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Medicina a Padova nei secoli: alle origini della “patavina libertas”

“Universa Universis Patavina Libertas”: sebbene di recente coniazione, il motto dell’università di Padova affonda le sue radici in un concetto – quello appunto di patavina libertas – che risale agli albori della fondazione stessa del nostro ateneo. Un evento, quest’ultimo, che fu parte integrante di una serie di accadimenti strettamente collegati con la fioritura duecentesca del libero Comune di Padova, in quel periodo uno dei più importanti d’Italia. È in riferimento a questo contesto che si può comprendere il primitivo significato di un principio che tanto peso avrebbe avuto, nel corso dei secoli, nello sviluppo dell’università.

Nel 1200 giunge a compimento il processo di ripopolamento della città, gradualmente abbandonata fra la fine dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, che si costituisce in organizzazioni civili e laiche indipendenti dal vescovo. Le famiglie nobili rientrano dalle campagne in città accettando di sottomettersi alle leggi civili. La “libertas” che caratterizza questo processo non dev’essere intesa come “libertà di”, ma piuttosto come “libertà da”. Il Comune, cioè, si forma come un’associazione di individui liberi, innanzitutto, “dal” potere del Sacro Romano Impero Germanico – si pensi che Padova fu fra i principali protagonisti della Lega Lombarda e della battaglia di Legnano del 1176 – e, in secondo luogo, “dal” potere vescovile. Dopo la cacciata del tiranno Ezzelino da Romano (1194-1259), il Comune di Padova raggiunge il massimo della sua prosperità e potenza. La sovranità è in mano al Consiglio Maggiore che nel 1277 conta 1.000 membri su di una popolazione maschile adulta che non supera le 11.000 unità. Si tratta, quindi, di una sorta di “repubblica” nella quale le corporazioni di cittadini possono esprimere in maniera diretta i propri interessi nella vita politica.

Se il Comune di Padova si fonda sulla “libertas” intesa come autonomia, interna ed esterna, la fondazione dell’università segue questo modello e si costituisce come un’associazione caratterizzata da diversi gradi e tipi di “libertas”, frutto d’una costante contrattazione fra studenti e Comune. Si deve tener presente, infatti, che l’università è fondata da studenti “stranieri” che, in quanto tali, richiedono al Comune una serie di diritti e privilegi a garanzia della loro permanenza in città e del loro percorso di studi. Gli studenti, in questo modo, sono liberi “dalla” giurisdizione comunale, nel senso che, per certe categorie di questioni giuridiche, sono soggetti solamente all’autorità del Rettore, anch’egli uno studente. Sono liberi, inoltre, “dalle” tasse comunali e “da” tutta una serie di obblighi richiesti ai cittadini. Sono liberi di chiedere prestiti di denaro ai privati, di cui il Comune si fa garante. Gli studenti, infine, sono liberi “da” particolari vincoli nella scelta dei professori, sebbene questo non debba essere inteso come libertà di scelta del contenuto degli insegnamenti. Lo Studio di Padova, quindi, si costituisce, nella sua veste originaria, quasi come uno “stato nello stato” e in questa autonomia si caratterizza la cifra fondamentale della sua “libertas”.

La “libertà da” ingerenze esterne dell’università di Padova si rafforza, per certi aspetti, e si attenua, per altri, sotto il dominio della Repubblica di Venezia. Per quanto riguarda il primo aspetto, paradigmatico è il caso della “professione di fede” cattolica reso necessario, al conferimento della laurea, dalla bolla papale “In sacrosancta” del 1564. Essendo lo Studio di Padova largamente frequentato da studenti protestanti e ortodossi, il senato veneziano stabilisce la possibilità di conferire le lauree “auctoritate veneta”, senza quindi la presenza del Vescovo. Lo Studio di Padova, con ciò, conferma la sua autonomia. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la creazione della magistratura veneziana dei “Riformatori allo Studio di Padova” dal 1517 sancisce il declino dell’autonomia delle corporazioni studentesche nella scelta delle cattedre.

Tornando a una questione cruciale per quanto riguarda il concetto di patavina libertas, si deve tener presente che non esisteva, al principio, alcuna “libertà di insegnamento e di ricerca” nel senso moderno. Fino al 1700, infatti, i contenuti dei corsi erano rigidamente determinati e pressoché uniformi in tutte le università europee. Anzi, tale uniformità era un prerequisito fondamentale per permettere agli studenti di frequentare diverse università e sostenere un unico esame finale vertente su testi e dottrine condivisi a livello internazionale. Una prima forma di “libertà di” ricerca, tuttavia, si fa strada negli studi medici, a partire dalla fine del 1400 per fiorire nel 1500 e in modo specifico nell’ambito della scuola anatomica. È con Andrea Vesalio (1514-1564), infatti, che la ricerca autonoma e diretta sul cadavere permette una prima emancipazione dal sistema galenico e, quindi, dal corpus disciplinare che costituisce il programma canonico degli studi medici in tutt’Europa. Per la prima volta, alla libertà “da” si coniuga, nello Studio di Padova, la libertà “di”, la libertà, cioè, di ricercare la verità indipendentemente dai testi classici. Il senso di autonomia tanto fondamentale per il corpo studentesco si allarga anche al corpo docente, costituendo la base delle fondamentali scoperte nelle scienze e in medicina del Rinascimento. La libertà “da” l’autorità dei classici diviene libertà “di” creare un nuovo sistema del mondo e del corpo umano.

Infine, è doveroso ricordare che questo stesso senso di autonomia – quindi di “libertà da” – ha permesso all’università di Padova di rivestire un ruolo di primo piano nel corso di eventi storici fondamentali per l’Italia e l’Europa.  Studenti e professori, insieme, animano i moti rivoluzionari del Risorgimento. Il rettore Concetto Marchesi, nel 1943, invita pubblicamente gli studenti a lottare contro il fascismo. Nel biennio 1977-1979 Padova è additata come un laboratorio di vere forme di eversione. La prima bomba esplode nell’ufficio del rettore alla fine degli anni ‘60, qualche mese prima di Piazza Fontana.

La storia di quest’autonomia, in tutte le sue declinazioni politiche, sociali e culturali, dovrebbe ancora, e, anzi, sempre di più, costituire patrimonio comune, fonte di riflessione e d’ispirazione di tutto il corpo studentesco e accademico.

 

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