CULTURA

1918: i cinque armistizi che non posero fine alla guerra

di Daniele Mont D'Arpizio

Non ci fu solo l’armistizio di Villa Giusti : furono in tutto ben cinque gli accordi che un secolo fa segnarono la fine della Grande Guerra, aprendo la strada alla successiva conferenza di Parigi e al trattato di Versailles. Lo spiega nell’intervista a Il Bo Live lo storico americano dell’Oberlin College Leonard Smith, a Padova questi giorni come decine di altri studiosi di tutto il mondo per il convegno internazionale " Making Peace. Transitions after War from the Antiquity up to the Present ".

Guarda il video dell'intervista a Leonard Smith

"Il primo armistizio fu quello con la Bulgaria e fu firmato a Salonicco, oggi in Grecia, alla fine di settembre – racconta lo studioso –. Per la maggior parte della guerra le forze alleate erano rimaste bloccate in Grecia, si trattava di un fronte molto stabile; poi però nell’autunno del 1918, le forze greche, serbe e francesi guidate dal generale francese Franchet d'Esperey prevalsero e annientarono le posizioni bulgare. L’esercito bulgaro era molto povero e male equipaggiato, quindi sostanzialmente collassò permettendo agli Alleati di dilagare nei Balcani, e costringendo il governo di Sofia a chiedere l’armistizio. Questo scatenò un effetto domino, perché il crollo della Bulgaria apriva la strada per Costantinopoli, rendendo – assieme all’avanzata britannica nell’attuale Palestina – di fatto insostenibile la posizione dell’Impero Ottomano, che infatti circa un mese dopo (il 30 ottobre 1918, ndr) concluse l’armistizio con gli Alleati sull’isola greca di Mudros. Il crollo ottomano e l’avanzata degli eserciti Alleati sul fronte occidentale resero poi a loro volta sempre più difficili da tenere le posizioni dell’Impero Austro-ungarico, costringendolo a chiedere all’Italia un armistizio che fu firmato proprio a Padova il 4 novembre. La cosa interessante è che la monarchia asburgica si stava già di fatto dividendo tra gli stati appartenenti alla corona austriaca e quelli appartenenti a quella ungherese, tanto che gli ungheresi firmarono un armistizio separato a Belgrado due giorni dopo quello tedesco. Per britannici, francesi e americani l’armistizio ‘per eccellenza’ rimane comunque quello con la Germania, firmato l’11 novembre".

Quali furono le conseguenze degli armistizi sulle trattative per la pace?

"Una delle cose interessanti dell’armistizio con la Germania è che gli Alleati pensavano una cosa e i tedeschi un’altra . I tedeschi avevano delle ottime ragioni per credere nelle loro posizioni, perché per l’inizio delle trattative di pace si erano appellati non ai britannici e ai francesi ma direttamente alla persona del presidente americano Wilson, sulle basi del suo famoso discorso dei 14 punti".

La criminalizzazione della Germania fu in parte inventata e incoraggiata dagli stessi tedeschi Leonard Smith

Nasce così il mito della pace come Traumland, il ‘paese dei sogni’?

"Sì: i tedeschi pensavano di entrare in una comunità di nazioni che insieme avrebbero cercato la pace; gli Alleati invece, in particolare i Francesi, si comportarono come se si trattasse di una semplice resa . In realtà un armistizio non è una resa, le truppe tedesche non si arresero mai. A questo riguardo ci fu un colpo di teatro del maresciallo francese Foch sul vagone ferroviario dove fu firmato l’armistizio: quando vide che un generale tedesco indossava una decorazione francese, ovviamente conferitagli prima della guerra, lo schiaffeggiò come se si fosse trattato di un subordinato, dicendogli che non lo autorizzava a portarla. Quando poi i tedeschi chiesero le condizioni per il cessate il fuoco Foch rispose che non aveva condizioni da offrire fino a quando loro non avessero chiesto l’armistizio, cosa che alla fine si decisero a fare con riluttanza. Foch insomma li trattò come se si fossero arresi, quando invece non si trattava di una resa. Così i tedeschi non giocarono alcun ruolo nelle conferenza di pace di Parigi: gli Alleati si limitarono a mandar loro la bozza del trattato all’inizio di maggio, e i tedeschi si dissero scioccati per le condizioni. Ora non c’è ragione di ritenere che lo fossero veramente: la Germania avevano un ottimo servizio di intelligence e prima c’erano state diverse fughe di notizie sui giornali, si trattò piuttosto di una dimostrazione pubblica di sorpresa. Anche il trattato di fatto presupponeva che i tedeschi si fossero arresi, cosa che appunto non era vera, e di fatto escluse la Germania da ogni sorta di partecipazione dalla comunità internazionale, in particolare dalla Lega delle Nazioni, fino a quando gli Alleati avessero deciso diversamente".

Lei dunque ritiene, come molti storici, che la seconda guerra mondiale fu in parte una conseguenza delle dure condizioni imposte alla Germania?

"No, non sono d’accordo. Un trattato non è un destino: si limita a riconoscere una data situazione in un dato momento. Sarei inoltre portato a ritenere che la criminalizzazione della Germania fu in parte inventata e incoraggiata dagli stessi tedeschi, come modo intelligente ed efficace di rafforzare le proprie posizioni e di promuovere l’unità nazionale. L’unica cosa su cui tutti i tedeschi potevano essere d’accordo tra il 1919 e il 1945 era che il trattato di Versailles era un crimine contro la Germania, che rendeva gli Alleati nemici contro cui era lecito combattere de decenni. L’idea che la Germania fosse una vittima indifesa era però semplicemente falsa: il sistema delle riparazioni era abbastanza irrealistico e fu infine in qualche modo regolarizzato dopo crisi dell’inflazione della metà degli anni ’20, inoltre con il patto di Locarno la Germania riguadagnò in gran parte il suo posto nel sistema internazionale e le relazioni tra i Paesi europei ripresero a funzionare in modo più meno normale. Questo fino alla Grande Depressione e all’avvento del Fascismo. Penso che fu soprattutto la Depressione a facilitare l’ascesa del fascismo in Italia e a provocarla in Germania, in pratica collegando il trattato di Versailles con la seconda guerra mondiale".

Speciale 1918-2018

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