SOCIETÀ

Omotransfobia. Un’indagine globale sui fattori che minano il benessere delle persone LGBTQ+

Circa un quarto delle persone queer in tutto il mondo riferisce un livello di benessere e qualità della vita significativamente basso a causa delle discriminazioni legate all’identità di genere o all’orientamento sessuale. Questa quota risulta particolarmente elevata in Medio Oriente e Nord Africa e, più in generale, tra chi vive in condizioni di precarietà economica o affronta gravi difficoltà finanziarie.

Si tratta dei risultati principali di un ampio sondaggio, a cui hanno partecipato più di 80.000 persone in 153 Paesi, pubblicati di recente su Nature human behaviour con la prima firma dell’economista Erik Lamontagne.
La ricerca è stata condotta dal CNRS (il centro nazionale per la ricerca scientifica francese), dall’Aix Marseille Université e dall’UNAIDS, il programma delle Nazioni Unite per coordinare l’azione globale contro l’AIDS, con la collaborazione della LGBT Foundation.

L’obiettivo era quantificare lo stigma anti-LGBTQ+ nei diversi Paesi e, soprattutto, ottenere una panoramica globale più completa dell’impatto dell’omotransfobia – intesa come qualsiasi atteggiamento o comportamento denigratorio o discriminatorio nei confronti di chi non rientra nello standard etero-cisnormativo – sulla qualità della vita di chi la subisce.

Diverse ricerche hanno infatti mostrato come le persone esposte a questo tipo di ingiustizie tendono a riportarelivelli di salute mentale e benessere generale mediamente inferiori rispetto alla popolazione generale. È stato inoltre evidenziato come l’omotransfobia può assumere forme diverse a seconda dei contesti nazionali e culturali: da quello privato, quando si viene allontanati della famiglia o della propria comunità di riferimento, a quello pubblico, quando l’identità di genere o l’orientamento sessuale espongono a un maggiore rischio di isolamento ed esclusione sociale o, come evidenziato da alcune ricerche, è associata a maggiori difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria. A ciò si aggiunge il fatto che in quasi un terzo delle nazioni del mondo l’omosessualità è ancora vietata per legge o formalmente ostacolata.

La ricerca

Come sottolineato da Lamontagne e coautori, nonostante le evidenze disponibili al momento, è difficile ottenere una panoramica completa delle difficoltà affrontate dalle persone queer in ogni area del mondo, perché la maggior parte delle ricerche sull’argomento sono state condotte in Paesi ricchi e occidentali.
Hanno quindi cercato di colmare questa lacuna attraverso un’indagine che ha coinvolto 82.354 persone in 153 paesi, reclutate attraverso i social network e le associazioni per i diritti LGBT locali. La maggior parte dei partecipanti (oltre l’80% del campione) si è identificata come omosessuale, bisessuale o comunque non etero, e circa un partecipante su otto (il 12% del campione) ha dichiarato di essere transgender, non binario o in generale non cisgender. I ricercatori hanno considerato, in particolare, tre ambiti in cui si può manifestare l’omotransfobia: nella sfera familiare, all’interno della propria comunità locale e a livello nazionale o istituzionale.

È stato confermato che nei paesi in cui il clima politico e culturale è particolarmente omotransfobico, le condizioni di vita generali e il benessere individuale delle persone queer sono mediamente peggiori. Circa un quarto dei partecipanti (il 25% del campione) ha affermato di vivere situazioni di forte disagio a causa delle discriminazioni subite, il 32% ha dichiarato di dover affrontare abitualmente alcune difficoltà e il 43% ha riportato livelli di benessere soddisfacenti.

Più nel dettaglio, la percentuale più alta di persone queer che raccontano di sentirsi bene è stata registrata in America Latina (52%), mentre in Medio Oriente e Nord Africa sono stati registrati i tassi di benessere più basso: qui è stata osservata sia la quantità più bassa di partecipanti che si considerano felici (26%) sia quella più alta di persone che affermano di soffrire profondamente (44%). Seguono i Paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale (35%).

In Africa subsahariana, inoltre, la percentuale di persone che hanno riferito di essere state aggredite fisicamente a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere è la più alta di quella registrata in ogni altra regione del mondo: ovvero del 36%. La media totale è del 21%, con percentuali più basse in Asia e nei Paesi del Pacifico.

Supporto familiare, stabilità economica, sieropositività

Quasi la metà dei partecipanti al sondaggio (il 47%) ha dichiarato di non sentirsi accettata e supportata da parte delle proprie famiglie a causa della propria identità di genere o della preferenza sessuale. Tale quota è particolarmente alta (del 74%), ancora una volta, tra le persone che vivono in Medio Oriente e Nord Africa. Oltretutto, in linea con i risultati di alcuni studi precedenti, l’analisi dei dati raccolti da Lamontagne e coautori mostra che la mancanza di sostegno familiare sia uno dei fattori capaci di compromettere maggiormente il livello di salute e il benessere complessivo delle persone LGBT, insieme all’insicurezza economica.

Infatti, gli autori hanno osservato che le discriminazioni associate all’omotransfobia colpiscono maggiormente le persone con status socioeconomico più basso, che sperimentano quindi instabilità finanziaria ed economica, insicurezza alimentare e difficoltà di accesso a un alloggio e a un'assistenza sanitaria affidabili, ovvero circa un quarto del campione (il 26,2%).

Lamontagne e colleghi parlano addirittura di un circolo vizioso che sembra esistere tra la precarietà economica e il livello delle discriminazioni subite dalle persone queer. In altre parole: chi vive maggiori difficoltà finanziarie ha più probabilità di ricevere trattamenti omotransfobici e, allo stesso tempo, chi viene spesso discriminato corre un rischio più alto di trovarsi in difficoltà economiche.

Al contrario, tra i partecipanti al sondaggio che hanno dichiarato di poter contare su un reddito dignitoso, il peso dello stigma percepito risultava addirittura dimezzato rispetto a quello delle persone economicamente svantaggiate.

Anche la sieropositività al virus dell’HIV e la consapevolezza a riguardo sembrano essere fattori correlati al benessere delle persone queer. Il 63% dei partecipanti sapeva di essere negativo all’HIV, l’11% ha dichiarato di convivere con il virus e il 22,6% ha affermato di non conoscere il proprio stato sierologico. Proprio quest’ultimo gruppo, secondo i risultati del sondaggio, ha riportato il livello di benessere più basso.

Come sottolineano gli autori, l’auspicio è che i dati raccolti attraverso questo sondaggio contribuiscano non solo a ottenere una comprensione più approfondita dell’impatto delle discriminazioni omotransfobiche sul benessere degli individui LGBTQ+, ma diventino anche uno strumento di riferimento per la definizione di politiche pubbliche di contrasto allo stigma, finalizzate a ridurre la discriminazione e a migliorare la salute e la qualità della vita delle persone queer. In questa prospettiva, ricerche future potrebbero approfondire alcune delle dimensioni emerse dallo studio, concentrandosi in particolare sul ruolo protettivo delle reti di supporto sociale e familiare, della sicurezza economica e dell’accesso equo e non discriminatorio ai servizi sanitari.

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