo assolutamente fondamentale” ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu. Gli ha fatto eco l’alto rappresentante dell’Unione Europea Josep Borrell, “non c’è ragione che giustifichi questa mossa, in un momento in cui gli sforzi [dell’organizzazione] sono necessari più di sempre”. Anche la Russia ha definito allarmante e egoista l’approccio delle autorità statunitensi, mentre il portavoce del ministro degli esteri cinese ha detto che gli Usa mineranno la capacità d’azione dell’Oms e la cooperazione globale nella lotta al CoVid-19. Anche il miliardario e filantropo Bill Gates ha preso posizione contro Trump: “il mondo ha bisogno dell’Oms ora più che mai”.

Trump ha accusato l’Oms di aver risposto tardi e male all’emergenza pandemica e di esser stata troppo accondiscendente con Pechino. Curiosamente queste stesse critiche erano già state mosse a Trump, che ha ampiamente sottovalutato l’impatto del virus e a gennaio si era pubblicamente complimentato con la Cina per la gestione dell’epidemia. Lo strappo di Trump da molti è stato quindi visto come un diversivo per distogliere l’attenzione dai numeri vertiginosi che si stanno accumulando nel suo Paese, di gran lunga il primo al mondo per contagi e decessi.

Gli Stati Uniti sono i maggiori contribuenti finanziari dell’Oms: da loro provengono circa 550 milioni di dollari, quasi il 15% dei contributi volontari che arrivano all’Organizzazione internazionale, mentre il budget biennale complessivo dell’Oms è di quasi 6,3 miliardi di dollari (2018-2019). Il Regno Unito è la seconda nazione contribuente, con quasi l’8%. Davanti agli inglesi si colloca però una fondazione privata, che fornisce quasi il 10% del budget: la Bill and Melinda Gates Foundation.

Come ha dichiarato al New York Times Lawrence O. Gostin, direttore del O’Neil Institute for National and Global Health Law della Georgetown University (uno dei centri in collaborazione con l’Oms), il taglio del budget potrebbe portare a un netto cambiamento nell’assetto dell’Organizzazione, oltre che del suo scacchiere di influenze. Ma anche il peso degli Stati Uniti nelle decisioni di salute globale, che diverranno sempre più rilevanti nel secolo dei cambiamenti climatici, verrà profondamente ridimensionato.

C’è da dire che le critiche all’Oms negli ultimi mesi sono arrivate da più fronti, concordi nel lamentare una scarsa capacità operativa dell’organo sanitario internazionale. La ragione di questa debolezza però risiede in un trend in corso da diversi decenni e che Trump, tagliando i fondi, oggi non fa altro che rafforzare.

Un lungo articolo del Guardian.com analizza le ragioni della debolezza dell’Oms. David Fidler, membro del consiglio per gli affari esteri statunitense e consigliere Oms, ha fatto notare che è come se l’Organizzazione non abbia voluto o non sia stata in grado di esercitare la propria autorità. L’11 marzo, quando CoVid-19 è stata dichiarata una pandemia, il direttore generale Ghebreyesus ha parlato di “allarmanti livelli di inazione” da parte di molti Paesi. Incalzato dai giornalisti, il direttore esecutivo Michael Ryan ha semplicemente aggiunto: “Loro sanno di chi stiamo parlando, non critichiamo i nostri Stati membri pubblicamente”.

Così come la conferenza delle parti, l’organo dell’Onu per il clima, può solo facilitare l’adesione degli Stati membri a un piano d’azione comune contro il cambiamento climatico, all’Oms non sono conferiti poteri in grado di sanzionare o vincolare le decisioni degli Stati in tema di politiche sanitarie.

Breve storia dell’Oms

L’Oms è l’agenzia dell’Onu per la salute. Il suo quartier generale è a Ginevra, conta 194 Stati membri, 150 uffici diffusi in tutto il mondo e 7000 collaboratori. Nasce nel 1948 in un momento storico di ritrovato spirito internazionalista e il suo obiettivo, stabilito dalla sua costituzione, è dei più nobili: garantire a tutta la popolazione mondiale i più alti livelli possibili di salute.

Nonostante il finanziamento a campagne di prevenzione e progetti di ricerca per lo sviluppo di terapie e vaccini, l’esercizio più importante delle sue funzioni è sempre stato in ambito diplomatico. Nel 1959 l’Oms convinse l’Unione Sovietica a produrre 25 milioni di dosi vaccinali che hanno contribuito a eradicare, vent’anni dopo, il vaiolo. Tra gli anni ‘80 e ‘90 l’Oms ha fatto sentire meno il suo peso. Sotto la guida di Hiroshi Nakajima alcuni Stati membri si sono lamentati di inefficienza e futile corruzione, riporta il Guardian.com.

Data la vaghezza del suo mandato, buona parte dell’efficienza dell’Oms dipende dall’interpretazione che il direttore generale sceglie di dare al proprio ruolo. La già primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland a fine anni ‘90 istituì un rapporto capillare tra direzione centrale e presidi sanitari locali. Grazie a questa struttura nel febbraio del 2003, quando la Cina ancora non aveva ufficializzato la diffusione della Sars, fu l’Oms, presente sul territorio, a segnalare al governo cinese la necessità di agire tempestivamente. In quell’occasione, pur non disponendo di poteri vincolanti, le raccomandazioni furono seguite alla lettera e l’epidemia, nonostante giunse in 26 Paesi, uccise meno di 1000 persone. Grazie anche alla guida dell’Oms e ai suoi NPIs (interventi non farmaceutici, come la riduzione dei voli, il tracciamento e l’isolamento) la battaglia contro la Sars fu considerata un successo.

Nel 2005 vennero aggiornate le International Health Regulations, un documento legale attraverso cui i Paesi membri aderiscono all’impegno di attrezzarsi per individuare e segnalare eventi di interesse sanitario, seguendo gli standard fissati dall’Oms e consentendo all’Organizzazione di intervenire e dichiarare l’emergenza internazionale (Pheic – Public health emergency of international concern). Nel corso di un’emergenza internazionale, come è il CoVid-19, i Paesi sono tenuti a seguire le linee guida diramate dall’Oms.

Negli anni a seguire però ci fu riluttanza da parte dei singoli Stati ad assegnare a un’entità sovranazionale troppi poteri. Brasile, Russia, India e Cina erano intimoriti da un’eccessiva influenza statunitense. Nell’ultima decade l’Oms ha subito forti critiche: in occasione della pandemia da influenza suina H1N1 scoperta in Messico nel 2009 fu accusata da alcuni di aver generato un falso allarme (altri invece ne apprezzarono la tempestiva reazione). Nello stesso periodo subì gli effetti della crisi finanziaria e i suoi budget furono ridotti. Nel 2014 la gestione dell’ebola in Africa, a causa dei tagli e dell'auspicata cautela operativa, fu considerata un disastro: la risposta fu lenta e l’epidemia andò fuori controllo, tanto che dovette intervenire l’Onu. L’assetto improntato da Brundtland era andato perduto e l’Oms appariva un organo consultivo più che un vero strumento di governo.

Originario dell’Etiopia, dove è stato ministro della salute e degli esteri tra il 2005 e il 2016, Tedros Adhanom Ghebreyesus viene eletto direttore generale dell’Oms nel 2017 con il voto dei Paesi africani e asiatici, tra cui la Cina, battendo la tradizionale influenza occidentale, così come di recente è accaduto per l’elezione del direttore della Fao, già vice ministro dell’agricoltura cinese.

L’attacco di Trump all’Oms secondo David Fidler non ha precedenti e al Guardian.com dichiara che non ha mai visto l’Oms trattata così male dai suoi Paesi membri. Secondo il direttore di The Lancet Richard Horton, le risorse e il potere drenati nel tempo all’Oms hanno minato le sue capacità di leadership e di coordinare una risposta sanitaria mondiale, oggi pressoché inesistenti. Sconfortati sono anche i toni di Lawrence Gostin: tutte le norme globali sulla salute pubblica si sono sgretolate, i nazionalismi hanno avuto la meglio e nessuno sa dove questo ci porterà.

Un governo per la salute globale?

Mentre il cammino del mondo globalizzato viene bruscamente interrotto, le più grandi sfide con cui l’umanità degli anni a venire dovrà confrontarsi assumono sempre più nitidamente una portata globale. Il cambiamento climatico, per sua stessa natura, può venire affrontato e risolto solo se tutti i Paesi agiranno di concerto, altrimenti la disfatta è già scritta. La conferenza delle parti (la Cop26 sarebbe dovuta tenersi a Glasglow a fine anno, ma è già stata rimandata) è la sede designata dall’Onu per affrontare la crisi climatica. Purtroppo però l’azione di queste riunioni internazionali si è dimostrata lenta e macchinosa, specialmente quando messa a confronto con l’entusiasmo che ha animato le coscienze dei movimenti per il clima.

Se sia opportuno auspicare un governo mondiale per la salute globale è davvero una questione complessa. Ad oggi quel che è certo è che non esiste un organo internazionale dotato di poteri sufficienti da imporre una politica sanitaria globale. L’Oms non è quel governo mondiale e se debba diventarlo o meno è una questione che merita un approfondimento a parte. Forse però prima ancora di arrivare a parlare di un livello mondiale, si dovrebbe andare per gradi. Infatti assistiamo già al fallimento della stessa Unione Europea nel coordinamento sanitario (e non solo) dei suoi Stati membri. Per non parlare dell’Italia, che non riesce a tenere insieme nemmeno una politica sanitaria nazionale di fronte alla frammentazione regionale.

Se l’Oms ha davvero l’ambizione di essere quell’organo cui viene delegato il governo della salute globale, occorre che, nonostante i suoi limiti strutturali propri di un organo dell’Onu, faccia di più. L’azione di Trump è stata sicuramente scomposta e non scollegata da fini elettorali. Probabilmente però le accuse di debolezza e eccessiva accondiscendenza nei confronti della Cina non sono del tutto infondate.

I dati provenienti dalla Cina

A metà gennaio la Cina aveva rigettato la richiesta dell’Oms di far arrivare una squadra di tecnici nella provincia di Hubei. Il 23 gennaio il direttore generale Ghebreyesus sosteneva che il virus costituiva un’emergenza per la Cina, ma non per la salute globale. Il 28 gennaio, Ghebreyesus ha incontrato Xi Jin Ping e due giorni dopo ha pubblicamente lodato la strategia cinese, elevandola a nuovo standard per il controllo dell’epidemia. L’emergenza globale viene dichiarata il 30 gennaio e sulla base del modello cinese l’Oms dirama le raccomandazioni per gli altri Paesi. Solo l’8 febbraio la Cina ha ammesso gli osservatori dell’Oms nel Paese.

 

I dati provenienti dalla Cina hanno però sempre insospettito, tra gli altri, Andrea Crisanti, direttore dell’unità di microbiologia e virologia dell’università di Padova, che in più occasioni ha dichiarato pubblicamente che le linee guida costruite dall’Oms e diramate alle regioni italiane dall’Istituto Superiore della Sanità (Iss), specialmente nella fase iniziale dell’epidemia, erano sbagliate. Ai dati cinesi mancava (e manca tutt’ora) la conta degli asintomatici, il fulcro del problema secondo Crisanti, che già a inizio febbraio si era visto respingere la proposta di fare i tamponi anche agli asintomatici di rientro dalla Cina.

Il 13 aprile l’Oms ha comunicato i 6 punti ritenuti indispensabili per poter passare alla riapertura graduale delle attività, quella che in Italia è ora chiamata la fase 2. Tra questi c’è anche il tracciamento dei contatti, anche asintomatici, di coloro che sono risultati positivi al tampone e il loro eventuale isolamento fiduciario. Questa strategia in Veneto è stata attuata già da diverse settimane, grazie ai dati rilevati a fine febbraio dal gruppo di Crisanti a Vo’ Euganeo, ora disponibili su MedRxiv, in attesa della pubblicazione su una rivista scientifica.

Il 17 aprile la Cina ha riveduto al rialzo la conta del numero dei morti da CoVid-19 a Wuhan: da 2579 è passata a 3869, 1290 decessi in più, un aumento del 50%. I suoi decessi totali ora superano quota 4600. Una nota diffusa sui media locali ha fatto sapere che “la "revisione è conforme a leggi e regolamenti, e al principio di essere responsabili verso la storia, le persone e i defunti". Il numero dei contagiati è invece di poco inferiore a 84.000. Staremo a vedere se oltre al numero dei decessi la Cina rivedrà al rialzo anche il numero dei contagiati, includendo anche gli asintomatici.

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