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Ripristinare la natura: l’Italia di fronte alla sfida europea

Nel giugno 2020, la Commissione europea ha lanciato la Strategia UE per la Biodiversità al 2030, uno dei pilastri del Green Deal europeo. Questa strategia, composta da un variegato pacchetto di misure, mira a invertire la perdita di biodiversità, ripristinare gli ecosistemi degradati e rafforzare la resilienza dei territori europei. Dopo anni di negoziati, tale visione si è concretizzata con l’approvazione, a giugno 2024, del Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura, entrato in vigore il 18 agosto 2024.

Questo Regolamento ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta, l’Unione Europea (UE) ha stabilito obiettivi giuridicamente vincolanti non soltanto per la protezione della biodiversità, ma anche per il recupero degli ecosistemi naturali su larga scala. L’urgenza è evidente: come documentato dai monitoraggi condotti periodicamente dall’Agenzia Ambientale Europea (EEA), solo il 14% degli habitat europei è in buone condizioni, mentre oltre l’80% presenta livelli di degradazione che minacciano la biodiversità e la sicurezza ecologica del continente.

La degradazione degli habitat e degli ecosistemi, infatti, non è solo una questione ambientale: compromette la disponibilità di essenziali contributi della natura alle persone, come la purificazione delle acque, la fertilità del suolo e la regolazione climatica, da cui dipendono salute, agricoltura e qualità della vita. Il Regolamento per il Ripristino della Natura rappresenta una risposta a un’emergenza sistemica: ripristinare la natura è un compito centrale per garantire il futuro economico e sociale dell’Europa.

Un altro degli aspetti innovativi di questo regolamento è proprio la sua natura giuridica: nell’ordinamento europeo, una legge approvata sotto forma di “regolamento” entra immediatamente in vigore, e tutti gli Stati membri hanno un periodo limitato di tempo per recepirla e creare uno strumento giuridico nazionale che ne garantisca l’attuazione sul territorio.


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Obiettivi e traguardi del Regolamento

Il Regolamento si pone tre obiettivi principali, articolati su orizzonti temporali precisi:

  • entro il 2030: ripristinare almeno il 30% degli ecosistemi terrestri e marini degradati, comprese aree agricole, forestali e urbane; 

  • entro il 2040: ristabilire la funzionalità ecologica degli ecosistemi prioritari e migliorare la connettività ecologica;

  • entro il 2050: assicurare la piena resilienza e conservazione delle specie e degli habitat naturali.

Il ripristino ecologico è “il processo volto ad aiutare, attivamente o passivamente, il ripristino di un ecosistema per migliorarne la struttura e le funzioni, con lo scopo di conservare o rafforzare la biodiversità e la resilienza degli ecosistemi, migliorando una superficie di un habitat fino a portarla a un buono stato”. Gli interventi di ripristino previsti dal Regolamento europeo sono variegati: tra i molti, figurano la rimozione delle barriere fluviali per restituire 25.000 km di fiumi al flusso naturale, la ri-umidificazione delle torbiere drenate, la messa a dimora di tre miliardi di nuovi alberi e la salvaguardia degli impollinatori (non solo insetti), oggi in declino in tutta Europa.

Il Regolamento introduce anche il principio di “non regressione ecologica”, imponendo che le aree ripristinate non tornino a deteriorarsi nel tempo. Gli Stati membri dovranno quindi adottare misure durature e scientificamente fondate.

Il Piano Nazionale di Ripristino: la territorializzazione degli obiettivi

Ogni Stato membro dovrà presentare alla Commissione europea, entro il 1° settembre 2026, un Piano Nazionale di Ripristino della Natura (PNR). Questo è lo strumento cardine per tradurre gli obiettivi europei in azioni concrete sul territorio, attraverso un processo di applicazione del regolamento europeo su scala locale che tenga conto della diversità ecologica e socioeconomica di ciascun Paese.

Per l’Italia, la territorializzazione rappresenta il principale punto di forza e, al tempo stesso, la sfida più complessa. Il nostro Paese, con la sua straordinaria varietà di ecosistemi – dalle Alpi alle pianure, dalle zone umide alle coste e alle isole – necessita di strategie differenziate e coordinate. La traduzione su scala locale dei principi definiti a livello comunitario richiede un processo coordinato.

Il primo obiettivo è avere una conoscenza approfondita delle condizioni ecologiche del Paese: bisogna realizzare una mappatura dettagliata degli ecosistemi degradati, basata su dati satellitari e rilievi locali. In seconda battuta, vanno definite le priorità di intervento a livello regionale: per questo, è necessario integrare conoscenze scientifiche e competenze tecniche, lavorando con le amministrazioni locali. Ogni processo di ripristino, poi, deve essere realizzato assicurando, fin dalle prime fasi, la partecipazione delle comunità e di tutti i portatori di interesse – agricoltori, silvicoltori, pescatori, ONG, enti di ricerca. Inoltre, è importante costruire sinergie tra i diversi settori di competenza delle politiche pubbliche, collegando strumenti ambientali, agricoli, energetici e urbanistici.

Nella pratica, ogni regione ha il compito di individuare gli ecosistemi chiave da ripristinare sul proprio territorio di competenza – zone umide, fiumi, boschi, pascoli, aree costiere o marine – definendo obiettivi misurabili e indicatori di risultato. L’obiettivo finale non è la realizzazione di un piano omogeneo, ma un mosaico territoriale coordinato, in cui le specificità locali contribuiscano alla coerenza nazionale e al raggiungimento degli obiettivi europei.

Monitoraggio, dati e adattamento

Il Regolamento impone un sistema di monitoraggio scientifico continuo e trasparente. Gli Stati membri dovranno trasmettere alla Commissione rapporti triennali sui progressi (dal 2028) e relazioni complessive ogni sei anni (dal 2031).

Il monitoraggio si baserà su indicatori comuni a livello europeo, quali:

  • qualità ecologica e superficie degli habitat ripristinati;

  • presenza di specie chiave (uccelli, farfalle, impollinatori);

  • stock di carbonio organico nei suoli;

  • copertura arborea urbana e rimozione di barriere fluviali.

Questi dati alimenteranno un approccio adattativo alla gestione: le misure potranno essere aggiornate e migliorate nel tempo sulla base dei risultati ottenuti e delle conoscenze scientifiche più recenti.

La trasparenza e la comunicazione dei risultati saranno fondamentali per rafforzare la fiducia dei cittadini e la legittimità delle politiche di ripristino, favorendo il senso di corresponsabilità e partecipazione.

Le sfide e le opportunità per l’Italia

L’elaborazione e l’attuazione del Piano Nazionale di Ripristino comportano sfide significative per il Paese. Un primo, potenziale ostacolo è la difficoltà di coordinare i diversi livelli di governance – amministrazioni centrali, regionali e locali – che devono lavorare a stretto contatto per garantire coerenza normativa e rapidità nel processo decisionale.

Dopo più di un anno dall’entrata in vigore del Regolamento e a meno di un anno dalla scadenza per il primo invio dei Piani nazionali, a ottobre 2025 il Ministero dell’ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha dato avvio ai lavori per la produzione di una bozza del PNR italiano. Insieme al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF), il Ministero dell’Ambiente è l’attore istituzionale di riferimento per l’adeguamento delle normative nazionali al Regolamento europeo. Come primo passaggio verso la creazione del PNR, i ministeri hanno individuato gli altri attori da coinvolgere nel processo legislativo e hanno creato alcuni organi e strumenti: un tavolo di coordinamento, gestito da MASE e MASAF, e diversi gruppi di lavoro tematici che lavorano in collaborazione con esperte ed esperti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Una seconda difficoltà riguarda le risorse economiche: gli obiettivi di ripristino ecologico posti dall’Unione Europea sono ambiziosi, e per realizzarli saranno necessari investimenti consistenti. In una Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo del 7 luglio 2025 si riporta che il fabbisogno economico stimato a livello europeo per finanziare gli interventi di protezione e ripristino della natura ammonta a circa 65 miliardi di euro l’anno, una cifra ben più alta degli investimenti messi in campo fino ad oggi. Alla luce di questo deficit di finanziamento, in quella Comunicazione la Commissione europea invitava tutti gli Stati membri a sviluppare meccanismi di finanziamento dedicati, combinando fondi pubblici, investimenti privati e strumenti innovativi, come i payments for ecosystem services e i crediti di biodiversità.

Un ulteriore elemento di complessità si incontra nel momento dell’effettiva realizzazione degli interventi pianificati. Questi, infatti, possono confliggere con interessi ed esigenze di sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’agricoltura, l’allevamento, la produzione di energia e la costruzione di infrastrutture. Ai decisori politici nazionali e locali spetta perciò il difficile compito di bilanciare gli obiettivi ecologici con le altre esigenze, trovando un compromesso tra l’uso del territorio e la sua tutela.


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A dicembre 2025, la coalizione #RestoreNature (che, a livello italiano, ha visto la partecipazione di Lipu, WWF Italia e Pro Natura) ha pubblicato un rapporto che valuta lo stato di avanzamento della preparazione dei Piani Nazionali tra 23 Paesi membri dell’UE, per ognuno dei quali è stato reso disponibile un approfondimento. Molti dei Paesi analizzati sono risultati in ritardo nella redazione della prima bozza del Piano Nazionale di Ripristino. Il rapporto di #RestoreNature specifica che “solo una manciata di Stati membri (Repubblica Ceca, Germania, Finlandia, Francia, Portogallo e Spagna) hanno sviluppato una solida base scientifica per la preparazione del PNR. Molti sono ancora in una fase iniziale per quanto riguarda l’identificazione delle lacune conoscitive, il coinvolgimento delle istituzioni scientifiche e la definizione di valori di riferimento per la definizione delle attività di ripristino”.

Per quanto riguarda l’Italia, i risultati dell’analisi non sono dei migliori. Ricordando che l’attuale governo italiano è stato uno dei più strenui oppositori all’approvazione della Nature Restoration Law in sede europea, #RestoreNature afferma che “l’analisi di medio termine rivela progressi molto limitati e indica che le autorità nazionali devono accelerare il processo di redazione della bozza e iniziare a condividere le informazioni sullo stato di sviluppo del PNR con il pubblico e con tutti i portatori di interesse”. Il coinvolgimento diretto e trasversale di ISPRA, che è la principale istituzione scientifica italiana in ambito ambientale, è un elemento positivo; tra i ritardi e le inefficienze, invece, vengono indicati il ritardo nella formazione di una struttura organizzativa per la redazione del Piano (ottobre 2025) e la mancanza di trasparenza sullo stato di avanzamento del processo, su cui il Ministero dell’Ambiente ha iniziato a rendere pubbliche alcune informazioni solo a novembre 2025.

Il ripristino: una risorsa strategica per il futuro

Nonostante queste difficoltà, il PNR è una grande opportunità per il Paese. Ogni euro investito nel ripristino può generare fino a 38 euro di benefici economici, che si traducono nei cosiddetti contributi della natura alle persone, nella prevenzione dei danni climatici e nella creazione di nuova occupazione ‘verde’.

Il ripristino della natura può diventare una leva strategica di sviluppo territoriale, capace di coniugare transizione ecologica, innovazione e coesione sociale. In un Paese come l’Italia, vulnerabile al cambiamento climatico (si trova infatti nel mezzo dell’hotspot mediterraneo) e fragile dal punto di vista idrogeologico, la rigenerazione degli ecosistemi è anche un investimento nella sicurezza idrogeologica e nella resilienza climatica.

La Nature Restoration Law ha dato il via a un cambio di paradigma: non si tratta più solo di proteggere la natura esistente, ma di riportare le parti degradate del mondo naturale a una condizione di salute. Per l’Italia, il successo del Piano Nazionale di Ripristino dipenderà dalla capacità di rendere la transizione ecologica un processo territoriale, partecipato ed economicamente sostenibile.

Il tema delle risorse economiche è cruciale. Come ricordato nella Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, la piena attuazione del Regolamento richiederà uno sforzo finanziario paragonabile a quello messo in campo per la transizione energetica. Sarà dunque indispensabile un impegno coordinato tra l’UE e gli Stati membri per colmare l’attuale divario e dare alla natura la stessa attenzione e le stesse risorse che oggi si dedicano al clima e all’energia.

Nell’attuale contesto di crisi ambientale, ripristinare la natura significa dare nuova vita ai territori, restituire valore ai paesaggi rurali e urbani, e costruire un nuovo equilibrio tra economia e ambiente. È un progetto di ricostruzione non solo ecologica, ma anche sociale. Se saprà cogliere le potenzialità di questo cambio di paradigma, l’Italia potrà giocare un ruolo guida in questa trasformazione, rendendo la sua ricchissima biodiversità una risorsa per la messa a terra di una forma sostenibile di sviluppo e un’assicurazione sul futuro per le nuove generazioni europee.

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