Un traduttore AI animale-umano? Meglio di no
Chi ha un animale domestico lo sa: a volte sono chiarissimi quando cercano di comunicare con noi, anche se forse un po’ monotematici (bisognerebbe spiegargli che ripeterci che hanno fame non porterà a più spuntini fuori orario), mentre in altri casi sembrano l’equivalente peloso di un poeta ermetico, e l’abbaiare di un cane può significare “ho visto un piccione e mi sono sentito chiamato in causa” ma anche “sto facendo la guardia al nulla, ma con grande dedizione”.
L’idea delle multinazionali del tech quindi è irresistibile: immaginiamo uno scenario in cui apri un’app, registri il tuo cane che abbaia al nulla e finalmente scopri che non sta facendo rumore per tediare i vicini, ma sta articolando un pensiero complesso sulla proprietà privata e sul diritto dei piccioni alla mobilità urbana. Oppure inquadri il gatto mentre ti fissa con disprezzo “rognando” e il telefono ti restituisce una frase secca: “Stai mangiando senza di me. Guarda che segno tutto.”
La possibilità, più o meno fantascientifica, di avere un traduttore simultaneo per capire cosa stanno tentando di farci sapere diventa allettante.
Negli ultimi anni, con l’arrivo di sistemi di intelligenza artificiale sempre più potenti, questo desiderio ha trovato un nuovo carburante, e le aziende promettono di tradurre non solo i nostri animali domestici, ma anche altri come i cetacei.
Con la traduzione si parte male
Il problema, però, è che l’idea stessa di “traduttore” può portare nella direzione sbagliata. Non perché gli animali non comunichino, ma perché il loro modo di farlo forse non è quello che pensiamo noi (e in particolare i programmatori dell’AI), cioè tramite parole e frasi. Una tendenza troppo comune è dare per scontato che la comunicazione animale sia, prima di tutto, un problema linguistico, che esista una grammatica nascosta dentro i versi, le vocalizzazioni e i click, pronta a essere scoperta da un algoritmo sufficientemente potente.
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La comunicazione animale però non è una lingua come la intendiamo noi, è un sistema di segni intrecciato con il corpo, con l’ambiente, con la relazione tra individui. E soprattutto è un sistema che ha senso nel mondo dell’animale, non nel nostro. “Molte volte la comunicazione animale viene legata al contesto umano o antropocentrico – spiega Nicola Zengiaro biosemiologo e autore di un articolo scientifico sull’argomento – mentre, come impariamo leggendo Jakob von Uexküll, ogni vivente abita un proprio Umwelt, un mondo soggettivo costruito a partire da ciò che può percepire e da ciò che per lui conta davvero. A partire da questo mondo soggettivo poi si sviluppa un certo tipo di comunicazione di cui questa creatura ha bisogno per sopravvivere, per riprodursi, per proteggersi. Il problema è che l’AI non ha Umwelt, cioè non ha un corpo che esperisce il mondo”
Il rischio quindi non è tanto quello di sbagliare traduzione, ma di sbagliare direttamente l’approccio.
“ Le altre specie vivono degli universi semantici, sintattici e pragmatici molto diversi da quelli umani. La loro forma di vedere il mondo e di stare nel mondo è assai differente dalla nostra Nicola Zengiaro
Basta raccogliere più dati?
Nella narrazione più diffusa, l’AI viene presentata come la soluzione alla distanza che ci separa dagli animali non umani. Se raccogliamo abbastanza dati, se ascoltiamo abbastanza click, se addestriamo modelli abbastanza sofisticati, prima o poi emergerà una grammatica, e con la grammatica, un significato.
Nel paper, Zengiaro mostra come questa promessa venga costruita trattando la comunicazione animale come se fosse una lingua, quindi come se fosse “decodificabile” con gli strumenti del linguaggio umano.
Il rischio, però, è che l’AI diventi un modo convincente guardare l’alterità e trasformarla in qualcosa che ci somiglia.
Anche se si parla di comunicazione umana, tra l’altro, comunicare grazie a una traduzione è un’operazione delicata, se è vero che tradurre è un po’ tradire, come suggeriva Italo Calvino, e già di per sé farlo implica una perdita di informazione, di una parte del significato originario. Ogni traduzione è un compromesso, e se questo vale tra lingue umane, dove condividiamo una biologia simile e un mondo sociale comparabile, la faccenda si complica drasticamente quando proviamo a tradurre specie diverse.
“ Quello che fa l’intelligenza artificiale è schiacciare la complessità della comunicazione animale, rendendola un algoritmo decodificabile e traducibile in quello che per noi è comprensibile Nicola Zengiaro
Il fascino della “lingua” delle balene
Uno dei casi analizzati nel paper è Project CETI, che usa AI e grandi dataset per cercare di comprendere la comunicazione dei capodogli. Zengiaro non nega l’importanza del lavoro: riconosce che raccogliere e organizzare enormi quantità di vocalizzazioni è utile, il problema sorge quando si cerca di leggere i pattern riconosciuti grazie alla tecnologia come se fossero elementi linguistici, come se l’obiettivo fosse trovare “unità” equivalenti a parole e frasi.
E poi c’è un grosso limite: il cocktail problem, riconosciuto dal Project CETI stesso. Quando vengono registrate tante vocalizzazioni contemporaneamente come in questo caso, non sai chi sta “parlando” con chi, e quindi rischi di perdere la dimensione relazionale, che è una parte fondamentale del contesto in cui si svolge la comunicazione.
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La comunicazione non è solo vocalizzazione
Riconoscere pattern non significa automaticamente “capire”. “La comunicazione animale – spiega Zengiaro – non è solo la vocalizzazione, anzi quest’ultima è una parte davvero minuscola di tutta la comunicazione che avviene attraverso il corpo e l’ambiente”.
Per questo, quando l’AI si concentra solo su un canale, rischia di perdere il quadro generale, perché gli animali comunicano in modo multimodale, attraverso l’olfatto, la vista, ma anche vibrazioni e segnali elettrici.
Comunicano anche dentro un ecosistema, che non è un semplice sfondo. Zengiaro a questo proposito fa un esempio: il cambiamento climatico può modificare il modo in cui le balene vocalizzano, perché cambia la fisica dell’acqua che diventa più densa, e loro devono ridurre l’informazione, come faremmo noi se dovessimo parlare a qualcuno in un ambiente molto rumoroso. Ma se la comunicazione è intrecciata all’ambiente e al contesto, non possiamo trattarla come un file audio isolato.
Il problema non è l’AI
L’AI può essere utile in molti settori della ricerca, per esempio per monitorare la biodiversità, per riconoscere pattern su grossa scala, per fare velocemente analisi che un umano non potrebbe mai fare. Ma quando si passa dal pattern al significato, si entra in un territorio più complesso.
“ Il problema non è l’AI, sono le premesse di partenza a essere errate
In altre parole: il salto dal riconoscimento alla comprensione rischia di essere più lungo della gamba, perché ci restituisce informazioni incomplete, quando non proprio sbagliate.
Il rischio di tralasciare l’etica
L’enfasi sulla traduzione, che tra l’altro è un potenziale successo commerciale che alle aziende fa molto comodo, può diventare anche un diversivo, un modo per spostare l’attenzione dai problemi di cui l’AI può anche essere causa. Quando un progetto promette di tradurre i delfini, l’attenzione si sposta sulla magia tecnologica e si allontana da problemi concreti, come la crisi degli habitat e il benessere animale.
Un esempio è quello che capita con alcuni strumenti a cui puoi dare una registrazione, come il canto di un uccello, e loro possono dirti a quale specie appartiene, in che tipo di contesto potrebbe essere stato prodotto e arrivano a suggerire anche il significato. Questo può addirittura incentivare una nuova forma di overtourism naturalistico, con persone che vanno a caccia di vocalizzazioni, aumentando disturbo e pressione sulla fauna.
Abbiamo davvero bisogno di tradurre gli animali?
Siamo abituati a pensare che la scienza serva a rendere tutto trasparente, traducibile, leggibile. La biosemiotica, invece, in questo caso suggerisce un’altra postura: riconoscere che l’alterità fa parte della nostra vita, e che attualmente non esiste una tecnologia che possa prendere in esame tutte le variabili che entrano in gioco durante un atto di comunicazione animale: “Noi non riusciamo a tradurre l’universo animale – aggiunge Zengiaro – perché esiste una sorta di opacità nel mondo altrui che dobbiamo rispettare, spostando l’essere umano dal centro, e ridimensionando l’idea che la tecnologia possa trasformare ogni forma di vita in un testo intelleggibile”.
Che poi, sotto sotto, lo sappiamo già senza AI: quando torniamo a casa e il nostro gatto ci accoglie miagolando, non ci sta facendo sapere che è contento di vederci, ma ci fa presente che le sue crocchette sono vergognosamente in ritardo.