CULTURA

Tolo Tolo, un fenomeno culturale sgangherato

“Non fa ridere”, questa è il principale commento al film della fetta di pubblico che, abituata all’umorismo nero e sarcastico dei precedenti film di Checco Zalone, esce con l’amaro in bocca dalla sala del cinema. Non fa ridere, è vero, “ma fa pensare”, aggiungo insieme all’altra metà del pubblico, cosa che rende l’esperienza cinematografica feconda. Non è forse proprio questo il fine ultimo di quei film che vogliono raccontare problematiche storiche e sociali? E poi siamo sicuri di avere visto “solo” un film? Il botteghino parla di quasi 6 milioni spettatori nelle due prime settimane di proiezioni e, se con un po’ di lungimiranza osiamo fare due conti sul futuro, dopo i vari servizi streaming e passaggi in televisione, senza troppa fantasia presto il film sarà visto da metà della popolazione del nostro Paese. Quante opere, obiettivamente, possono vantare simili risultati? Per questo motivo non possiamo definirlo solo un film, ma anche un fenomeno culturale

Molto se n’è già parlato, dal chiacchierato trailer, studiato per ringalluzzire il sovranista di turno ma che molto poco ha a che fare con il film, alla trama, ai parallelismi con altre opere e soprattutto con altri attori, su tutti Alberto Sordi. Molte le critiche, molte le lodi: come è possibile che un film possa spaccare a metà in questo modo il suo pubblico?

Scritto, diretto e interpretato da Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici, con il supporto alla sceneggiatura di Paolo Virzì, Tolo Tolo è prodotto da Pietro Valsecchi, Medusa film e Taodue.

Non c’è dubbio, Tolo Tolo è sicuramente un film discutibile sotto certi aspetti (per esempio quando il naufragio si trasforma in un’esibizione di nuoto sincronizzato), migliorabile sotto altri (uno su tutti, la figura femminile, poco studiata), e soprattutto sembra un’accozzaglia disordinata di stili diversi: molto musical, un po’ commedia, a tratti fiction, e in chiusura, pure film d’animazione. Con tutti questi stimoli è ragionevole sentirsi un po’ disorientati. Non siamo abituati a questo caos sullo schermo, eppure lo viviamo quasi quotidianamente nelle nostre vite, tra cronaca nera, politica imbarazzante, gossip e social network. Nella vita saltiamo di palo in frasca, ma se l’incoerenza e l’incostanza ci viene proposta al cinema, facciamo fatica.  Poi c’è la tematica affrontata, che rende il film con il suo regista, un atto di coraggio. Perché si tratta di un film che ha scelto di sacrificare un pezzo di quella comicità a cui Zalone aveva abituato, per sensibilizzare, e forse crescere.

Non è facile trattare di immigrazione, non in Italia, dove è un nervo scoperto, un ordigno pronto a esplodere, un facile appiglio ideologico. Ma il film parla solo collateralmente degli immigrati. Parla piuttosto degli italiani, del loro nazionalismo, della società, di chi siamo oggi. C’è posto per tutti in questo affresco: dal politico ignorante che fa carriera, ai familiari che sacrificano i propri parenti in nome del denaro, ai facili slogan per ingraziarsi l’opinione pubblica (vedi "Prima gli italiani!"), al giornalista approfittatore che costruisce la sua fama sulla pelle di chi dovrebbe aiutare.

Non ultimo c’è il personaggio interpretato da Zalone, il più complicato e arguto di tutti, vestito di marca e spocchiosità, interessato solo al denaro, al trovare nuovi modi per arricchirsi, che si ostina a non voler vedere i problemi oggettivi, come la guerra, ma fa un dramma quando invece non riesce a reperire la sua crema viso antiage. Anche questo personaggio è un’accozzaglia poco ordinata di tanti luoghi comuni: sognatore scollegato dalla realtà, imprenditore fallito in patria, problemi con le banche, migrante all’estero e poi cameriere di un resort, non conoscere le lingue, i vestiti griffati, lo xenofobo che poi scoppia in “attacchi di fascismo”, e così via.

Un personaggio che sicuramente ha fatto ridere meno del Checco di Quo vado?, a cui viene costantemente paragonato: entrambi i protagonisti sono emigrati altrove, uno in Africa, l’altro al Polo Nord, ma con una grossa differenza di prospettiva che va presa in considerazione. Entrambi sono la rappresentazione dell’italiano medio, ma mentre il secondo si va a confrontare con l’educazione nord-europea, il primo si deve scontrare con gli usi e costumi dell’Africa, considerati selvaggi, e con l’idea che lì, l’uomo bianco è lo sfruttatore. Ne ha risentito la comicità, a vantaggio della sensibilizzazione.

Probabilmente tutta questa ambiguità era già prevista. Un po’ meno cinepanettone, e un po’ più commedia all’italiana

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