SOCIETÀ

Space power: per il Congresso americano la Cina è ormai una potenza alla pari

Per buona parte della seconda metà del Novecento, lo spazio è stato un dominio tecnologico e scientifico al centro della competizione fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era il luogo in cui si misuravano capacità ingegneristiche, potenza industriale, controllo dell’informazione e ambizioni strategiche. Con la fine della Guerra fredda, quella contesa ha assunto un profilo diverso: lo spazio è rimasto un’infrastruttura cruciale per comunicazioni, osservazione terrestre, navigazione e climatologia, ma il predominio operativo e industriale statunitense ha ridotto la percezione di una sfida sistemica. Per oltre due decenni, Washington ha operato in un ambiente in cui la supremazia spaziale era considerata acquisita, mentre le altre potenze si limitavano a consolidare capacità principalmente civili o a bassa intensità strategica.

Negli ultimi anni questo equilibrio si è incrinato. L’orbita non è più un’estensione neutra delle attività terrestri, ma un ambiente in cui si stanno ridefinendo rapporti di forza, standard operativi e priorità tecnologiche. La Repubblica Popolare Cinese è emersa come attore centrale, e non più marginale, nella competizione spaziale. Il 2025 Annual Report to Congress della U.S.-China Economic and Security Review introduce un cambio di prospettiva destinato a pesare nel dibattito strategico: la Cina non sta cercando di ridurre il divario con gli Stati Uniti nello spazio. Secondo il Congresso, quel divario è già stato colmato.

Non siamo più di fronte a un aspirante inseguitore, ma a un concorrente in grado di agire su un piano paritario, dotato di una visione coerente, di risorse consolidate e di un apparato decisionale che può estendere le proprie capacità con continuità.

Il riconoscimento americano: una “parità” conquistata

Nelle oltre settecento pagine del rapporto, il capitolo 7 — significativamente titolato The Final Frontier — esplicita ciò che negli ultimi anni era rimasto sottotraccia. La Cina non è più un soggetto emergente nella space economy, ma un competitor pienamente maturo. Ciò che colpisce non è soltanto la quantità di asset dispiegati in orbita, ma la qualità del sistema: un insieme articolato di infrastrutture, centri di controllo, capacità industriali e programmi scientifici che consentono a Pechino di operare senza dipendenze critiche dall’estero.

Il rapporto rileva che la Cina ha accumulato un numero di satelliti, infrastrutture e piattaforme pari — in alcuni segmenti persino superiori — a quelli statunitensi. La sua presenza nello spazio non è più “funzionale” o subordinata alle esigenze terrestri, ma costituisce una vera e propria architettura strategica. Per Washington, questa constatazione non è secondaria: riconoscere la parità orbitale significa mettere in discussione un intero paradigma geopolitico, fondato sull’idea che lo spazio fosse una dimensione a predominio occidentale.

In altre parole, per la prima volta dagli anni Sessanta gli Stati Uniti non possono considerarsi l’unica potenza in grado di proiettare capacità globali dallo spazio. L’accesso e il controllo dell’orbita bassa, del segmento cislunare e delle piattaforme di osservazione non sono più domini unilaterali, ma un terreno di competizione strutturale che richiede un ripensamento della postura nazionale.

Una capacità spaziale costruita con metodo: dalla quantità alla strategia

Il rapporto evidenzia che nell’ultimo decennio la Cina ha lanciato più di un migliaio di satelliti, molti dei quali dotati di funzioni duali — civili e militari — progettati per potenziare comunicazioni sicure, osservazioni ad alta risoluzione e sistemi di targeting a lungo raggio. L’insieme di questi asset forma una costellazione coerente, capace di supportare operazioni militari su larga scala, monitorare in modo continuo il teatro indo-pacifico, garantire ridondanza nelle comunicazioni e fornire capacità di navigazione alternativa ai sistemi occidentali.

Questa espansione non è avvenuta in modo casuale. Il rapporto parla di una strategia che combina investimenti industriali, pianificazione militare e obiettivi scientifici in un’unica traiettoria. Pechino ha lavorato su tutti i segmenti della filiera spaziale: i lanciatori, le basi terrestri, le reti di controllo, la gestione dei dati, le piattaforme orbitali e le tecnologie di manovra nello spazio. Una crescita così ampia è possibile soltanto quando esiste un disegno unitario, capace di distribuire risorse e responsabilità senza dispersione.

Questa visione ha consentito alla Cina di passare rapidamente da una dipendenza quasi totale da fornitori esteri per sensori, materiali e sistemi di alimentazione a un’autosufficienza che sorprende molti attori del settore. Il risultato è un ambiente orbitale in cui la presenza cinese è capillare e ridondante, un fattore che aumenta in modo significativo la resilienza del sistema, rendendo più complesso per gli avversari interferire con le sue capacità.


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La fusione militare-industriale: un modello senza contrappesi democratici

Uno dei passaggi più rilevanti del rapporto riguarda la military-civil fusion, l’approccio cinese che unifica ricerca scientifica, industria, apparato statale e forze armate in un’unica architettura decisionale. Ciò che in Occidente procede attraverso iter frammentati — tra università, aziende, agenzie, organi di controllo, cicli di bilancio e vincoli normativi — in Cina scorre lungo una filiera diretta, centralizzata, gerarchica. Questa fluidità non è casuale, e non è neutrale. È resa possibile dal fatto che la Repubblica Popolare Cinese non opera all’interno di un sistema democratico multilivello, ma in un contesto politico in cui le decisioni strategiche non necessitano di mediazioni parlamentari, contrappesi istituzionali, separazione dei poteri o supervisione trasparente. Il Partito-Stato può orientare gli investimenti, riorganizzare interi settori, imporre standard e convertire le tecnologie civili in capacità operative con una velocità impensabile per gli Stati Uniti o l’Europa.

Il rapporto non esprime alcuna ammirazione per questo modello, ma ne riconosce l’efficacia tecnica. La Cina è in grado di trasformare idee e prototipi in sistemi operativi senza passaggi intermedi, riducendo drasticamente i tempi fra l’intuizione e l’applicazione. È una forza, ma anche una fragilità strutturale, perché una catena decisionale priva di controllo democratico produce potenza in tempi rapidi, ma non necessariamente resilienza sistemica.

Dalla Terra alla Luna: lo spazio come piattaforma di potere

La competizione non si esaurisce nella bassa orbita terrestre. La Cina ha consolidato un programma lunare con ambizioni di lungo termine, in cui il ritorno di campioni dalla faccia nascosta della Luna non è un gesto dimostrativo, ma un tassello di una strategia più ampia. La prospettiva cinese non mira a rivivere la narrativa del “grande balzo” astronautico, ma a stabilire presidi permanenti nel sistema cislunare, un’area sempre più rilevante per comunicazioni, logistica, materiali strategici e posizionamento militare.

Il Congresso americano coglie chiaramente la portata di questa visione. Chi stabilisce infrastrutture, norme e tempistiche nello spazio cislunare definisce i presupposti materiali del potere orbitale dei prossimi decenni. Le attività lunari non sono più viste come ricerche simboliche, ma come la premessa per sistemi industriali e logistici che potranno garantire vantaggi economici e militari consistenti. In questo quadro, la capacità cinese di pianificare infrastrutture complesse — da moduli abitativi a sistemi di estrazione — rappresenta un elemento di potenziale ridefinizione degli equilibri globali.

Il ruolo del Congresso: la fine dell’eccezionalismo orbitale

La novità politica del rapporto non consiste soltanto nella descrizione delle capacità cinesi — già note agli addetti ai lavori — ma nella consapevolezza istituzionale che ne deriva. Per la prima volta, il legislatore statunitense abbandona la narrazione della superiorità intrinseca americana nello spazio e assume una postura competitiva, non più amministrativa. L’idea che lo spazio sia un dominio a prevalenza occidentale viene superata: la competizione orbitale diventa una componente strutturale della sicurezza nazionale e dell’autonomia strategica.

Questo passaggio implica che la politica spaziale americana dovrà cambiare ritmo, adottando un approccio più sistemico alla gestione dell’industria, delle catene del valore e delle infrastrutture. Non si tratta più di innovare in modo incrementale, ma di comprendere che l’assenza di investimenti o di norme adeguate può tradursi nella perdita di intere filiere. È la fine di ciò che potremmo definire “eccezionalismo orbitale”: l’idea che, per essere leader, basti essere stati leader nel passato.

La nuova geografia del potere

Il rapporto congressuale segna un cambio di prospettiva nella valutazione delle capacità spaziali globali. Per la prima volta, gli Stati Uniti riconoscono che la Cina dispone di un sistema orbitale in grado di competere sul piano tecnologico, industriale e strategico. Non si tratta più di un divario da colmare, ma di una relazione tra pari destinata a influenzare gli equilibri internazionali nei prossimi decenni.

Questa nuova condizione introduce implicazioni precise. La dimensione orbitale non è più solo infrastrutturale, ma diventa parte integrante della sicurezza nazionale, dell’autonomia tecnologica e della definizione degli standard industriali. In questo contesto, la presenza cinese non rappresenta un fattore di disturbo, ma un elemento strutturale con cui Stati Uniti ed Europa dovranno confrontarsi.

La competizione spaziale non è quindi un ritorno al passato, ma un passaggio di fase: il dominio orbitale diventa una variabile strategica a cui le democrazie occidentali devono rispondere con politiche coerenti, investimenti e capacità operative adeguate. La Cina ha smesso di essere un attore in crescita: è ormai una potenza pienamente inserita nel sistema spaziale. Da questo punto di partenza, non sarà l’iniziativa cinese a determinare la prossima evoluzione, ma la capacità degli altri attori di reagire.

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