SCIENZA E RICERCA

Covid, la disparità nella distribuzione dei vaccini è ancora troppo alta

“Ogni giorno si somministrano 6 volte più dosi booster a livello globale rispetto alle dosi primarie nei Paesi a basso reddito. Questo è uno scandalo che va fermato”. Le parole sono state pronunciate da Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il Direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità con queste dichiarazioni ha voluto rendere esplicite le già note disparità nella distribuzione dei vaccini.

Per quanto riguarda i paesi più svantaggiati più volte abbiamo parlato del progetto CoVax, cioè l’iniziativa internazionale avviata nel giugno del 2020 con lo scopo proprio di accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini contro Covid-19 e soprattutto garantire un accesso giusto ed equo a tutti i Paesi del mondo. Guidato dall'Organizzazione mondiale della Sanità, da Gavi Alliance e dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), il progetto ha indubbiamente permesso di distribuire numerose dosi nei Paesi più svantaggiati dal punto di vista economico (è notizia di pochi giorni fa la distribuzione in Iraq di 1,2 milioni di dosi del vaccino anti Covid Pfizer-BioNTech), ma per ora sembra essere stata un’iniziativa insufficiente.

Ricercando i dati si nota che l’iniziativa CoVax, unita all’African Vaccine Acquisition Trust complessivamente ha attualmente contratti per consegnare 3,67 miliardi di dosi di vaccino COVID-19. Quelle già consegnate invece sono 480 milioni.

Insomma solamente il 13% è stato veramente ricevuto dai Pesi più bisognosi.

Come abbiamo capito e sperimentato tutti noi in questi due ultimi anni, il tempo in questi casi non è amico ed i ritardi di queste consegne hanno numerose cause e, purtroppo, anche conseguenze. Le cause si potrebbero attribuire dal mancato ottenimento delle autorizzazioni, come ad esempio accaduto per Novavax, al divieto di esportazione di vaccini in India, fino alle lunghe trattative con aziende come Moderna e Pfizer. Le conseguenze invece sono chiare già a prima vista.

I Paesi ad alto reddito sono quelli in cui la percentuale di vaccinati è superiore. Tolto in caso limite degli Emirati Arabi in cui il 98% della popolazione è vaccinata completamente o con una dose, l’Unione Europea ha mediamente il 70% di persone vaccinate (66,7 ciclo completo, 3,3% parziale), gli Stati Uniti il 57,9%, la Cina l’87% mentre Canada e Giappone circa il 79%.

Percentuali però che distano di molto rispetto sia a quella globale sia, ancor di più, a quella dei Paesi a basso reddito. Ad oggi (23 novembre 2021 ndr) solo il 42% della popolazione mondiale è totalmente vaccinato, mentre un altro 11,4% ha avuto la prima dose. Una media che raggruppa sia i dai che abbiamo visto precedentemente, sia quelli di Paesi come Nigeria, Kenya, Etiopia che non superano il 7% della loro popolazione vaccinata. In totale l’Africa vede solamente un 6,9% di popolazione che ha completato il ciclo vaccinale, mentre il 3,4% ha avuto la prima dose. Anche in questo caso la rappresentazione grafica dei dati è eloquente.

"Stiamo assistendo a un'enorme disparità nella disponibilità di vaccini nei paesi ad alto e basso reddito, e questo è piuttosto scandaloso", ha dichiarato Lily Caprani, responsabile della difesa della salute e della risposta alla pandemia dell'UNICEF. 

Da inizio pandemia ci si ripete che da soli non si può uscire da questa situazione. I fatti dimostrano che il mondo dovrebbe essere sempre più unito perché le battaglie da vincere sono globali: ce lo insegna la pandemia ma ce lo insegnano anche i cambiamenti climatici. Proprio riferito a quest’ultimo caso però, vediamo come globalmente tanto uniti per ora non sembriamo essere. Chiaramente parlare è facile mentre agire è ben più complesso ma, tornando alla pandemia, se non si accelera la vaccinazione nei Paesi a basso reddito il rischio globale rimarrà sempre alto. L’abbiamo notato con l’oramai famosa variante Delta. Fortunatamente fino ad ora non sono uscite mutazioni più pericolose, ma sappiamo anche che l’unico modo per prevenire un’eventuale nuova variante pericolosa è quella di circoscrivere il virus e non farlo circolare. Detta in modo ancora più chiaro: non saremo al sicuro finché non saremo tutti vaccinati.

"Viviamo nella paura di un'epidemia o di una forte ondata in uno di quei Paesi  - ha continuato Lily Caprani -. Questo sarebbe un disastro per il loro sistema sanitario e c’è anche il rischio che in quel luogo possa emergere un’altra variante”.

Se guardando i dati si potrebbe dire che per ora, vista la grande disparità di disponibilità vaccinale, il progetto CoVax sia un fallimento. Per onor di cronaca bisogna andare a vedere quali erano gli obiettivi originali. Il primo target fissato da ACT-Accelerator and Multilateral Leaders Task Force (MLT) riguardava la percentuale di vaccinati a livello globale entro la fine del 2021. In questo caso l’obiettivo era chiaro: 40% della popolazione, che significa essere totalmente in linea con quanto sta accadendo. Tale percentuale dovrebbe arrivare al 70% entro la metà del 2022.

Rimane però il problema della grande disparità nell’accessibilità ai vaccini. Un rapporto dell’Unicef mette in luce come ci siano Paesi che dispongano dosi per il 200% della propria popolazione ed altri che non arrivano al 10%. Nel primo caso ci sono: Ungheria, Cuba, Seychelles, Lituania, Emirati Arabi, Cile e Portogallo.

Nel secondo invece troviamo molti Paesi africani dove di fatto il vaccino non è quasi arrivato. Repubblica Democratica del Congo, Sud Suda, Chad, Yemen, Tanzania, Mali, Camerun, Nuova Guinea, Nigeria, Madagascar, Niger, Bukina Faso, Benin e Sudan sono tutti Stati che hanno una disponibilità di dosi inferiore al 10% della propria popolazione. I numeri sono emblematici per capire che il lavoro da fare è ancora molto, partendo sempre dal presupposto che l’unico modo per uscire veramente dalla pandemia è quello di farlo tutti assieme.

Aggiornamento: Solo pochi giorni dopo la scrittura di questo articolo, è emersa una nuova variante. Identificata per la prima volta in Sudafrica con la dicitura B.1.1.529, desta preoccupazione per l’alto numero di mutazioni presenti sulla proteina Spike. A conferma della necessità di vaccinare più velocemente a livello globale.

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