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Rapporto DIA: "Il Veneto è un territorio attrattivo per la criminalità mafiosa"

“Il Veneto è caratterizzato da un tessuto economico ed imprenditoriale molto sviluppato. Sul territorio si registra, infatti, la capillare presenza di piccole e medie imprese, la cui esistenza e prosperità è correlata anche ad importanti snodi di comunicazione, quali il porto di Venezia-Marghera e gli aeroporti internazionali “Venezia-Marco Polo” e “Verona-Valerio Catullo”. La ricchezza diffusa costituisce, pertanto, una potenziale attrattiva per la criminalità mafiosa, principalmente interessata a riciclare e reinvestire capitali illeciti”.

Inizia così la relazione semestrale redatta dalla DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e trasmessa alle Camere dal Ministro dell’Interno nel dicembre scorso. Il periodo di riferimento è gennaio-giugno 2018, quindi inevitabilmente molte pratiche malavitose balzate agli onori della cronaca negli ultimi giorni non possono essere presenti.

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Il Veneto però, anche nel primo semestre 2018 è stato teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio. La stessa Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.

Adria Docks a Chioggia

L’attrattività veneta per la criminalità organizzata oramai è cosa assodata e un’ulteriore conferma arriva proprio dalla relazione della DIA. Analizzando la provincia di Venezia esistono diversi elementi per credere che Cosa Nostra abbia riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare. Stiamo parlando in particolare dell’inchiesta Adria Docks, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palermo e conclusa dalla Guardia di finanza nel settembre 2008, che aveva evidenziato dei tentativi di riciclaggio da parte di alcuni soggetti palermitani riconducibili al clan Lo Piccolo. L’idea dei “picciotti” era quella di riciclare attraverso la riqualificazione dell’area “ex Adria docks” di Chioggia, con un investimento di 8 milioni di euro.

Felice Maniero e il suo patrimonio

La Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre 2018 accende nuovamente l’attenzione anche sulle vicende della Mala del Brenta. Seppur debellata con l’arresto e il pentimento del boss, è proprio il patrimonio di Felice Maniero a far discutere. Il 26 marzo 2018 infatti la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili proprio a Maniero, del valore totale stimato di circa 4,5 milioni di euro.

La relazione della DIA inoltre dice anche che “non deve essere sottovalutata la presenza sul territorio (veneto ndr) di numerosi pregiudicati”, una frase che suona quasi premonitoria vista la vicenda che solo pochi giorni fa ha coinvolto la famiglia Multari.

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Operazione Jonny e la cosca Arena in provincia di Verona

Aprendo l’analisi a tutta la regione la DIA parla di “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta”, in particolare per quanto riguarda traffici di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco”. In particolare stiamo parlando di ciò che è emerso nell’ambito dell’operazione Jonny. L’indagine, iniziata nel maggio 2017, e che ha inferto un duro colpo alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto (KR). Alcune società di scommesse online erano gestite da soggetti contigui alla cosca e residenti anche nella provincia di Verona.

Fiore reciso: i Giglio e i Giardino

Un’altra operazione cruciale per quanto riguarda ‘ndrine in territorio veneto è stata quella denominata Fiore reciso. La DIA nel gennaio 2018 ha eseguito arrestato 16 persone indagate a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, al riciclaggio, all’autoriciclaggio, allo spaccio e al traffico di sostanze stupefacenti. In particolare sarebbero emersi contatti con esponenti delle famiglie Giglio di Strongoli (KR) e Giardino. L’inchiesta quindi ha toccato anche il Veneto in quanto un capannone a Vigonza, in provincia di Padova, era di fatto diventato base in cui stoccare gli stupefacenti e prepararli per la vendita, oltre ad essere un magazzino per armi e munizioni. Per il riciclaggio invece, i malviventi venivano agevolati da alcuni dipendenti di un istituto di credito padovano, ai quali poi venivano versate ingenti somme di denaro per il “servizio”.

Inchiesta Stige

La stessa cosca Giglio è stata tra le protagoniste anche dell’inchiesta Stige del gennaio 2018, nella quale a tre degli arrestati è stato contestato “...[di] aver preso parte, ognuno con il proprio ruolo... ad una associazione per delinquere di tipo ‘ndrangheti- stico...articolazione del più ampio locale di ‘ndrangheta cirotano... allo scopo di acquisire, mantenere, rafforzare ed estendere il controllo anche economico dell’area territoriale sopra definita, nonché al Nord Italia e all’Estero, attraverso la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici”.

Picciotteria 2

Nel primo semestre 2018 la ‘ndrangheta è risultata protagonista in Veneto anche nell’inchiesta Picciotteria 2, in cui sono risultati coinvolte alcune cosche di Africo (RC),ed in particolare un elemento di spicco della ‘ndrina Morabito di Africo ed un esponente della cosca Vadalà di Bova Marina (RC). Quest’ultimo, come riporta la relazione, è “emerso anche nel contesto relativo all’efferato omicidio del reporter Jan Kuciak e della sua compagna, avvenuto nel mese di febbraio 2018 a Bratislava (Repubblica Slovacca), ove la predetta cosca avrebbe trasferito i propri interessi economici attraverso la costituzione di diverse società.”

Operazione Ciclope

Sempre nei primi sei mesi del 2018 c’è stata l’operazione Ciclope eseguita dalla Guardia di Finanza e conclusasi con l’arresto di 17 persone facenti parte di un’associazione criminale operante nel settore delle frodi fiscali e del riciclaggio, costituita, promossa e organizzata da un imprenditore, originario di Melissa (CZ). L’imprenditore, residente in provincia di Verona aveva “stretti legami con pregiudicati calabresi, in particolare con un soggetto originario di Cutro (KR)”.

Non c’è solo la ‘ndrangheta però in Veneto. Ad essere protagonista della malavita sono anche Cosa nostra e la camorra che la fanno da padrone per quanto riguarda il riciclaggio di capitali illeciti e lo smercio di sostanze stupefacenti. Quando si sente parlare di Veneto come territorio con gli anticorpi nei confronti del virus mafioso bisogna ricordarsi di ciò che scrive la DIA, cioè: “come diversi arresti di latitanti, susseguitisi nel tempo, abbiano dato conferma del fatto che anche il Veneto, al pari di altre regioni del nord Italia, sia considerato un’area ove trovare rifugio ed assistenza”.

I casalesi e l'operazione Serpe

Rifugio in cui hanno trovato base anche i Casalesi. L’operazione Serpe, e le relative condanne in cassazione nel 2015, parlano proprio di ciò, cioè di “un’associazione di tipo mafioso dedita ai reati di estorsione, usura e sequestro di persona”. L’indagine era stata sviluppata dalla DIA sotto il coordinamento della DDA di Venezia che, nel gennaio 2018, ha anche trovato in Messico, precisamente a Tijuana, un pregiudicato latitante dal 2007. Il soggetto era stato condannato dal Tribunale di verona per estorsione e usura, reati commessi nelle province di Verona e Brescia tra il 2005 ed il 2009, per conto del cartello napoletano conosciuto come l’Alleanza di Secondigliano, composto dalle famiglie Licciardi, Contini e Mallardo.

Mafia nigeriana e cinese

Quando si parla di mafia però negli ultimi anni si sta facendo sempre più strada anche la criminalità organizzata non autoctona. In particolare la relazione della DIA accende i riflettori su quella di origine nigeriana, nordafricana, est europea, cinese e sudamericana. La nigeriana sembra risultare la più aggressiva ed opera sia nell’ambito dello sfruttamento della prostituzione che in quello di traffico di eroina, cocaina, droghe sintetiche e cannabinoidi.

La criminalità organizzata cinese invece sembra essersi specializzata nell’inserirsi nel tessuto economico del nostro Paese, in particolare per quanto riguarda il reato di contraffazione.. Un esempio di ciò ci viene dall’operazione Dragone eseguita dalla Guardia di finanza nel marzo 2018 a Treviso, che ha scoperto un giro di fatture false per un valore di circa 3 milioni di euro.

A ciò la DIA aggiunge anche il fenomeno del caporalato e del delicato settore dei rifiuti, “su cui deve rimanere alta l’attenzione, in quanto fortemente esposto alle mire imprenditoriali della criminalità organizzata”.

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