Tra Mosca e Washington: il divario strategico dell’Europa
Un'esercitazione militare in ambito NATO. Foto: NATO
Alla Munich Security Conference del 2026, il rapporto “Mind the Deterrence Gap” dell’European Nuclear Security Group (ENSG) ha proposto una tesi precisa: l’Europa si troverebbe in una condizione di crescente asimmetria strategica rispetto al contesto di minaccia, in particolare rispetto alla Russia, e in una fase di incertezza sulla solidità di lungo periodo dell’ombrello statunitense. Il punto non è l’imminenza di un confronto nucleare, ma la credibilità della deterrenza in un ambiente meno regolato e più competitivo.
Il concetto di deterrence gap viene utilizzato come categoria analitica per leggere una trasformazione più ampia dell’ordine di sicurezza euro-atlantico. Non si tratta di evocare una nuova corsa agli armamenti in senso automatico, ma di interrogarsi sulla solidità dell’architettura di sicurezza europea in una fase segnata da tre fattori convergenti: la guerra in Ucraina e la centralità del linguaggio nucleare nella dottrina russa; la sospensione del New START, ultimo grande trattato di controllo degli armamenti strategici tra Washington e Mosca; la crescita sostenuta della spesa militare globale.
Secondo il Military Balance 2026 dell’International Institute for Strategic Studies, la spesa militare mondiale ha superato i 2.200 miliardi di dollari, con una crescita reale superiore al 7% nell’ultimo anno considerato. Gli Stati Uniti restano il primo investitore, con oltre 900 miliardi di dollari; la Russia ha aumentato in modo significativo l’incidenza della difesa sul proprio PIL, superando in alcuni casi il 6%. L’Europa, nel suo complesso, ha registrato incrementi marcati, con numerosi Stati membri che hanno raggiunto o superato la soglia del 2% del PIL in ambito NATO.
Numeri e struttura del divario
Il deterrence gap delineato dal rapporto ENSG non è una semplice differenza aritmetica tra arsenali. I dati del Stockholm International Peace Research Institute stimano per il 2025 circa 12.100 testate nucleari nel mondo, di cui circa 9.500 potenzialmente disponibili per uso militare e circa 3.900 dispiegate. Russia e Stati Uniti ne detengono la grande maggioranza. L’Europa, come entità politica, non dispone di un arsenale nucleare comune.
La prima dimensione del deterrence gap è dunque strutturale: l’assenza di una deterrenza nucleare europea integrata. L’unica potenza nucleare dell’UE è la Francia; il Regno Unito, anch’esso dotato di capacità nucleari, resta esterno all’Unione ma integrato nella NATO. Il continente si affida quindi alla deterrenza estesa statunitense e al meccanismo di nuclear sharing.
La seconda dimensione è politica. La deterrenza funziona sulla base della credibilità: l’avversario deve ritenere che la risposta sia possibile e probabile. Il rapporto ENSG evidenzia come la frammentazione decisionale europea e le divergenze strategiche interne possano indebolire la percezione di coesione, ampliando il deterrence gapindipendentemente dalle capacità tecniche.
La terza dimensione è industriale e finanziaria. La guerra in Ucraina ha mostrato limiti europei nella produzione di munizioni e sistemi avanzati in tempi rapidi. Senza una base industriale integrata e scalabile, l’aumento della spesa rischia di non tradursi in potenza effettiva, alimentando ulteriormente il deterrence gap.
Il dopo-New START e la stabilità strategica
Il New START fissava a 1.550 il numero massimo di testate strategiche dispiegate per ciascuna parte e prevedeva meccanismi di verifica e ispezione. La sua sospensione non ha comportato un’immediata espansione degli arsenali, ma ha ridotto la trasparenza e la prevedibilità.
Le analisi dell’International Institute for Strategic Studies sottolineano che la modernizzazione delle triadi nucleari statunitense e russa è in corso da anni. Negli Stati Uniti, il rinnovamento di ICBM, sottomarini classe Columbia e bombardieri B-21 comporta investimenti pluridecennali stimati in centinaia di miliardi di dollari. Anche Mosca investe in sistemi aggiornati, inclusi vettori ipersonici e nuove piattaforme sottomarine.
Il venir meno dei meccanismi di verifica non equivale automaticamente a una corsa incontrollata agli armamenti, ma riduce i margini di trasparenza. In un contesto di tensione elevata, la minore prevedibilità può incidere sulla stabilità strategica, aumentando il rischio di incomprensioni o errori di calcolo.
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Spesa europea: quantità e qualità
L’Europa ha reagito all’invasione dell’Ucraina con un aumento significativo dei bilanci della difesa. Tuttavia, il rapporto ENSG evidenzia che la spesa aggregata europea, pur consistente, è distribuita su programmi nazionali spesso duplicati. La mancanza di economie di scala e di coordinamento limita l’efficienza.
La questione non è solo il raggiungimento della soglia del 2% del PIL, ma la capacità di convertire le risorse in sistemi interoperabili, tecnologie avanzate e filiere resilienti. In questo senso, il deterrence gap non è solo tra Europa e Russia, ma tra potenziale economico europeo e sua effettiva traduzione in capacità militare coerente.
La variabile francese e la dimensione atlantica
La Francia resta l’unico Stato membro dell’UE dotato di un arsenale nucleare operativo. La sua dottrina enfatizza l’indipendenza e la sovranità ultima della decisione. Negli ultimi anni, Parigi ha aperto a un dialogo sulla dimensione europea della propria deterrenza, ma senza modificare il principio di controllo nazionale.
Qualsiasi ipotesi di maggiore integrazione dovrebbe confrontarsi con la cornice della NATO. La deterrenza atlantica continua a rappresentare il fondamento della sicurezza collettiva europea. Un’eventuale evoluzione non potrebbe che essere complementare, non sostitutiva.
Industria della difesa e sostenibilità nel tempo
Il rafforzamento della base industriale europea è al centro delle iniziative coordinate dalla European Defence Agency e delle strategie promosse dalla European Commission. L’obiettivo è aumentare cooperazione, standardizzazione e capacità produttiva.
Tuttavia, i programmi di modernizzazione – nucleari e convenzionali – richiedono orizzonti pluridecennali e impegni finanziari stabili. In un contesto di pressioni sui bilanci pubblici e di priorità sociali concorrenti, la sostenibilità non è garantita. Il deterrence gap può quindi essere letto anche come una tensione tra ambizione strategica e vincoli fiscali.
Un divario da interpretare
Il rapporto ENSG non sostiene che l’Europa sia priva di deterrenza, né che un confronto nucleare sia imminente. Propone piuttosto una riflessione sulla coerenza del sistema di sicurezza europeo in una fase di transizione.
I dati mostrano una competizione nucleare ancora entro limiti formali ma meno regolata, una spesa militare globale in crescita, un’Europa che investe di più ma resta frammentata. Il deterrence gap evocato è quindi un indicatore di vulnerabilità potenziale, non una sentenza definitiva.
Resta aperta la questione centrale: fino a che punto l’Europa intende rafforzare la propria capacità di contribuire alla deterrenza collettiva? Le opzioni vanno dal consolidamento del pilastro europeo all’interno della NATO a una maggiore integrazione industriale e politica. Nessuna di queste scelte è neutra sul piano finanziario o istituzionale.
Il deterrence gap non è soltanto una differenza di arsenali. È una misura della distanza tra responsabilità strategica e strumenti disponibili. Se e come colmarlo dipenderà da decisioni politiche che trascendono il dominio strettamente tecnico della deterrenza nucleare e investono la natura stessa del progetto europeo.