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Medicina a Padova nei secoli: la deontologia medica in Gabriele Zerbi

Il cosiddetto “secolo d’oro” della Scuola medica patavina, è senza dubbio il Cinquecento, periodo durante il quale Padova fu la sede del “rinascimento scientifico” allo stesso modo in cui Firenze fu la sede di quello artistico. Giganti come Andrea Vesalio e Girolamo Fabrici d’Acquapendente, in particolare, rivoluzionarono l’anatomia, preludio alla completa rifondazione delle scienze mediche nei secoli successivi. L’eccezionalità di tale periodo e di tali personaggi, tuttavia, ha in parte oscurato il ruolo fondamentale avuto da diversi autori del secolo precedente nel preparare il terreno alla rivoluzione rinascimentale. Fra questi, per originalità e varietà dei suoi contributi, si può senz’altro annoverare Gabriele Zerbi, o de Zerbi.

Della sua vita e della sua carriera accademica si sa poco. Nacque intorno agli anni Quaranta del Quattrocento da nobile famiglia. Si laureò in medicina a Padova nel 1467 e qui fu docente di filosofia ordinaria dal 1471 al 1475. Nel 1475 si trasferì a Bologna, dove fu docente di medicina fino al 1482 e di filosofia ordinaria l’anno successivo. In seguito si spostò a Roma, dove insegnò medicina teorica alla Sapienza, e nel 1494 tornò a Padova come professore di medicina teorica ordinaria. Infine, verso la fine del 1504 o all’inizio del 1505, Zerbi partì con il figlio per il suo “fatale viaggio di Costantinopoli” al quale accenneremo alla fine.

Zerbi fu molto noto per un saggio sulle patologie geriatriche (primo del suo genere), il Gerontocomia del 1489, per i suoi contributi all’anatomia condensati nel Liber anathomie corporis humani et singulorum membrorum illius del 1502 e, infine, per un manuale di deontologia medica, il De cautelis medicorum, sul quale vale la pena di soffermarsi. Il Liber anathomie fa parte di un gruppo di testi di anatomia detti pre-vesaliani, che comparirono, cioè, prima del lavoro di Vesalio e che certificano un rinnovato interesse sia per l’anatomia pratica, cioè per l’indagine sul cadavere umano, sia per le fonti classiche del sapere anatomico, una migliore conoscenza delle quali costituì un prerequisito fondamentale per l’opera stessa di Vesalio.

L’etica medica che ha attraversato quasi indenne i secoli della storia della medicina è certamente il prodotto del connubio fra etica ippocratica e quella cattolica. Se i precetti deontologici fondamentali rimasero quasi inalterati nel tempo, tuttavia fu la figura del medico a cambiare profondamente. Uno dei momenti cruciali fu il tardo medioevo in cui si andò sempre più affermando la classe medica come entità sociale con una profonda “coscienza di classe”. Entrando a far parte d’un preciso tessuto sociale, perlopiù cittadino, il medico assunse dei ruoli che comportano nuovi doveri, come la cura degli ammalati di peste e degli indigenti, e le funzioni medico-legali. Di conseguenza, aumentavano anche i rischi, per i medici, d’essere accusati di non assumersi le proprie responsabilità, o d’essere responsabili di mancanze nei confronti dei propri doveri sociali e istituzionali. La loro posizione pubblica, di solito piuttosto privilegiata, li rendeva, inoltre, esposti a gelosie, invidie e competizione che aumentavano il rischio di accuse e aggressioni.

Il De cautelis medicorum è forse la prima espressione completa di un’etica fondata sulla consapevolezza del medico di appartenere a una precisa classe, con propri diritti e doveri, e bisognosa di strumenti per la propria preservazione e prosperità in una comunità costituita da altre classi di potenziali competitori. In questo trattato, si trova una particolarissima mescolanza, oltre che di precetti ippocratici e cattolici, anche d’una certa dose di cinismo e astuzia che il medico doveva esercitare per preservare se stesso; sfumature che rendono il testo, fra le altre cose, estremamente vivo e vivace.

Tutto ciò risulta in un qualche modo evidente sin dal prologo, in cui Zerbi spiegava cosa intendesse per cautela: “La cautela è l’evitare con diligente attenzione l’inganno, cioè la frode, la delusione, l’infamia e il disonore, che capitano al medico nel suo atto operativo sul corpo umano […] come quelli chiamati alla lotta, si fermano con le braccia alzate e difendono il loro volto con le mani frapposte come una trincea, così il medico deve essere sempre intento con l’animo e l’opera con ogni genere di cautele contro la forza e la petulanza dei malevoli”.

La cautela è l’evitare con diligente attenzione l’inganno, cioè la frode, la delusione, l’infamia e il disonore, che capitano al medico nel suo atto operativo sul corpo umano Gabriele Zerbi

Le regole di Zerbi erano disegnate, essenzialmente, per sostenere e rafforzare la corporazione alla quale egli, in quanto medico laureato e universitario, apparteneva, nella lotta contro gruppi competitori nel mercato dell’assistenza sanitaria, il che è comprovato dall’importanza assoluta data da Zerbi alla preservazione della buona reputazione del medico. La buona reputazione, nelle sue diverse forme, costituiva, in fondo, la difesa fondamentale contro eventuali accuse di responsabilità in caso di morte, danno o insuccesso della terapia. Era tuttavia importante, all’inverso, anche che il medico sapesse non dimostrarsi mai responsabile di manchevole o cattiva gestione dell’ammalato per mantenere e rafforzare la propria reputazione. La reputazione era garantita, inoltre, anche attraverso la solidarietà fra gli appartenenti della corporazione dei medici, e non a caso Zerbi fornisce una serie di consigli circa il “modo di comportarsi del medico verso gli altri medici incaricati con lui della medesima cura”, come quello di non parlare mai male di un collega in pubblico e, nel caso questi avesse commesso un errore, correggerlo di nascosto.

Alcuni stratagemmi suggeriti dallo Zerbi a difesa della propria reputazione e delle proprie responsabilità si trovano, a volte, ai limiti stessi della moralità. Il medico, per esempio, poteva usare parabole e proverbi. Altra astuzia, quando si era accompagnati dai parenti verso il malato, consisteva nell’informarsi per strada di tutto il possibile e, una volta giunti presso di lui, osservare attentamente l’eventuale presenza di qualche cibo o erba particolare, di modo da poter dare l’impressione d’indovinare le caratteristiche della malattia a prima vista. Uno stratagemma interessante consisteva anche nel misurare a lungo il polso, anche più del necessario, per dare la sensazione d’essere particolarmente scrupoloso. Immancabile la cautela del ritardare il più possibile la prognosi per avere il tempo di osservare l’evoluzione della malattia e diminuire così il rischio d’errore, e, soprattutto, di rimanere sempre sul vago, nel fornirla, per evitare d’essere accusato, a posteriori, d’aver commesso un errore.

Zerbi insisteva su questo punto, sostenendo che il medico dovesse rimanere sempre sul condizionale anche qualora pressato a dare una risposta più chiara. Sulla stessa linea di spregiudicatezza la cautela, predicata da Zerbi, di presentare come grave una prognosi dubbia, sia per evitare, in caso di esito fatale, d’essere ritenuti responsabili della fatalità, sia per guadagnarsi una stima maggiore in caso di risoluzione del male. Quasi paradossalmente, Zerbi consigliava al medico… di non usare la medicina, cioè i farmaci. Questo, in fondo, proprio per evitare di trovarsi responsabili di danni al paziente: “Tuttavia, se è necessario arrivare all’uso della medicina, il medico usi le più blande e le più consone alla natura. Perciò userà la medicina basata sulla dieta piuttosto che la vera e pura medicina”.

Nel trattato si trovano mescolati, dunque, precetti altamente morali, derivati soprattutto dall’etica cattolica, con accortezze e astuzie che sembrano tutt’altro che morali. Mescolanza che ha portato alcuni autori a chiedersi, con un divertente giro di parole, quanto etica fosse, in fondo, questo tipo di etica medica.

Quel che risulta sorprendente, in tutto questo, è che il medico veronese fu egli stesso vittima d’un suo paziente nonostante dovesse essere un maestro nel sapersi cautelare di fronte a simili eventi. Secondo il racconto che ne fa l’umanista Pierio Valeriano (1477-1558), Zerbi fu chiamato a curare il sultano turco che soffriva di una grave forma di dissenteria. In un primo momento, la cura di Zerbi funzionò e il medico fu ricompensato con grandi quantità d’oro e oggetti preziosi. Tuttavia, finché Zerbi aspettava una nave ai confini della Turchia per rientrare in Italia, il sultano ricadde malato (a quanto pare a causa delle proprie indulgenze nel cibo e nel bere). I figli del sultano, volendo recuperare i ricchi doni ricevuti dal medico, lo catturarono al confine, accusandolo d’aver avvelenato il proprio padre, e, per punizione, segarono a metà il suo corpo e quello del figlio che l’accompagnava.

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