SOCIETÀ

Il ritorno della razza: perché un’idea che credevamo sepolta sta riemergendo

Per anni è sembrato che la parola razza fosse destinata a scomparire dal lessico politico, oltre che da quello scientifico, relegata in un passato definitivamente archiviato. Oggi torna invece ad affacciarsi con insistenza nel discorso pubblico, spesso in forme nuove ma non meno inquietanti. Riappare attraversano i social, si insinua nelle campagne elettorali, trova spazio persino nelle democrazie liberali. È da questa constatazione che prende avvio l’analisi di Andrea Graziosi nel libro Il ritorno della razza. Alle radici di un grande problema politico contemporaneo(Il Mulino, 2025): un’analisi agile ma rigorosa che, intrecciando storia, politica e cultura, getta un’ombra inquieta sul presente, mostrando quanto il razzismo sia capace di mutare pelle per riemergere nei momenti di fragilità collettiva.

Inizio questo commento al libro di Andrea Graziosi con due imperatori. Il primo è citato da graziosi, quando contrappone il razzismo degli antichi greci alle politiche inclusive degli antichi romani. Tacito negli Annales (XI, 24) riporta questo discorso dell’imperatore Claudio:

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove… Cos’altro costituì la rovina di spartani e ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un’improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico…

Secoli di dominio romano si basarono anche sulla capacità, come scrive Graziosi, “di fondere più genti in un popolo politico”. Tacito contrappone i romani ai greci, e Graziosi parte da qui per mostrare come, attraversando duemila anni di storia occidentale, queste due Weltanschauung abbiano continuato a riproporsi sotto diverse vesti fino ai giorni nostri. Spesso dividendo dall’interno altre contrapposizioni, per esempio quella tra destra e sinistra.

Aggiungo che anche le religioni dividono. Graziosi afferma che Cristo e San Paolo abbiano avuto un ruolo fondamentale nel contrasto culturale al razzismo, costituendo la base religiosa da cui derivarono poi l’idea di eguaglianza delle rivoluzioni USA e francese, l’abolizione della schiavitù e la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Argomento convincente, tuttavia, anche il cristianesimo si macchiò a suo modo di discriminazione sostituendo la razza con la religione, contrapponendo cristiani a non cristiani, permettendo ad esempio la schiavitù dei non cristiani, emarginando gli ebrei e sostenendo in alcune fasi la maledizione camitica. Bisogna aspettare la Nostra Aetate del 1963 per un pronunciamento privo di ambiguità sulla dignità di tutte le religioni e quindi di tutti gli uomini.

Il secondo discorso che vorrei citare è stato pronunciato all’ONU dall’imperatore dell’Etiopia Hailé Selassié, il 4 ottobre 1963:

Fino a quando la filosofia che ritiene una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e permanentemente screditata ed abbandonata; fino a che non cesseranno di esistere in ogni nazione cittadini di prima e seconda classe; fino a che il colore della pelle di un uomo non diventerà di significato non maggiore di quello dei suoi occhi; fino a che i diritti umani basilari non saranno ugualmente garantiti a tutti indifferentemente dalla razza; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura e di una cittadinanza mondiale e il dominio della moralità internazionale rimarranno non più di una fuggevole illusione, da perseguire, ma senza mai raggiungerla.

Bob Marley riprende queste frasi nella canzone War, ribadendo che il razzismo è alla radice di tutte le guerre. Non credo che Andrea Graziosi sottoscriverebbe questa visione un po’ semplificata, giustificata dal clima di de-colonizzazione e di lotta ai regimi di apartheid: gli antichi romani erano sempre in guerra anche se non erano razzisti in senso moderno... Tuttavia, è innegabile che molte guerre antiche e moderne passino anche per la sub-umanizzazione dell’avversario, e che il postulato razzista sfoci facilmente nella prevaricazione e nella violenza.

Nell’attuale clima di sdoganamento di qualsiasi ideologia (filosofia, come direbbe Hailé Selassié), il libro di Andrea Graziosi è opportuno e utile, perché svela le origini storico-culturali di tanti modi di pensare ben depositati nelle mentalità individuali e collettive. In particolare nell’Italia contemporanea, la cui popolazione – oggi e ancor più domani – sarà sempre più un melting pot di persone provenienti da tutto il mondo. 

La questione della forza lavoro

Alcuni numeri: nei prossimi cinque anni in Italia andranno in pensione più di due milioni di lavoratori con al massimo la licenza media inferiore, mentre si affacceranno al mercato del lavoro meno di 400 mila persone con il medesimo titolo di studio. Vi sarà una insopprimibile necessità di lavoratori manuali in un Paese strutturalmente basato sull’industria manufatturiera, sull’agricoltura e sul turismo ad alta intensità di manodopera, sui servizi domestici agli anziani. Tutti lavori in crescita, difficili da sostituire con l’automazione e l’intelligenza artificiale.

Questi lavoratori manuali potranno giungere in misura molto limitata da una popolazione di origine europea, come è in parte avvenuto nei decenni passati (quasi metà degli stranieri attualmente residenti in Italia). Infatti la situazione demografica dell’Est Europa e dei paesi dell’America Latina è simile a quella dell’Italia, con bassissima fecondità e bassa propensione ad emigrare verso i paesi occidentali per fare lavori manuali. 

È facile prevedere che vi saranno contemporaneamente, nei prossimi decenni, un forte pull factor immigratorio dell’Italia e un forte push factor emigratorio da molti paesi africani e da alcuni paesi dell’Asia meridionale. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite nella sola Nigeria, se non vi fossero migrazioni, la popolazione in età 20-39 anni passerebbe da 69 milioni di oggi a 107 milioni del 2045, quella del Pakistan da 79 a 114 milioni. Per converso, senza migrazioni, la popolazione residente in Italia di età 20-39 passerebbe da 12,7 milioni a 10,1 milioni, quella residente in Europa da 178 a 155 milioni. E – voglio ripeterlo – la grandissima parte di questi giovani europei avrà almeno il diploma superiore, e cercherà in tutti i modi di evitare i lavori poco pagati, poco prestigiosi e molto faticosi, che con tutta probabilità continueranno a costituire almeno il 20% dei posti di lavoro complessivi.

Il tema del razzismo va quindi posto all’interno di quello più generale della integrazione delle prime e – specialmente – delle seconde generazioni all’interno della società italiana ed europea, ma dovremmo parlare anche del Giappone e delle altre società asiatiche con una storia ormai lunga di bassa fecondità. Come scrive bene Graziosi, sono tutte società che non possono culturalmente giovarsi – come quelle americane e dell’Oceania – del fatto di essere costruite da successive ondate immigratorie, e rischiano quindi di essere più vicine all’impostazione culturale degli antichi greci piuttosto che a quella degli antichi romani.

L’ascensore sociale inceppato

Per contrastare il “ritorno della razza” credo sia opportuno mettere assieme i discorsi sui diritti costituzionali con un sano pragmatismo. I diritti costituzionali e quelli universali vanno continuamente ribaditi e insegnati. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che non è sufficiente ribadire che i bambini e gli uomini sono tutti uguali e che il colore della pelle non conta. Non basta neppure mettere l’accento su alcune storie di successo, come quelle di campioni sportivi, imprenditori di origine straniera e così via. È necessario rimodellare un’organizzazione sociale in cui anche le persone provenienti dai paesi poveri, e specialmente i loro figli, possano moltiplicare i loro talenti e non siano sempre agli ultimi posti nel maltusiano banchetto della vita. 

Sempre più, come abbiamo detto, nei prossimi anni gli immigrati non saranno europei. Dobbiamo quindi rendere possibili fra i migranti e fra i loro figli diffusi processi di mobilità sociale ascendente. In caso contrario, lo stereotipo dell’immigrato abile solo per i lavori di servizio, destinato alla povertà, e quindi “ladro” di un welfare che dovrebbe essere destinato agli italiani poveri, rischia di perpetuarsi generazione dopo generazione. La downward assimilation che, generazione dopo generazione, continua a colpire i neri e i nativi degli USA e gli aborigeni australiani rischia di perpetuarsi anche in Italia e in Europa, con il contorno di baby gang e di micro-criminalità. Aumentando paura e insicurezza nella popolazione locale, già “tramortita” come scrive Graziosi, da un progressivo invecchiamento sociale.

Il razzismo non è un relitto del passato: cambia linguaggio, si adatta alle crisi e riaffiora nelle società fragili. Capirne le radici storiche è indispensabile per leggere le disuguaglianze del presente

Purtroppo i dati che abbiamo sull’integrazione delle seconde generazioni non sono incoraggianti. L’INVALSI del 2024 mostra che in seconda elementare i bambini figli di coppie straniere sono fortemente in deficit rispetto ai loro compagni, sia in matematica, sia specialmente in italiano. La distanza quasi si dimezza in quarta elementare, ma si amplifica di nuovo in terza media, ritornando agli stessi livelli della seconda elementare. L’impressione è che le scuole medie inferiori – oggi praticamente identiche a quelle della riforma Gui del 1963 – non funzionino come ascensore sociale, specialmente perché tengono i ragazzi a scuola solo fino all’ora di pranzo, e sono strutturalmente basate sui compiti casa. Gli alunni stranieri – come quelli italiani figli di genitori poco istruiti – non possono ricevere aiuti familiari adeguati. A riprova di ciò, le differenze dei risultati INVALSI e dei risultati agli esami di terza media secondo il titolo di studio dei genitori sono assai ampie anche fra gli alunni figli di coppie italiane.

Quindi per attenuare – almeno – gli stereotipi razzisti, credo si debba partire da una profonda riforma della scuola (iniziando dalle medie inferiori), per evitare di perpetuare nell’opinione pubblica la micidiale associazione fra non essere di origine europea ed essere destinato, generazione dopo generazione, a restare nella parte bassa della scala sociale. Le persone di discendenza africana o comunque extraeuropea che accedono ai lavori e alle carriere più prestigiose debbono cessare di essere sparute minoranze.

Concludo con un tema “statistico”, ma tutt’altro che secondario. Per denunciare e combattere le diseguaglianze, bisogna misurarle. Ma per misurare le diseguaglianze secondo la storia familiare, bisogna innanzitutto rilevarle. Al momento ce le stiamo perdendo. Se ad esempio un bambino figlio di due genitori stranieri è nato in Italia e ha acquisito la cittadinanza italiana, diventa indistinguibile rispetto a un coetaneo figlio di entrambi i genitori italiani, perché le indagini ISTAT non rilevano alcun dato sui suoi genitori. Come già accade in alcuni paesi di antica storia migratoria, sarebbe invece importante aggiungere sistematicamente nelle rilevazioni ufficiali due domande sul luogo di nascita della madre e del padre. In un lavoro di qualche anno fa sugli esiti dell’immigrazione interna verso il Piemonte e la Lombardia, disponendo del dato sulla regione di nascita dei genitori, con Roberto Impicciatore abbiamo dimostrato che – ceteris paribus – i figli degli immigrati dal Veneto avevano raggiunto il medesimo livello di scolarità dei figli di coppie piemontesi e lombarde, mentre i figli degli immigrati dal Mezzogiorno avevano conseguito un livello di scolarità inferiore.

Perché questo dato non viene rilevato, anche se da anni è richiesto dai demografi? In parte credo si tratti di inerzia statistica: si continua ad agire as usual, anche per evitare di appesantire questionari già troppo corposi. In parte, però, credo che anche gli statistici ufficiali siano vittime di un diffuso stereotipo – diciamo così – antirazzista: poiché tutti i cittadini italiani sono uguali, la loro storia migratoria cessa di essere rilevante, e quindi non vale la pena di rilevarla. Purtroppo l’uguaglianza giuridica non corrisponde sempre con l’uguaglianza sostanziale. Le diseguaglianze non misurate scompaiono dai radar, ma continuano a essere reali e a incidere sulla vita di milioni di persone.

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