SOCIETÀ

La Commissione di The Lancet sulla pandemia: “Un totale fallimento della cooperazione”

È un giudizio severo quello che la “Commissione sulle lezioni per il futuro dalla pandemia da Covid-19”, istituita nel 2020 dall’autorevole rivista The Lancet, ha emesso nel suo Rapporto finale, pubblicato lo scorso 14 settembre. Il documento analizza, dati alla mano, quel che è successo nei quasi tre anni di pandemia appena trascorsi, e conclude che quasi nessuno tra gli Stati nazionali, e sicuramente non la comunità internazionale nella sua interezza, sono stati all’altezza dell’emergenza, gestendo la crisi sanitaria e la conseguente crisi economica e sociale in modo insoddisfacente sotto diversi punti di vista.

La Commissione si compone di 28 membri ed è guidata da Jeffrey Sachs, noto economista ed esperto di politiche pubbliche statunitense. Durante i due anni di lavoro, il gruppo di commissari ha presieduto dodici tavoli tematici che hanno coinvolto, nel complesso, 173 esperti. Il Report appena pubblicato rappresenta la sintesi di questo esteso sforzo di ricerca e analisi.

La cooperazione internazionale, grande assente

La pandemia da Covid-19 ha causato, a livello globale, 6,9 milioni di morti. Tale dato comprende però solo le morti ‘ufficiali’, cioè quelle inserite nei database; secondo diversi studi, una stima realistica del numero di decessi causati dall’infezione da SARS-CoV-2 farebbe circa triplicare il dato, arrivando così a circa 17,2 milioni di morti dall’inizio dell’emergenza.

Secondo gli autori, i pilastri per una strategia di successo contro il diffondersi di un’infezione sono cinque: prevenzione, contenimento, un servizio sanitario efficiente, eguaglianza nella distribuzione di rischi e sacrifici, innovazione e condivisione delle scoperte su scala globale. Ma per realizzare tali obiettivi, precisano i firmatari del Rapporto, è necessaria una ben precisa cornice etica, fondata sull’«orientamento di individui e governanti verso i bisogni della società presa nel suo insieme, e non verso i più ristretti interessi individuali». Questa prospettiva viene definita ‘prosocialità’, ed è identificata come fattore centrale per la realizzazione di una società democratica, cooperativa e giusta – nonché elemento essenziale soprattutto nell’affrontare una sfida di portata mondiale come una pandemia.

La carenza di prosocialità nel contesto internazionale è risultata evidente fin dalle prime settimane di questa pandemia, periodo in cui sono stati compiuti molti errori fatali: dal ritardo, da parte delle autorità cinesi, nel comunicare il rilevamento di un’infezione sconosciuta nella provincia di Wuhan (come molti ricorderanno, la prima segnalazione ufficiale fu presa in carico dall’OMS il 31 dicembre 2019, ma si ritiene che il virus circolasse da settimane, se non mesi), all’esitazione della stessa OMS nel dichiarare la gravità della situazione e nel pubblicare linee guida che riconoscessero – nonostante le grandi incertezze scientifiche – l’alta probabilità di trasmissione del virus per via aerea, l’efficacia di misure di contenimento come l’utilizzo delle mascherine, l’importanza di ridurre, per quanto possibile, viaggi e spostamenti.

Ben lontane da un’attitudine prosociale sono state anche le misure adottate dai singoli Stati, che hanno agito in ordine sparso, senza dare priorità alla collaborazione nella diffusione dei dati, nella concertazione di politiche sugli spostamenti transfrontalieri, nella collaborazione scientifica e medica. Quel che non è stato adeguatamente compreso – si rammaricano gli autori del Rapporto – è che, in una situazione di urgenza globale, che coinvolgeva in modo diretto tutta l’umanità, «nel controllo della trasmissione del virus, ogni Paese è dipendente dalle azioni degli altri, e dunque un approccio cooperativo è essenziale per raggiungere l’obiettivo desiderato».

Analizzando le decisioni politiche su scala regionale, i commissari hanno rilevato una differenza piuttosto marcata tra la strategia di soppressione dell’infezione abbracciata dalla Cina e dai Paesi del Pacifico occidentale (già provati, vent’anni fa, dall’epidemia di SARS e, dunque, più preparati ed inclini ad applicare misure comunitarie per contrastare un’infezione respiratoria), e la strategia – ben più blanda – di contenimento adottata soprattutto dai paesi più ricchi di Europa e Nord America, dove per ben tre volte (nell’estate 2020, nell’estate 2021 e durante l’anno seguente, dopo la cosiddetta ‘quarta ondata’) le misure sanitarie di comunità sono state largamente abbandonate, portando così a successive recrudescenze nella diffusione dell’infezione.

Vi sono state, poi, alcune situazioni in cui la mancanza di interventi tempestivi ha portato a risultati drammatici. È il caso dell’India, dove l’emersione della variante delta ha coinciso con eventi politici e sociali nei quali la popolazione del Paese si è aggregata in masse, contribuendo così ad una vastissima diffusione del contagio. L’impreparazione del governo, la mancanza di fondi e di infrastrutture hanno poi fatto il resto: il governo indiano ha dichiarato che nella prima metà del 2021 vi siano stati circa 20 milioni di contagi e 250.000 decessi; secondo le stime, invece, le infezioni potrebbero essere state 417 milioni, e i morti 1,6 milioni nel solo periodo compreso tra aprile e luglio 2021.

In tutto il mondo, infine, il 2022 ha coinciso con un generale abbandono delle norme precauzionali, decisione che ha coinciso con il diffondersi della variante omicron, meno virulenta ma altamente contagiosa. La riduzione o l’eliminazione delle misure anti-contagio è rischiosa – sottolineano gli autori – per almeno tre aspetti: in primo luogo, perché la maggior parte della popolazione mondiale non è ancora stata immunizzata; in secondo luogo, perché l’immunizzazione stessa offre una protezione parziale, che nel tempo decade; in terzo luogo, perché, in concomitanza con l’affievolirsi dell’immunità, è probabile che sorgano nuove varianti del virus che potrebbero rendere la fine della pandemia ancora più lontana.

Infine, non bisogna sottovalutare il carico – economico, sanitario, psicologico – dell’alta incidenza di long Covid, «che distrugge l’educazione e i posti di lavoro, è causa di sofferenze fisiche e mentali per le persone colpite e per le loro famiglie, che rappresenta un considerevole fardello sui sistemi sanitari e mette a rischio la ripresa economica».

Disinformazione, sfiducia e mancanza di coesione sociale

Durante la pandemia da Covid-19, uno dei principali ostacoli alla cooperazione sociale è stata la larghissima diffusione di notizie false e il costante screditamento delle evidenze scientifiche. I social media hanno giocato un ruolo centrale nel dare amplissimo spazio a informazioni errate e a vere e proprie campagne di disinformazione e misinformazione. Questo ha causato – soprattutto nei Paesi più sviluppati, dove vi è un più marcato individualismo, e dunque una particolare attenzione alla tutela della libertà individuale – una grave ‘epidemia’ di sfiducia nei confronti delle autorità politiche, le cui raccomandazioni sono state in una certa misura ritenute inaffidabili, e perciò disattese (si pensi all’esitazione di fronte alla possibilità di usufruire dei vaccini).

Diseguaglianze

Come è noto, questa pandemia non ha colpito tutti allo stesso modo. Sono stati registrati tassi di mortalità significativamente più alti tra le persone anziane (di età superiore ai 65 anni), tra coloro che presentano comorbidità, tra chi soffre di disturbi fisici o mentali, tra coloro che vivono in contesti gregari (carceri, residenze ospedaliere, congregazioni), e tra i lavoratori essenziali, soprattutto gli occupati nel settore primario e nella sanità.

Non bisogna poi dimenticare chi è stato esposto a rischi, per così dire, secondari: tra giovani, donne e bambini, ad esempio, è drasticamente aumentata l’incidenza di problemi di salute mentale; moltissimi sono coloro che – dall’inizio della pandemia – sono stati colpiti dalle ripercussioni socioeconomiche delle chiusure e della contrazione della crescita economica. Questo ha esacerbato le differenze di reddito, poiché le chiusure hanno influito soprattutto su coloro il cui lavoro non poteva essere svolto in modalità remota, e che già erano gravati da redditi inferiori alla media e dalla mancanza di accesso a servizi essenziali.

Dal punto di vista sociale, il prezzo più caro è stato pagato senza dubbio da donne e bambini. Le prime, infatti, sono in prima linea – spesso, loro malgrado – nella gestione delle relazioni di cura, sia nell’ambito familiare che in quello lavorativo. L’emergenza pandemica ha forzato moltissime donne ad abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi alla gestione familiare, e questo ha largamente aumentato la loro esposizione ad abusi e violenze, riducendo al tempo stesso la loro libertà ed indipendenza economica.

I bambini hanno sofferto moltissimo, seppur in modi diversi, della chiusura forzata delle scuole, disposta da 195 Paesi nel mondo. Si ritiene che questo abbia coinvolto circa 1,5 miliardi di bambini e ragazzi, causando «danni enormi a lungo termine e difficilmente recuperabili su di loro, sui loro genitori e sull’economia». Per moltissimi, la chiusura degli edifici scolastici e, in molti casi, l’impossibilità di frequentare la scuola in modalità digitale ha significato, dunque, un danno irreparabile nel breve periodo, in termini di salute psicologica e affettiva, ma sembra che le conseguenze di questo evento avranno ripercussioni anche nel corso della loro vita futura: «Una stima della Banca Mondiale suggerisce che questa generazione di bambini potrebbe perdere, a livello globale, circa 10.000 miliardi di dollari in termini di guadagno nel corso della vita. La mancata formazione, inoltre, potrebbe aumentare i livelli di povertà educativa fino al 63% e spingere i Paesi ad allontanarsi ulteriormente dal raggiungimento degli obiettivi di riduzione della povertà educativa».

Scienza e politica

Tra i pochi elementi positivi messi in luce dai membri della Commissione di The Lancet vi è certamente il rapido sviluppo di vaccini efficaci contro l’infezione da SARS-CoV-2. La collaborazione all’interno della comunità scientifica internazionale è stata altissima, e la condivisione di informazioni e dati ha costituito un elemento centrale per lo sviluppo, in tempi molto brevi, di vaccini innovativi e cure efficaci per contrastare la patologia. Anche in questo caso, tuttavia, vi è un lato negativo, che è stato rintracciato nell’ineguale distribuzione di questi strumenti. Laddove, infatti, il sostegno economico da parte di Stati e organi sovranazionali (pensiamo agli investimenti sostenuti dall’Unione Europea) ha permesso un rapido sviluppo e una altrettanto celere produzione di grandi quantità di sieri e farmaci, è tuttavia mancato – da parte di questi stessi soggetti – un reale impegno per evitare che queste risorse venissero privatizzate e sottomesse ai meccanismi di mercato. Questo ha reso pressoché impossibile, per i Paesi più poveri, accedere in tempi ragionevoli a questi strumenti, determinando così un processo di immunizzazione ‘a doppia velocità’, con risultati epidemiologici decisamente avversi.

È mancata la cooperazione internazionale nel condividere i mezzi di contrasto alla pandemia messi a disposizione dalla ricerca: non solo, dunque, gli organismi sovranazionali (OMS e Nazioni Unite, in primo luogo) non sono stati capaci di far superare la primazia dei diritti di proprietà intellettuale e la privatizzazione di vaccini e farmaci, rendendoli beni comuni; si è anche data troppo poca importanza a tecnologie e strategie meno innovative, che avrebbero potuto rappresentare un elemento complementare nel contenimento delle infezioni. Infine, è mancato un vero sostegno all’iniziativa COVAX (Covid-19 Vaccine Global Access), lanciata nell’aprile 2020 ma mai adeguatamente finanziata dai Paesi sviluppati. Come risultato di questo insieme di politiche, i Paesi in via di sviluppo sono stati sempre gli ultimi della lista per la fruizione degli strumenti di prevenzione e controllo disponibili.

Sfide integrate

Farsi trovare preparati alla prossima pandemia è imperativo, certo; ma non basta. È necessario riconoscere la radice di questa tragedia, e la sua diretta connessione con l’altra grande tragedia del nostro tempo – la crisi climatica. Negli ultimi anni, l’attenzione alla crisi sanitaria ha gravemente rallentato il cammino verso la realizzazione degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Eppure, ricordano gli autori del lavoro, «vi è la potenzialità di integrare salute, sostenibilità ambientale e una ripresa economica equa all’interno delle misure per il rilancio post-Covid». La transizione verde deve essere il contesto nel quale ricostruire le economie e le società dopo questa pandemia, e i Sustainable Development Goals possono rappresentare la tabella di marcia comune.

Le raccomandazioni dei Commissari per invertire la tendenza fin qui descritta sono diverse: dalla dotazione, da parte di ogni Paese, di un piano pandemico aggiornato, all’investimento in un’indagine scientifica indipendente e ben documentata sull’origine di SARS-CoV-2, al rafforzamento del ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli autori suggeriscono che la riforma dell’OMS dovrebbe essere accompagnata da considerevoli finanziamenti, che garantirebbero non soltanto di mantenere attività indipendenti di ricerca e sorveglianza, ma anche di sostenere in eventuali emergenze i Paesi che non hanno abbastanza fondi a propria disposizione.

Ma il più essenziale dei provvedimenti necessari per affrontare in modo razionale ed efficace è senz’altro il rafforzamento del multilateralismo: «Esortiamo tutti i Paesi, in particolare i più ricchi e potenti, a sostenere, appoggiare e rafforzare il lavoro delle Nazioni Unite. Chiediamo che essi tengano a mente i benefici del multilateralismo, della solidarietà, della cooperazione e dell’impegno condiviso per lo sviluppo sostenibile, sia che si tratti di affrontare le pandemie, di porre fine alla povertà, di mantenere la pace o di rispondere alle sfide ambientali globali».

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