SOCIETÀ

Imparare a vivere nell’Antropocene

Perché, sebbene la crisi ambientale sia per noi umani un rischio esistenziale, non percepiamo con sufficiente forza l’urgenza di agire? Come parlare della crisi ambientale in un modo che ci permetta di comprendere meglio i problemi che dobbiamo affrontare e che ci spinga ad attivarci, come singoli e come società? Cosa dobbiamo fare di diverso rispetto a quanto fatto fino ad oggi?

Queste domande hanno una risposta comune: ripensare l’educazione. È questa la proposta avanzata nel volume Ripensare l’Antropocene. Oltre natura e cultura (Carocci, 2024) da quattro ricercatrici e docenti dell’università di Bologna: Paola Govoni (esperta di Science and Technology Studies), Maria Giovanna Belcastro (biologa e antropologa), Alessandra Bonoli (ingegnera delle materie prime), Giovanna Guerzoni (antropologa dell’educazione).

Il libro è l’esito di un percorso nato nelle aule universitarie nel 2020, dopo lo scoppio della pandemia. Le quattro studiose – e amiche, come loro stesse si definiscono – si sono trovate a riflettere su come interagire con studentesse e studenti durante il confinamento, e su come affrontare le domande necessariamente sollevate da quella situazione, che non era soltanto un’emergenza sanitaria, ma uno degli effetti prevedibili della crisi ambientale.

Da queste considerazioni, le docenti hanno tratto lo spunto per fondare TerraFranca, un laboratorio interdisciplinare che, come specifica il sottotitolo, si concentra su “natura e tecnologie, specie migranti e educazione”. Le discussioni sviluppate in questo spazio nel corso degli anni hanno dato forma e contenuti a Ripensare l’Antropocene, che si articola in cinque brevi saggi firmati dalle autrici, alle cui riflessioni fanno da contrappunto o da sostegno brevi interventi scritti da molte delle ragazze e ragazzi, provenienti da diversi corsi di laurea, che nel tempo hanno partecipato al laboratorio.

L’obiettivo del libro è offrire una riflessione non sistematica ma plurale, a tratti magmatica, sullo scarto che esiste da un lato tra il modo in cui percepiamo e conosciamo la nostra storia di specie e di società, il nostro rapporto con il mondo naturale e l’attuale crisi ambientale e, dall’altro, la consapevolezza che su questi temi servirebbe per attuare il tanto urgente “cambiamento trasformativo” del nostro sistema sociale ed economico.

Con una scelta didattica che, per il suo coraggio, si fa politica, le quattro autrici hanno deciso di non presentare i loro saperi in modo autonomo e separato, ma di lavorare attivamente per ibridarli. Lo scopo di questo approccio è colmare la nostra ignoranza innanzitutto su “dove siamo e chi siamo in termini evoluzionistici”, cioè come specie, e poi, a cascata, aiutarci a mettere in discussione – o almeno a guardare sotto una luce diversa – alcune categorie concettuali che siamo abituati a dare per scontate, in quanto parte integrante della cultura in cui cresciamo.

Colmare le divisioni disciplinari

Un punto chiave per realizzare questo ampliamento di sguardi e questa ibridazione di prospettive è l’abbandono dell’approccio didattico classico, che prevede di insegnare le diverse materie come indipendenti le une dalle altre, andando oltre “i limiti di un’educazione sempre troppo parziale e autoreferenziale: scientifica o tecnologica o sociale o umanistica”.

Soprattutto quando l’oggetto da comprendere e affrontare è un iperoggetto come la crisi ambientale, tali divisioni disciplinari si rivelano controproducenti. Questa crisi, infatti, chiama in causa ogni aspetto della nostra realtà: chiarirne i contorni e inventare strumenti adeguati per affrontarla richiede il contributo di tutti i saperi esistenti, e soprattutto richiede che essi dialoghino, cooperino, si uniscano.

L’obiettivo finale? Andare oltre la dicotomia – un classico, nel pensiero occidentale moderno e contemporaneo – tra natura e cultura, per adattarsi a un ormai inevitabile Antropocene (checché ne dica la International Commission on Stratigraphy, che non ha riconosciuto la validità scientifica dell’Antropocene come epoca geologica) nel quale ciò che più conta è che impariamo a riconoscere il nostro posto (non centrale) nel mondo naturale e a darci dei limiti.

Gran parte della responsabilità dell’atteggiamento distruttivo nei confronti dell’ambiente, a nostro parere, è frutto di un’educazione che ci illude di poter dominare la nostra vita e ciò che ci circonda a suon di formule Paola Govoni, in "Ripensare l'Antropocene", p. 23

Il laboratorio TerraFranca è stato, letteralmente, luogo di sperimentazione di modi alternativi di pensare l’Antropocene, l’epoca dominata da scelte e azioni umane, e di comunicare all’interno e a proposito di questa epoca. Come spiega Paola Govoni, curatrice del volume, le domande sul “dove abbiamo fallito?” e sul “che fare?” sono state rivolte direttamente alle persone studenti. E a prescindere dal percorso di studio seguito, scrive Govoni, “la loro risposta è stata senza esitazione: nell’educazione. Manualistica e quantitativa, teorica e competitiva. Di conseguenza frettolosa e superficiale, inadatta ad affrontare la realtà”.

Per una "cittadinanza del pianeta"

Una critica radicale, dunque, proviene dalle giovani generazioni – quelle che, per prime, vivranno la loro intera vita in un mondo instabile, insicuro, incerto. Le autrici accolgono questa critica, e provano a proporre, in risposta, un modello di conoscenza e analisi critica che equipaggi le menti a rispondere alle esigenze del presente. Il metodo è la costruzione di ponti: tra discipline, come abbiamo accennato, attraverso la commistione e l’uso trasversale di saperi provenienti da ambiti diversi; e tra periodi storici, cercando nel passato punti di vista che, per la loro portata innovativa, avrebbero potuto modificare il corso della storia del pensiero, ma che sono rimasti tutto sommato marginali, perdenti rispetto ai grandi dogmi del nostro tempo – la competizione come mezzo di affermazione, la crescita come fine ultimo, l’antropocentrismo, l’assoluta separazione tra umani e natura.

Percorrendo questi ponti, invece, appare chiaro che questi dogmi si basano su fondamenti ideologici, più che su fatti scientifici. Invece, esistono narrazioni alternative, ma altrettanto valide, della nostra storia profonda (ad esempio, che ogni popolo umano è frutto di antichissime e continue migrazioni e ibridazioni) e del nostro sviluppo futuro (ad esempio, che la crescita materiale non è l’unico modo possibile per aumentare il benessere di una società, come illustrano modelli come quello dell’economia della ciambella, inventato dall’economista inglese Kate Raworth). Queste narrazioni, in molti casi, erano già state sviluppate decenni o secoli fa. Un paio di rimandi, tra i molti racchiusi nel volume: il saggio Man and Nature, scritto nel 1862 dal geografo americano George Perkins Marsh, in cui si elencavano con puntualità gli effetti negativi della degradazione della natura per mano umana; il pensiero del sociologo Lewis Mumford, che negli anni ’30 del secolo scorso mostrava i gravi limiti del miraggio della crescita e promuoveva la necessità di una forma sostenibile di sviluppo.

Tutti questi contributi, tuttavia, sono rimasti laterali soprattutto in ambito educativo: anche il fermento intellettuale della seconda metà del Novecento, quando la comunità scientifica ha accumulato evidenze schiaccianti e, di conseguenza, ha iniziato a prendere posizione sempre più chiaramente sui pericoli della crisi ambientale, non ha intaccato il sistema educativo tradizionale, mirante soprattutto alla formazione di esperti e professionisti con competenze settoriali, più che di cittadini consapevoli e attenti alle cose del mondo.

Abbiamo bisogno di un’educazione che ci aiuti a riconoscere le somiglianze per capire il senso delle differenze. Abbiamo bisogno di zone d’interscambio tra linguaggi e saperi diversi [...]. P. Govoni, in "Ripensare l'Antropocene", p. 134

È giunto dunque il momento di superare questo stallo, dichiarano le autrici tra le righe, e di farlo costruendo un sistema educativo il cui obiettivo sia creare una “cittadinanza che sia del pianeta e non delle patrie”. Nella pratica, questo significa incoraggiare l’incontro con l’altro, che sia di un’altra cultura o di un’altra specie, e spronare i giovani a “immaginare nuovi mondi”, radicalmente diversi da quello oggi esistente, per riprendere ad alimentare movimenti di cambiamento dal basso (soprattutto dalla gioventù, che nel panorama politico odierno non trova spazio di parola) e restituire forza trasformativa alla società. 

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