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Covax: la corsa alla vaccinazione per i Paesi in via di sviluppo

Covax è la chiave per immunizzare le persone più povere del mondo e per porre fine alla pandemia”. È quanto si legge in un recente editoriale su Nature, che spiega le ragioni per cui sia così importante percorrere questa strada con successo.

Covax, Covid-19 Global Vaccine Access Facility, è un’iniziativa internazionale avviata nel giugno del 2020 e guidata dall'Organizzazione mondiale della Sanità, da Gavi Alliance e dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) allo scopo di accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini contro Covid-19 e garantire un accesso giusto ed equo a tutti i Paesi del mondo. È uno dei tre pilastri dell'acceleratore Access to Covid-19 Tools (ACT), lanciato lo scorso aprile dall'Organizzazione mondiale della Sanità, dalla Commissione europea e dalla Francia in risposta alla pandemia. L’intento è anche quello di contrastare il cosiddetto “nazionalismo dei vaccini (che porta alcuni Stati a competere anziché a collaborare): un orientamento, questo, che fino a poco tempo fa aveva caratterizzato per esempio l’amministrazione Trump. Ora, secondo quanto dichiarato da Anthony Fauci, capo consulente medico dell’amministrazione Biden su Covid-19 e direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, gli Stati Uniti hanno manifestato l’intenzione di aderire a Covax.

Obiettivo del programma, dunque, è di acquistare abbastanza vaccini contro Covid-19 per immunizzare il 20% della popolazione più a rischio in tutto il mondo. I Paesi ad alto e medio reddito dovrebbero contribuire finanziariamente per poi ricevere una quota dei vaccini acquistati, mentre i Paesi più poveri acquisirebbero i vaccini gratuitamente. Ma il progetto, si legge su Nature, sta lottando per soddisfare le aspettative.

Covax attualmente conta 190 Paesi membri, ha accordi in atto – tra cui quelli annunciati di recente con Pfizer-BioNTech e AstraZeneca/Oxford University – per accedere a poco più di due miliardi di dosi di cadidati vaccini e prevede di riuscire a distribuirli a partire dal primo trimestre del 2021. “Ci aspettiamo di poter iniziare le consegne dei vaccini salvavita contro il Covid-19 dalla fine di febbraioha dichiarato Seth Berkley, direttore generale di Gavi . Questo non è solo significativo per Covax, ma è un importante passo avanti per un accesso equo ai vaccini, e una parte essenziale dello sforzo globale per sconfiggere questa pandemia”. Il Country Readiness Portal permetterà inoltre ai partecipanti al Covax Amc – il Covid-19 Vaccines Advance Market Commitment – di presentare i piani nazionali di vaccinazione definitivi (National and Deployment Vaccination Plan – NDVP), fondamentali per garantire l’effettiva distribuzione dei vaccini consegnati e per individuare dove invece sia necessario un ulteriore supporto.

Oms, Unicef e Gavi stanno lavorando per aiutare i Paesi a essere pronti a introdurre un vaccino contro Covid-19 e per questo sono in fase di sviluppo linee guida, strumenti e corsi di formazione.

Secondo quanto si apprende dall’agenzia Reuters, Covax ha assegnato almeno 330 milioni di dosi di vaccino ai Paesi più poveri, contando di distribuirne molti altri milioni entro la prima metà del 2021: l'assegnazione include 240 milioni di dosi del vaccino AstraZeneca-Oxford University prodotto dal Serum Institute of India, ulteriori 96 milioni di dosi dello stesso vaccino prodotto da AstraZeneca, oltre a 1,2 milioni di dosi di vaccino della Pfizer-BioNTech. Il Sudafrica, il Capo Verde e il Ruanda sarebbero alcuni tra i primi paesi in Africa a ottenere quelli della Pfizer. Seth Berkley direttore generale di Gavi ha dichiarato che Covax mira a fornire un totale di 2,3 miliardi di dosi entro la fine dell'anno, di cui 1,8 miliardi a Paesi a basso reddito senza alcun costo per i loro governi.

Se queste sono le premesse e gli obiettivi, vi sono però degli aspetti da considerare. I Paesi più ricchi infatti hanno acquistato grossi quantitativi di dosi di vaccino direttamente dai fornitori e anche quelli a reddito medio stanno negoziando le proprie forniture. Questo però avrebbe diminuito la quantità di vaccini disponibili per Covax e, come ha affermato il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, alcune popolazioni nei Paesi a basso reddito potrebbero dover attendere almeno fino al 2022 per ottenere i loro vaccini.

Deve essere una priorità per tutti i governi riportare il progetto Covax sulla buona strada – continua Nature –, sia per aiutare le persone più vulnerabili al mondo sia come mezzo per controllare la pandemia. Senza dubbio i governi pensano di agire nel migliore interesse della loro popolazione negoziando direttamente con i fornitori. Ma, entrando in competizione in questo modo, stanno minando il principio di mutualità che è alla base di Covax, che inizialmente hanno accettato di sostenere e che secondo i ricercatori potrebbe aiutare a porre fine più rapidamente alla pandemia”.

Secondo Andrea Taylor, che alla Duke University nel North Carolina studia la capacità di produrre vaccini contro Covid-19 in tutto il mondo, Covax nel 2021 potrebbe essere in grado di fornire solo 570 milioni di dosi di vaccino, ben al di sotto dunque dell’obiettivo che è stato prefissato. Intanto, da metà dicembre Covax prevede anche la possibilità di donare dosi di vaccino in eccesso, ma allo stato attuale con i programmi di vaccinazione appena iniziati non è chiaro fino a che punto i Paesi saranno disposti a cedere scorte in eccesso.

Va considerato anche che un approccio non coordinato nell’accesso ai vaccini potrebbe comportare dei rischi per l’economia globale. A sostenerlo uno studio dell’International Chamber of Commerce (Icc), The Economic Case for Global Vaccinations: An Epidemiological Model with International Production Networks che evidenzia come nessuna economia possa riprendersi completamente dalla pandemia da Covid-19 fino a quando i vaccini non saranno ugualmente accessibili da parte di tutti i Paesi. Si parte dall’assunto che nessuna economia è un’isola: ciò significa che le perdite economiche dovute alla pandemia possono essere mitigate solo attraverso un efficace coordinamento globale che garantisca un accesso equo a vaccini, test e terapie.

Per la prima volta si colgono i rischi economici che potrebbero derivare dalla mancanza di forniture vaccinali nei Paesi in via di sviluppo, e si stima che con un approccio non coordinato alla distribuzione dei vaccini, nel 2021 – se non verrà condotta alcuna vaccinazione nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo – il mondo potrebbe rischiare di perdere ben 9,2 trilioni di dollari del PIL globale, che equivalgono a oltre il 7% del PIL del periodo precedente la pandemia. E anche se i Paesi più ricchi nel secondo trimestre di quest’anno dovessero riuscire a raggiungere livelli di vaccinazione ottimali, potrebbero comunque trovarsi a dover sostenere fino a quasi la metà di questa cifra – se le vaccinazioni nei Paesi in via di sviluppo continueranno secondo l’andamento attuale –, con perdite economiche che potenzialmente potrebbero raggiungere i 4,5 trilioni di dollari. Nel caso in cui i Paesi in via di sviluppo fossero invece in grado di vaccinare metà della loro popolazione entro la fine dell'anno, i costi globali totali scenderebbero a 4,4 trilioni di dollari, il 53% dei quali sarebbe a carico delle economie avanzate.

Per queste ragioni, i finanziamenti necessari a consentire un accesso equo ai vaccini dovrebbero essere considerati un’opportunità di investimento – si legge nella sintesi proposta da Icc –, in grado di generare ritorni sugli investimenti di oltre 166 volte rispetto ai 27,2 miliardi di dollari attualmente necessari per finanziare completamente ACT Accelerator. Ad esempio, se gli Stati Uniti contribuissero con 10 miliardi di dollari alla piena capitalizzazione di ACT Accelerator, salvaguarderebbero fino a 1,34 trilioni di dollari di produzione interna. In sostanza, gli Stati Uniti vedrebbero un ritorno sull'investimento di circa 134 volte.

“Covax deve avere successo – conclude Nature –. È essenziale per i Paesi a basso reddito, che non hanno il potere d'acquisto che deriva dalle economie di scala. Una pandemia deve essere gestita su scala globale. Fino a quando il virus non sarà controllato ovunque, ogni nazione è a rischio di ulteriori epidemie. E finché Covax non avrà il sostegno che merita, ci sono poche speranze di vaccinare il quinto più vulnerabile dell'umanità. Non solo ciò avrebbe un evidente costo umano, ma ci vorrà più tempo prima che la pandemia finisca”.

Sulla stessa linea anche Gavino Maciocco, esperto di politiche sanitarie e salute globale, che indica però anche la deroga ai brevetti come via da percorrere per garantire l’accesso ai vaccini da parte di tutti: “Se rimarranno zone del mondo in cui il virus continuerà a circolare liberamente e non si vaccinerà tutta la popolazione a livello globale, non riusciremo a eradicare la malattia. Se non 'raffreddiamo' la circolazione del virus in tutto il mondo, si rischia di avere delle riaccensioni che provengono dai Paesi in cui la vaccinazione non è stata condotta. Vaccinare la popolazione in Africa o in Sudamerica è una esigenza fondamentale. Ma per fare questo l’unica strada è la licenza obbligatoria, cioè prevedere una produzione in forma generica dei vaccini per la fase esplosiva dell’epidemia, fino a che non si otterrà l’immunità di gregge”.

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