SOCIETÀ

La preistoria è un'invenzione moderna

La preistoria umana risulta simpaticamente l’idea di un periodo storico storicamente indeterminato. L’unica cosa abbastanza certa è che riguarda il passato, poi negli usi metaforici viene usata anche nelle scansioni del presente e in un eventuale futuro che fa tornare indietro. Tuttavia, non esistono intervalli determinati e certi per la trascorsa preistoria: non c’è una data precisa in cui quel passato sia finito e, ancor più, una data certa in cui quel passato sia davvero iniziato. Il termine “preistoria” esiste più o meno identico in varie lingue contemporanee e l’origine risale probabilmente alla seconda metà dell’Ottocento: all’inizio anté-historique in francese, poi proprio prehistoric in inglese, préhistorique e via così. Il termine abbina due elementi latini, il “prima” e la “storia”, quella di cui non si può fare a meno appare evidentemente l’idea di storia, studiata da sempre non solo dai cultori delle discipline storiche. Per quanto riguarda la storia molto è più determinato: in genere, abbiamo scansioni temporali precise per avvenimenti temporali puntiformi o prolungati, per ecosistemi o luoghi localizzabili abbastanza univocamente, per individui umani singoli o associati. Da sempre, risulta più complicato determinare piuttosto l’eventuale catena di cause ed effetti.

La fine della preistoria nelle definizioni classiche e nel senso comune coincide con l’inizio nelle varie aree geografiche dei continenti della memorizzazione scritta e della relativa “documentazione” di quanto sarebbe avvenuto in quella fase oppure prima, in sostanza con alcune qualità delle fonti che si hanno a disposizione per studiare il passato (non fossili o materiali od ormai utilmente genetiche). Si tratta convenzionalmente, dunque, della vita umana prima che la trasmissione culturale infra e intergenerazionale avvenga anche con scritture, una serie di attività poi registrate con grandi diversità geografiche e temporali, loro stesse peraltro “soggettive” e bisognose di letture critiche. Può essere una convenzione fertile se si relativizza il significato di “vita umana”, non nel senso dell’intangibilità (morale) del suo valore per ciascuno e ciascuna, piuttosto nel senso che noi sapiens abbiamo convissuto con altre specie umane in varie parti della Terra, che alcuni dei conviventi erano comunque in vario modo sapienti, “iniziando” la loro vicenda terrena prima della nostra, e che le molteplici vite biologiche posseggono comunque antenati comuni, anche prime delle forme e delle specie umane.

Sotto questo punto di vista, l’inizio della preistoria tende a spostarsi sempre più indietro nel tempo passato e la stessa nozione di tempo va infine relativizzata, assumendo una pluralità di dimensioni chimiche e fisiche (non solo terrestri e pur necessariamente “relative”) oltre che biologiche. Ammesso che la preistoria abbia un qualche “percorso” comune, da un paio di secoli la sua individuazione contempla ormai, “storicamente” di conseguenza innumerevoli ipotesi e teorie, dipende. Fino alla scrittura quale è stato il comportamento o il fenomeno che costituisce l’avvio della preistoria o di un’altra “storia” umana? La posizione eretta di specie precedenti il genere Homo?, il primo utensile manufatto di una di quelle specie, forse già del genere Homo?, la prima uscita di umani dall’Africa?, la prima evenienza della specie Homo sapiens?, l’uscita “decisiva” dall’Africa della nostra specie?, il momento in cui la nostra specie è rimasta l’unica del genere sulla Terra, ambivalente e chimerica?, la fine dell’ultima glaciazione e la lenta, contraddittoria, non lineare e controversa svolta agricola e stanziale, almeno da quando gli umani sono divenuti maggioritariamente in ogni continente coltivatori allevatori “residenti” e iniziano le cosiddette “età” archeologiche? 

Chi può dirlo? Mai si è trattato comunque di un singolo episodio o attimo (ed è discutibile usare lo stesso termine “invenzione”), la preistoria non ha una data di inizio sul calendario da celebrare, non è un periodo “globale” e possiede oggettivamente una lunga durata incommensurabilmente più estesa della “storia” successiva. Abbiamo via via scoperto che nemmeno la storia può limitarsi a elencare fatti e personaggi, che il tempo delle scienze fisiche e chimiche è talora fatto di cicli e diacronie, che lo stesso tempo delle scienze sociali e umane non scorre sincronicamente in ogni continente e area del globo o in ogni ecosistema continentale e insulare, che le migrazioni animali e antropologiche hanno continuato sempre a movimentare le dinamiche residenziali e il meticciato della nostra specie, che il significato di “scrittura” è evoluto nel corso del tempo e che in questa fase sta molto modificandosi. Insomma, come per le cause e gli effetti biologici, anche per le cronologie vitali degli inizi e delle fini non vi sono catene e durate garantite. 

Noi ricostruiamo, creiamo, inventiamo, mitizziamo narrazioni del passato che riflettono lo stato delle conoscenze attuali (nel migliore dei casi) ma pur anche ideologie e pregiudizi delle nostre umane culture. E una delle “invenzioni” più radicate e tenaci degli ultimi tre secoli è stata proprio quella delle “origini” e della “preistoria”.


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È lì a ricordarcelo in modo scientifico un interessante volume dello storico delle idee Stefanos Geroulanos, L’invenzione della preistoria. L’ossessione per l’origine dell’uomo e della civiltà, traduzione di Alessandro Manna, Einaudi Torino, pag. 498 euro 24 (riccamente illustrato) 2025 (orig. 2024, The invention of Prehistory. Empire, Violence and Our Obsession with Human Origin). 


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L’autore fa soprattutto riferimento al pensiero occidentale dal Settecento ai nostri giorni: le teorie sul nostro passato hanno plasmato la storia e il mondo in cui viviamo oggi. Nel corso degli ultimi tre secoli siamo stati in grado di comporre un vasto insieme di ipotesi sulle origini delle specie umane e della nostra, narrazioni fonte di vera ossessione e continua meraviglia (oltre che aggiornamento), fra le più avvincenti e contestate al mondo. Tali “storie” non hanno mai riguardato il passato, che in realtà non esiste indipendentemente da noi presenti, non è sospeso nell’ambra in attesa di essere scoperto. Forse oggi molti siamo pronti a rigettare la violenza e il razzismo, ma comunque tutti spesso non riusciamo ad accorgerci che indossiamo dei paraocchi quando guardiamo all’”umanità” e rischiamo di riprodurre formulazioni semplicistiche e binomi schematici (per esempio anche antico-moderno, originario-derivato, autoctono-alieno, eccetera), invece di guardare per quel che sappiamo i molti modi di essere umani del passato (e del presente), effettivamente come terreno comune di realtà a livello scientifico.

Intorno al 1750 pensatori e scienziati europei di allora cominciarono a valutare la “nostra” vita precedente alla Creazione, “inventarono” la preistoria, si misero ad analizzare il linguaggio, la biologia, la cultura materiale e persino i conflitti violenti del loro tempo per trovare indizi sugli esseri umani originari, pensando e narrando il passato più remoto, identificando specifici concetti, espressioni e immagini, poi così influenti e contrastanti che hanno plasmato l’umanità moderna e sono tornati di continuo nelle riflessioni e nelle contrapposizioni a noi ora contemporanee. Capirli significa rendersi conto in quale misura possano sfuggire al significato che attribuiamo loro e in che modo, perlopiù, finiscano con il narrare una storia ben diversa da quella che intendeva chi li ha ideati. L’approfondimento non riguarda orrori superati, la nostra spoliazione della terra è in corso e deve ancora raggiungere il suo apice. Il futuro che speriamo di costruire dipende dalla nostra capacità di capire la nostra brutalità, il nostro desiderio, il nostro potere e la nostra smania di ingannare gli altri e noi stessi.

Il colto giovane studioso Stefanos Geroulanos (Atene, 1979) insegna Storia europea delle idee alla New York University. Accompagna qui la ricca ricostruzione culturale con oltre centoquindici illustrazioni, fitte note finali (e indice dei nomi). La narrazione, dopo l’introduzione (“L’epica umana”) e prima dell’epilogo (“Dal paradiso soffia una bufera”), risulta distinta in quattro parti e venti capitoli. L’esposizione avviene attraverso i concetti piuttosto che attraverso i singoli scienziati, e tali concetti non hanno andamento linearmente cronologico: tornano, si adattano, s’intersecano e confliggono, migrano nel tempo e nello spazio. La prima parte s’intitola “Frammenti di un passato mitico” e affronta il periodo 1750-1870, pur iniziando da spunti antecedenti di Rousseau (l’identità storica e antropologica assegnata alle popolazioni indigene del Nuovo Mondo, massacrate assoggettate tiranneggiate schiavizzate deportate). 

La seconda parte richiama i “Concetti federatori”, il periodo dagli anni trenta dell’Ottocento alla Prima guerra mondiale (gli stadi storici dell’evoluzione umana e biologica, il comunismo primitivo, il Neanderthal, l’antichità della psiche, l’ambivalenza umana opportunisticamente autogestita); la terza parte “L’orrore, parte I”, il periodo dal 1900 agli anni Sessanta (la metafora delle invasioni barbariche, l’incomprensione del migrare non solo nomade, i miti del colonialismo civilizzatore, i nazisti e le razze); la quarta parte “Le nuove ideologie scientifiche; o l’orrore, parte II”, dal 1930 ai giorni ancora in corso (scritture e letture di Darwin alla nascita dell’Unesco, le pitture rupestri, le scimmie assassine, il patriarcato, la violenza, i computer). Molti dei dibattiti (chiaramente ricostruiti) di questi due secoli e mezzo sono rimasti gli stessi. La compulsione persiste come tendenza a offrire una teoria completa dell’umanità facendo riferimento al passato remoto, sbarazzandosi della storia documentata, dimenticandosi il fatto che di tale passato sappiamo ben poco, inducendo gerarchie ed esclusioni, e rispondendo a tutte le domande possibili o immaginabili.

Innumerevoli i riferimenti scientifici e multimediali dell’autore (qua e là con qualche carenza e superficialità, inevitabilmente), con sollievo per chi disprezza ideali di purezza e certezze assolute. Il passato remoto, per quanto affascinante possa essere, non è degno del nostro amore, noi siamo violenti per quel che facciamo oggi, non per quello che gli ominidi potrebbero aver fatto un tempo: ribadirlo è un’esigenza giusta pur dovendo essere intrecciato con le vicende statuali e climatiche, geopolitiche. Incertezze sull’uso aggettivo americano o statunitense (forse non solo della traduzione), non sono proprio sinonimi. Il testo di Geroulanos è molto stimolante e un po’ “ideologico” (in senso proprio), cerca e trova il percorso di alcuni concetti storici fondamentali e non affronta i percorsi e i conflitti sociali emersi nelle stesse epoche, fra le culture e i popoli, fra le classi e gli stati, dal Settecento ai giorni nostri (in corso). Ciò non si poteva chiedere, ovviamente, a quella scelta di ottima ricerca sulla nostra diffusa persistente ossessione per le origini, più o meno comuni, dell’attuale storia.

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