SOCIETÀ

Ebola, la malattia dimenticata

Quando si parla di Ebola in Africa i numeri restituiscono quotidianamente la misura di un dramma sempre più diffuso che non smette di crescere e di portare morte; gli ultimi report dell’Oms raccontano, infatti, di 3.188 casi di contagio e 2.129 morti nella Repubblica democratica del Congo (dati aggiornati al 28 settembre 2019).

Quando se ne parla. Perché di quest’epidemia, che da oltre un anno è cresciuta in dimensioni e conseguenze, si dà conto specie nei media, spesso solo in occasione di eventi e fatti di qualche rilevanza.   Il più recente, in ordine di data, è quello relativo alla dichiarazione da parte dell’Oms di un secondo vaccino sperimentale prodotto da Johnson&Johnson che le autorità sanitarie della Repubblica del Congo vorrebbero introdurre a ottobre nel tentativo di arrestare l’epidemia.

“Questo vaccino, che viene somministrato in due dosi a distanza di 56 giorni, sarà fornito come strumento aggiuntivo per estendere la protezione contro il virus in base a protocolli approvati alle popolazioni a rischio in aree specifiche che non hanno una trasmissione attiva di Ebola”, ha spiegato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell'Oms per l'Africa. La decisione sembra sia arrivata dopo che l’Ong Medici Senza Frontiere qualche settimana fa ha dichiarato che le circa 225.000 persone che hanno ricevuto il primo vaccino prodotto dal colosso farmaceutico tedesco Merck lo scorso agosto, rappresentano un numero insufficiente per fermare l’avanzata di Ebola.

Nonostante le cure oggi disponibili, infatti, la mortalità dell’epidemia in corso nella Repubblica Democratica de Congo è pari al 67%, la stessa che fra il 2014 e il 2016 portò alla morte di oltre 11.000 persone tra Guinea, Sierra Leone e Liberia

Tuttavia, secondo quanto riferito da Tedros Adhanom Gheybreyesus in capo all’agenzia delle Nazioni Unite per la salute, il virus sarebbe ‘in ritirata’. Nella settimana dal 18 al 24 settembre, infatti, i nuovi casi confermati nella Repubblica Democratica del Congo sono stati 29, contro i 57 di quella precedente. Un dato che va considerato tuttavia con prudenza.

Da quando ha fatto la sua ricomparsa nell’agosto del 2018 in quest’ area dell’Africa centrale, il virus Ebola ha raggiunto anche il Congo e l’Uganda; e se da un lato ora, dopo oltre 12 mesi dall’inizio del diffondersi dell’epidemia, si lavora ancora per il suo contenimento anche con la proposta di un secondo vaccino, è di poche settimane fa l’annuncio di possibili contagi anche nel confinante stato della Tanzania. Il 21 settembre scorso, infatti, l’Oms ha comunicato di aver ricevuto segnalazioni non ufficiali di casi sospetti di Ebola in questo Paese. Secondo i rapporti non ricevuti dall’Organizzazione, lo scorso 10 settembre una donna impegnata in alcune ricerche tra Tanzania e Uganda, sarebbe morta per possibile contagio a Dar es Salaam; altri casi di febbri emorragiche sono stati poi segnalati nei giorni successivi.

Il governo del Paese africano che, fino ad oggi, non ha mai registrato casi legati ad Ebola, ha ribadito che nessun contagio è finora mai stato segnalato; tuttavia i risultati ufficiali dei test non sono mai stati resi accessibili alla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche per questo clima di diffidenza e paura, solo pochi giorni fa, gli Stati Uniti hanno avvisato i propri cittadini di portare particolare attenzione in caso di viaggi in Tanzania. Una paura diffusa che si aggiunge al forte senso di diffidenza che in Africa, al manifestarsi dei primi sintomi della malattia, molte delle persone che vivono nei paesi colpiti dall'epidemia ancora vivono e che le spinge a preferire cure non ufficiali che non le costringano a presentarsi ai centri di cura predisposti. Una condizione, questa, che rende il rischio di diffusione del virus, continuo.

 

 

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