SOCIETÀ

Democrazie al bivio

Un tempo ideale e obiettivo per generazioni di uomini e donne in tutto il mondo, oggi la democrazia appare in crisi. Eppure, anche senza voler parafrasare Churchill, rimane la forma di governo più accreditata per riuscire a coniugare le libertà individuali con le esigenze di una società sempre più complessa. Ad essa è dedicato il volume La democrazia. Concetti, attori, istituzioni, curato dai politologi dell’università di Padova Marco Almagisti e Paolo Graziano per i tipi di Carocci: sorta di bilancio di salute della democrazia e delle democrazie adatto agli studenti come agli studiosi, che pur con un impianto scientifico rigoroso non disdegna l’aspetto divulgativo.

Oggi, a differenza di qualche anno fa, la maggioranza della popolazione mondiale vive in contesti poco o per nulla democratici, mentre anche diverse democrazie storiche – in primis gli Stati Uniti, che non molto tempo fa della democrazia si facevano addirittura esportatori – fronteggiano una progressiva erosione delle basi interne del consenso. I 33 contributi di 32 autori trattano il problema sotto diversi aspetti, dalla rappresentanza ai partiti passando per la comunicazione politica, a partire dal saggio di apertura nel quale i due curatori prendono in esame lo stato odierno della democrazia liberale. Ad essi abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono i tratti essenziali di una democrazia che anche in un sistema maturo non andrebbero mai persi di vista?

Marco Almagisti: “La libertà innanzitutto. Io resto d’accordo con il Maestro Giovanni Sartori, il quale sosteneva che ‘la democrazia senza il liberalismo nasce morta’. Non mi pare un caso che lo stesso Putin in un’intervista al Financial Times del 27 giugno 2019 abbia affermato che il liberalismo ha fallito perché si è contrapposto ai valori tradizionali del popolo. Ovviamente quello evocato da Putin è un bersaglio polemico caricaturale, combinazione di lassismo morale, permissivismo e guasti derivanti dal multiculturalismo: in realtà, essendo il liberalismo una teoria e una prassi della libertà personale, della protezione giuridica e dello Stato costituzionale, chi attacca il liberalismo mette a rischio le garanzie costituzionali e i diritti delle persone”.

Paolo Graziano: “Credo che in democrazia il tema cruciale sia la partecipazione. Da questo punto di vista la tragedia di Aleksei Navalny mostra quali conseguenze comporti la volontà di partecipare in un sistema che non ammette il dissenso. Se la libertà non si traduce in partecipazione le democrazie muoiono. Solo in Italia dal dopoguerra nelle elezioni nazionali l’affluenza è passata dal 92% al 64%: è evidente che se c’è meno desiderio di partecipare la democrazia soffre. Prima era un problema soprattutto dell’America: oggi anche le altre democrazie si sono ‘americanizzate’”.

Che ruolo giocano in questo senso gli Stati Uniti?

PG: “Sono passati da modello, forse anche troppo celebrato, a problema. In un primo tempo erano diventati il punto di riferimento di una certa visione di democrazia, più formale che sostanziale; oggi, pur rimanendo una democrazia consolidata, non sono più un esempio nemmeno da quel punto di vista. In questo momento più che dal populismo gli Usa sono minacciati da una diffusa sensazione di insicurezza, unita alla perdita del senso di appartenenza: Trump è il simbolo di una democrazia, che tra l’altro lui mostra sempre più di disprezzare, che rischia di diventare illiberale. Paradossalmente oggi sistemi come quello tedesco e italiano appaiono meno in crisi, caratterizzati come sono da una radicata impronta antifascista, che può costituire un antidoto al ritorno di istinti autoritari”.

MA: “Negli Usa c’è stato un problema nella riproduzione del ceto politico; ai democratici manca un erede di Obama e affidarsi ancora Biden implica dover affrontare problemi evidenziati dall’informazione: l’età avanzata del Presidente uscente, la sua stanchezza. Tuttavia, l’accelerazione dei processi di cambiamento nella politica americana (e non solo) risale almeno alla crisi finanziaria del 2008, che ha comportato anche l’obsolescenza della clintonomics e delle politiche della c.d. “terza via”, che proprio i governi di Bill Clinton (e Tony Blair nel Regno Unito) hanno massimamente incarnato. Ossia ha perso solidità il piedistallo ideologico e culturale del centrosinistra, così come si era costruito negli anni Novanta. Il sistema ha retto alla prima presidenza Trump, riuscendo a ‘normalizzare’ un leader con tratti antisistema, ma un’eventuale rielezione costituirebbe una prova ancora più impegnativa. Fa bene Vittorio Emanuele Parsi, che avrebbe dovuto scrivere un capitolo del libro, a sostenere che l’Europa oggi dovrebbe trovare la forza di delineare diversi scenari: se vince Trump, come affronteremo la crisi in Ucraina? Siamo pronti a farci davvero carico di una difesa comune, eventualmente anche senza il sostegno degli Usa? Fra poco ci saranno le elezioni europee: quanto a lungo ancora potremo ignorare tali quesiti?


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Nel libro affrontate anche il tema del populismo: si tratta della causa o del sintomo del nostro malessere?

PG: “Il neopopulismo non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della democrazia, per questo trovo sbagliato usare questo termine in senso spregiativo. Mi spiego: oggi o si è populisti o non si vincono elezioni. Caratteristica del neopopulismo è pretendere che i problemi possano essere risolti dal leader senza la partecipazione dei cittadini: Ghe pensi mi. Si tratta di un discorso con elementi predemocratici, in cui il Leviatano fa il bene di sudditi che non sono ancora o non sono più cittadini. È un ingrediente che non sta scomparendo e non sparirà nemmeno nelle prossime elezioni europee: a decretarne la fine non basta la contrazione del consenso di questo o di quel partito. Allo stesso tempo, così come esiste un populismo escludente, ne esiste anche uno più inclusivo e attento alla partecipazione. In fondo questo era all’inizio il Movimento 5 Stelle: partecipazione e leadership, la risposta a un modo di fare politica che non sembrava più accettabile. Per concludere direi che, piuttosto che condannare il neopopulismo, sarebbe meglio impossessarsi degli strumenti che ne hanno determinato il successo per costruire un’alternativa, tenendo conto che le modalità di comunicazione e di partecipazione sono profondamente cambiate”.

MA: “Come spiega proprio Paolo Graziano ci sono tanti neopopulismi diversi tra loro: c’è Donald Trump, ma in un modo molto differente anche Bernie Sanders. Il successo di offerte politiche definite neopopuliste discende dai cambiamenti strutturali della nostra società e delle reazioni che tali cambiamenti inducono: una bella sfida per una scienza politica, a volte abituata a concepire la società come somma di azioni di individui razionali. È una sfida perché oggi è evidente quanto siano (sempre state) importanti le emozioni in politica. L’uomo è un animale sociale: chi si sente abbandonato e solo cerca frammenti di comunità, e spesso li trova o spera di trovarli nei movimenti di protesta. La democrazia è però l’unica forma di governo che ammette di essere contestata: dovremmo stare quindi molto attenti a liquidare con sufficienza o condannare le contestazioni alle classi dirigenti, mentre invece dobbiamo cercare di capire cosa le provoca. Esistono ottime analisi della fenomenologia dei leader, ma più delle azioni di Trump penso sia interessante capire perché buona parte degli americani oggi sia disposta a seguirlo. Inoltre, altra sfida al senso comune affermatosi negli anni Novanta, non è affatto vero che tutte le ideologie sono morte: questo è stato un abbaglio colossale indotto dalla caduta del socialismo reale e dalle crisi di identità della sinistra; altre ideologie, soprattutto a destra, stanno benissimo. Infine, la politica non è mai separabile dalla società e quest’ultima è molto influenzata dai cambiamenti nella comunicazione: pensiamo solo che fino a pochi anni fa i social non esistevano!”.

Il neopopulismo non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della democrazia

Da questo punto di vista che ruolo può avere la partecipazione on line?

MA: “Quante ore della nostra vita passiamo on line? Quante cose facciamo in rete? Senza sminuire per nulla la partecipazione nei luoghi, “terrestre”, come la definisce la filosofa Giorgia Serughetti, come si può non considerare centrale Internet nella partecipazione politica? Per questo si possono discutere le caratteristiche di Rousseau (la piattaforma on line del M5S, ndr), ma tutti oggi dovrebbero porsi il problema di come usare la rete per interagire con le persone e fare politica”.

PG: “Già il 26 gennaio 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, capimmo quanto fosse importante la nuova comunicazione politica, che saltava ogni mediazione per rivolgersi direttamente ai cittadini, ma al tempo stesso non ammetteva repliche e discussioni. Per quanto riguarda internet, a mio modo di vedere va bene solo se integra e non sostituisce altre forme di comunicazione: in quest’ultimo caso la democrazia muore, perché manca l’elemento fondamentale del confronto e del dialogo. È questa oggi la mia preoccupazione più grande”.

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