SOCIETÀ

Mafia, non serve essere eroi per combatterla

Dalla strage di Portella della Ginestra alla morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, dall’uccisione di Don Pino Puglisi alla presenza di mafiosi come Giuseppe Brusca: la valle dello Jato in Sicilia è un luogo cardine quando si parla di legalità in Italia.

In un territorio troppo spesso abbandonato però ci sono realtà che cercano, con il lavoro quotidiano, di dire che la mafia può essere sconfitta e che ricordare è fondamentale. E’ questo il caso del presidio di Libera Valle dello Jato, dedicato proprio alle figure di Giuseppe Di Matteo e Mario Nicosia.

Mario Nicosia è uno dei reduci, uno dei testimoni della strage di Portella della Ginestra - ha dichiarato Chiara Cannella, referente del Presidio Libera Valle dello Jato ai nostri microfoni -. Mario è morto qualche anno fa ma la strada che abbiamo deciso di percorrere ce l’ha insegnata lui, con i suoi insegnamenti, con la sua voglia di tenere viva la memoria. Lui era testimone diretto di quello che è successo quel giorno ma non si è mai stancato di ricordare. Ci ha insegnato a resistere ed inseguire quella che è la giustizia e quindi abbiamo pensato fosse giusto dedicare il nostro presidio a lui, che era la nostra guida”.

La strage di Portella della Ginestra

La strage di Portella della Ginestra è avvenuta il 1 maggio 1947. Quel giorno migliaia di lavoratori che provenivano da San Cipriello, da San Giuseppe Jato e dalla Piana degli Albanesi si erano ritrovati lì per riprendere la tradizione di festeggiare la festa del lavoro a Portella della Ginestra, una tradizione che era stata interrotta dal fascismo.

Pochi giorni prima in Sicilia c’erano state le elezioni ed aveva vinto Blocco del Popolo, una formazione di sinistra che era contraria alla mafia dei latifondi, ed a favore dell'occupazione delle terre incolte. Come hanno raccontato diversi testimoni dell’epoca, non appena iniziò il comizio partirono anche gli spari. Dal monte Pelavet delle raffiche di mitra lasciarono a terra 11 persone morte e 27 ferite. L’esecutore di tale strage è stato il bandito Salvatore Giuliano.

La nostra è una storia di sangue, ma anche di riscatto Chiara Cannella

“Il presidio Libera Valle dello Jato nasce circa un anno e mezzo fa ed abbraccia due territori - ha continuato Chiara Cannella -: quello di San Cipirello e quello di San Giuseppe, ma si allarga cercando di abbracciare la storia che c’è attorno a questi territori. Un storia di sangue ma anche una storia di riscatto”.

Parlando di quella zona però non si può non citare la storia di Giuseppe Di Matteo. “Abbiamo deciso di dedicare il presidio a Giuseppe Di Matteo perchè noi siamo cresciuti ed abbiamo fatto la nostra strada proprio nel territorio dove Giuseppe muore. Per molto tempo Giuseppe è stato dimenticato, forse perché faceva troppo male raccontarla. Oggi noi siamo le sue mani, la sua bocca, tutto ciò che non ha potuto avere. Ci siamo presi l’impegno di raccontare questa storia anche tramite il Giardino della Memoria, che è un bene confiscato ed è proprio il luogo in cui è stato tenuto prigioniero Giuseppe”.

Oggi noi siamo le mani, la bocca, tutto ciò che Giuseppe Di Matteo non ha potuto avere Chiara Cannella

La storia di Giuseppe Di Matteo

Giuseppe Di Matteo era un ragazzino di 13 anni che amava i cavalli. Fu rapito, nel tentativo di far tacere suo padre Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia, e tenuto in prigionia per 779 giorni senza poter vedere la luce del sole. Giuseppe fu ucciso e sciolto nell’acido. La sua storia segna anche la fine di un pezzo di mafia, quel pezzo di mafia che aveva un codice risultato poi fittizio. Giuseppe è la tragica conferma che la mafia non si interessa se sei un bambino, se sei una donna, la mafia pensa solo e soltanto ai suoi sporchi affari.

L’uccisione del piccolo Di Matteo era stata ordinata da Giovanni Brusca, e portò ad un mandato d’arresto per più di 100 mafiosi: dallo stesso Brusca a Gaspare Spatuzza, da Leonluca Bagarella e Giuseppe Graviano fino ad arrivare all’ultimo grande latitante italiano, il mafioso Matteo Messina Denaro.

Giuseppe Graviano: chi era?

Quando parliamo di mafia però non dobbiamo pensare sia una cosa che riguardi soltanto il sud Italia. Ne è conferma uno dei nomi appena citati: Giuseppe Graviano, terzo di quattro fratelli, è il mandante dell’omicidio di Don Pino Puglisi e, secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti,  colui che azionò il telecomando dell'autobomba che uccise il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta. Queste ultime accuse sono sempre state negate dallo stesso Graviano che ora è in cella e sta scontando l’ergastolo. I fratelli Graviano sono stati arrestati il 27 gennaio 1994 dopo anni di latitanza, latitanza trascorsa anche ad Abano Terme.

L'importanza della memoria

La memoria quando si parla di questi temi è fondamentale e nel presidio di cui Chiara Cannella è referente c'è quindi proprio un Giardino della Memoria, un luogo in aperta campagna, in un posto difficilissimo da raggiungere ma che ha visto gli ultimi momenti di prigionia di Giuseppe Di Matteo.

“La storia che appartiene a Giuseppe ma a tutte le vittime di mafia non appartiene solo al sud ma a tutta Italia, bisogna raccontare queste storie”. Proprio per seguire questa missione Chiara sarà a Padova, per raccontare il suo lavoro quotidiano. L’incontro, organizzato dal Presidio Silvia Ruotolo di Libera Padova, sarà mercoledì 5 dicembre alle 18:15 al Centro Culturale San Gaetano. Un’occasione per parlare di temi che riguardano tutti noi.

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L’incontro promosso da Libera Padova fa parte dei “100 passi verso il 21 Marzo". Una serie di incontri per arrivare preparati al primo giorno di primavera, che nel 2019 vedrà Padova come città principale per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Il Bo Live accompagnerà con interviste ed approfondimenti questo percorso.

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