SOCIETÀ

Dal Brasile agli USA: il diritto all'aborto è sotto attacco

Le ultime notizie arrivano dal Brasile, e non sono incoraggianti: migliaia di manifestanti, donne e non soltanto, si stanno riversando nelle strade e nelle piazze delle principali città del paese, a partire da San Paolo (ma anche a Rio de Janeiro, Brasilia, Recife, Manaus), per protestare contro un disegno di legge, presentato dai conservatori al Congresso, che punta a equiparare all’omicidio l’interruzione di gravidanza eseguita dopo 22 settimane dal concepimento. Oggi in Brasile le leggi sull’aborto sono particolarmente restrittive: è di fatto consentito soltanto in caso di stupro, di malformazione cerebrale del feto (anencefalia) e quando la vita della madre è in serio pericolo. E il codice penale brasiliano prevede una condanna da uno a tre anni di carcere per le donne (e per i medici o per il personale sanitario) che interrompono, al di fuori dei casi citati, una gravidanza. La nuova norma, chiamata Bill 1904, proposta dai legislatori evangelici (la comunità in Brasile è potentissima ed è la “colonna portante” dell’ideologia di estrema destra professata dall’ex presidente Jair Bolsonaro), non soltanto inasprirebbe le condanne da 6 a 20 anni di carcere, ma andrebbe a colpire anche le donne vittime di stupro. Il che ha scatenato le proteste delle associazioni in difesa dei diritti delle donne. «Non lasceremo le strade fino a quando questo disegno di legge non sarà accantonato»ha promesso  Ana Luiza Trancoso, membro del collettivo Juntas e del Fronte di Stato per la legalizzazione dell’aborto. Perché i manifestanti sono certi che il testo, se diventerà legge, riguarderà soprattutto le bambine vittime di stupro. «E nelle minorenni è frequente che una gravidanza venga scoperta dopo 22 settimane», ha dichiarato all’Associated Press Ivanilda Figueiredo, professoressa di diritto presso l’Università Statale di Rio de Janeiro. 

Secondo il Forum sulla Sicurezza pubblica nel 2022 gli stupri in Brasile sono stati quasi 75mila: nel 61% dei casi le vittime sono bambine al di sotto dei 13 anni, percentuale che sale al 75% sotto i 18 anni. «Le violenze avvengono spesso in casa (68% dei casi). E le bambine a quell’età non sono ancora pienamente consapevoli del loro corpo, non sanno cosa significhi essere incinte – ha proseguito Trancoso -. Ecco perché la scoperta della gravidanza arriva spesso tardi. Inoltre, sappiamo che i servizi di aborto legale pongono sempre degli ostacoli. In alcuni casi, le ragazze hanno dovuto trasferirsi in un’altra città o in un altro stato per abortire, il che fa trascorrere giorni e settimane». Fino ad arrivare al paradosso che la donna vittima dell’abuso sessuale, a prescindere dall’età, rischierebbe una condanna superiore a quella di chi commette il crimine, dello stupratore. Lo stupro comporta una pena detentiva fino a 10 anni di carcere, che possono diventare 12 nei casi più gravi, in presenza di “gravi violenze fisiche”.

Il disegno di legge sembra quasi una provocazione verso la maggioranza progressista che sostiene il presidente Lula, che in campagna elettorale aveva tentato di “conquistare” il voto degli evangelici professando la sua contrarietà all’interruzione di gravidanza. Il promotore della legge è Sostenes Cavalcante, un deputato federale, vicepresidente della Camera e pastore evangelico dell’Assemblea di Dio, membro del Partido Liberal, di estrema destra, dell’ex presidente Bolsonaro. Di fronte al montare delle polemiche, Cavalcante si è limitato a dirsi pronto a proporre un inasprimento delle pene per gli stupratori. Ma nessun passo indietro rispetto al cuore della norma, che ha invece raccolto soltanto critiche, sia dalle istituzioni, sia dalla società civile. A partire proprio dal presidente, che non è immediatamente intervenuto, ma che dal recente G7 in Italia ha dichiarato: «Io, Luiz Inácio Lula da Silva, resto contrario all’aborto. Ma dal momento che l’aborto è una realtà, dev’essere considerato come un problema di salute pubblica. E penso che sia una follia voler punire una donna con una pena superiore del criminale che ha commesso lo stupro». Il presidente della Camera, il progressista, Arthur Lira, dopo un iniziale tentennamento ha detto che non ha alcuna intenzione di mettere ai voti, in tempi brevi, la proposta in seduta plenaria, e che si aspetta che il testo venga modificato. E comunque l’approvazione della legge sarebbe tutt’altro che scontata nell’ulteriore passaggio al Senato, dove i conservatori sono meno “forti”. Peraltro il presidente del Senato, Rodrigo Pacheco, ha già detto che il disegno di legge dovrà essere discusso in commissione prima di un eventuale voto. E in ultima istanza, prima di diventare legge, serve in ogni caso la firma del presidente Lula. Il ministro per i Diritti Umani, Silvio Almeida, ha espresso con più nettezza la sua contrarietà alla proposta di legge: «È difficile credere che la società brasiliana, con i numerosi problemi che ha, stia discutendo in questo momento se una donna stuprata e uno stupratore abbiano lo stesso valore per la legge. O peggio: se uno stupratore possa essere considerato meno criminale di una donna stuprata. Questa sarebbe una debacle... Il testo è vergognosamente incostituzionale, viola i diritti umani fondamentali e sottopone le donne stuprate a un’umiliazione inaccettabile». La ministra per le Donne del governo brasiliano, Cida Gonçalves, porta altri numeri sui quali riflettere: «I dati del Sistema Sanitario Unificato rivelano che, in media, ogni giorno in Brasile 38 ragazze di 14 anni, o meno, diventano madri. Che si tratti di disinformazione sui diritti e su come accedervi, o a causa della scarsità di servizi di riferimento e di professionisti qualificati, il Brasile delega la maternità forzata a queste ragazze stuprate, danneggiando non solo il loro futuro sociale ed economico, ma anche la loro salute fisica e psicologica. In altre parole, perpetua cicli di povertà e vulnerabilità, come l’abbandono scolastico. E questo scenario peggiorerà ancora di più se il progetto di legge avanzerà alla Camera dei Deputati, perché il nostro paese sta vivendo un’epidemia di abusi sessuali sui minori».

La “resistenza” dell’America Latina

In tutta l’America Latina, regione a netta prevalenza cattolica, i movimenti femministi da decenni si battono nel tentativo di ottenere legislazioni meno rigide. Anche ottenendo diverse vittorie: dal Cile (il presidente Boric ha annunciato pochi giorni fa la presentazione di un testo per legalizzare l’aborto) alla Colombia (la Corte costituzionale ha stabilito nel 2022 che le donne possono abortire fino alla 24esima settimana di gravidanza senza dover chiedere alcun “permesso” da parte di medici o avvocati), dal Messico (dove la Corte Suprema ha stabilito che “la negazione della possibilità di un’interruzione di gravidanza viola i diritti umani delle donne”) all’Argentina, che dal 2021 ha legalizzato l’aborto, anche se ora c’è il rischio concreto di passi indietro, dal momento che l’attuale presidente Javier Milei l’ha definito “un omicidio aggravato”. Ma nel maggior numero delle nazioni accedere all’aborto resta estremamente difficoltoso. Oltre al Brasile, l’aborto è consentito soltanto in determinate e limitate circostanze, di solito quando un medico accerta che la vita della donna è a rischio, in Belize, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panama, Paraguay, Perù, Trinidad e Tobago e Venezuela. È invece completamente vietato in El Salvador (nel 2022 un tribunale ha condannato una donna a 50 anni di carcere), come anche a Haiti, Honduras, Giamaica, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Suriname. Il Center for Reproductive Rights, l’unica organizzazione globale di difesa legale al mondo che si occupa della promozione dei diritti riproduttivi, stima che in tutta l’America Latina e i Caraibi circa l’83% delle donne in età riproduttiva vive in paesi con legislazioni restrittive sull’aborto; che l’80% delle vittime di violenze sessuali hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni; e che le ragazze sotto i 15 anni hanno quattro volte più probabilità di morire durante la gravidanza o il parto rispetto a una donna adulta. «In molti di queste nazioni il diritto all’aborto non è nemmeno tra le priorità assolute per le donne, che devono quotidianamente affrontare altri problemi quotidiani, come l’accesso all’acqua, al cibo, al lavoro, o come contenere la brutale violenza domestica», ha spiegato Indiana Jiménez, direttrice delle comunicazioni della ONG dominicana Profamilia, intervistata da openDemocracy. «Prima di tutto sarebbe necessario un adeguato insegnamento di educazione sessuale completo, così da rendere quelle donne perfettamente consapevoli».

Stati Uniti e Unione Europea: il tema è politico

Eppure il tema dell’aborto sta tornando di prepotenza al centro del dibattito politico, non soltanto in America Latina, ma anche nel Nord America e in Europa. Uno “strumento” che la destra più religiosa e conservatrice utilizza un po’ ovunque, quasi trasformandolo in un cliché per raccogliere seguaci e proponendo sistemi sempre più oppressivi, basati sulla considerazione-cardine che le donne siano incapaci di prendere decisioni autonome su quel che accade nel proprio corpo. «In Brasile c’è un allineamento molto chiaro tra l’estrema destra e le prospettive anti-gender, anti-femministe e anti-diritti umani», sostiene Flavia Biroli, politologa e docente di scienze politiche all’Università di Brasilia. «È un’estrema destra che ha tra i suoi membri religiosi molto conservatori, evangelici e cattolici, ma anche poliziotti e militari». E mentre la tendenza globale è verso una più marcata liberalizzazione del diritto all’aborto, in alcune nazioni si assiste invece a una decisa regressione. La più netta sta avvenendo negli Stati Uniti, dove ormai due anni fa la Corte Suprema, ribaltando la storica sentenza “Roe v. Wade”, ha posto fine al diritto legale all’aborto a livello nazionale. Oggi in 14 stati vige un divieto totale o quasi totale sull’aborto: dall’Alabama alla Louisiana, dal Kentucky all’Oklahoma, dal Missouri al Texas. Quattro stati invece (California, Michigan, Vermont e Ohio) hanno sancito il diritto alla libertà riproduttiva nelle loro costituzioni. E la questione, quando ormai mancano poco più di 4 mesi alle elezioni presidenziali, continua a dividere gli schieramenti. Secondo un sondaggio della Cnn, pubblicato il mese scorso, circa due terzi degli americani si dichiarano contrari alla sentenza della Corte Suprema. Negli stati in cui l’aborto è oggi vietato, il 52% degli intervistati ritiene che la legislazione sia “eccessivamente restrittiva”. Scrive la Cnn: «Il presidente Joe Biden sta facendo del sostegno al diritto all’aborto un punto focale della sua campagna presidenziale. Mentre il suo sfidante repubblicano, l’ex presidente Donald Trump, ha recentemente preso le distanze dalle spinte guidate dal Partito Repubblicano per un divieto nazionale, dicendo che le norme sull’aborto dovrebbero essere lasciate agli Stati».

L’argomento resta divisivo anche in Europa, nonostante il Parlamento Europeo, lo scorso aprile, abbia votato una risoluzione a favore dell’inserimento del diritto all’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. I voti a favore sono stati 336 (soprattutto deputati di sinistra e centristi), 163 i contrari. Un voto del tutto simbolico: per includere il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE servirebbe il voto favorevole di tutti i 27 stati membri, molti dei quali sono guidati da governi di destra che restano fortemente contrari (a partire dall’Italia). «Il diritto all’aborto non è una questione di punti di vista», ha sostenuto la deputata francese Manon Aubry, co-presidente del Gruppo della Sinistra (GUE/NGL). «Il diritto all’aborto non è una questione controversa. È una libertà fondamentale. E il diritto all’aborto non uccide. Al contrario, salva delle vite». A fare da apripista era stata la stessa Francia, che nel marzo di quest’anno (prima nazione al mondo), ha inserito il diritto all’aborto in Costituzione. Ma le resistenze sono tante, e diffuse. Prova ne sia il documento finale del recente G7, a guida italiana (al quale ha partecipato anche il Papa: non era mai accaduto), dal quale è “sparito” qualsiasi esplicito riferimento all’aborto, all’orientamento sessuale e all’identità di genere, facendo esultare i sostenitori dei movimenti “Pro Vita”. Oltre al Vaticano naturalmente («Non mi stancherò mai di dire che l’aborto è un omicidio, un atto criminale», ripete il Papa). E può essere utile anche ricordare che proprio in Italia 7 ginecologi su 10 si rifiutano ancora oggi di praticare l’aborto. Secondo il report Mai Dati nel nostro paese ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza, 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiettori tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS. Sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Le Regioni più inadempienti sono la Sardegna e la Sicilia, con più dell’80% di mancata risposta all’accesso civico generalizzato.

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