SOCIETÀ

Vaccini&Politica. Vaccino universale: diritto o miraggio?

Tra sprint e frenate, sequestri e revisioni, piani vaccinali e via dicendo, la grande marcia all’immunizzazione di massa contro la Covid-19 procede in diverse aree del mondo. In UK e USA la percentuale dei vaccinati cresce rapidamente, in Europa assai più lentamente (e le vicende complesse legate alla vicenda AstraZeneca certo non aiutano). Ma, allargando lo sguardo, la vera preoccupazione è quella che arriva da altre parti del mondo. Dove la vaccinazione non è proprio decollata o sta muovendo i primissimi passi. Andiamo in ordine sparso di fronte alla più grande emergenza sanitaria della storia contemporanea, dunque. E i risultati si vedono. L’idea del diritto universale alla cura e alla salute, che nel caso della Covid dovrebbe tradursi anche e soprattutto in un accesso universale al vaccino, pare compromessa nonostante molte dichiarazioni di forma e di facciata.

Nei fatti, quello che è successo anche in questa situazione del tutto eccezionale, è purtroppo abbastanza triviale: il mercato prevale. Chi ha pagato prima, e si è mosso per tempo, ha acquistato le dosi necessarie alla copertura della propria popolazione. L’Europa stessa, che dovendo mettere d’accordo 27 paesi ci ha messo di più, è arrivata con un certo ritardo al tavolo delle negoziazioni con le diverse aziende, ha subito una serie di ritardi nelle consegne e si trova a zoppicare rispetto al programma iniziale di copertura. Per molti altri paesi la contrattazione è ferma. Un tema che mette in luce in modo ancora più drammatico quanto le disuguaglianze socio-economiche si traducano poi necessariamente anche in disuguaglianze di accesso alla salute.


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A fine febbraio, Nature pubblicava questi dati: più di tre quarti dei vaccini somministrati nei due mesi precedenti, dall’avvio della campagna vaccinale, sono stati fatti solo in 10 paesi (l’Unione Europea è considerata un blocco unico). Paesi ricchi, che nel loro insieme producono circa il 60% del PIL mondiale ma hanno solo il 16% della popolazione globale. Al contrario, ci sono oltre 130 paesi, per un totale di 2 miliardi e mezzo di persone, che il vaccino non l’hanno ancora nemmeno lontanamente intravisto. Nemmeno se sono operatori sanitari, che le persone le devono curare. Su Science, sempre a fine febbraio, un pezzo intitolato Unprotected African health workers die as rich countries buy up COVID-19 vaccines raccontava le storie di molti medici e operatori sanitari morti in diversi paesi africani mentre cercavano di salvare i propri concittadini dal virus. 

E se è vero che anche nei paesi occidentali sono molti i medici e gli operatori sanitari morti a causa del virus, nei paesi africani, con l’eccezione del Sudafrica, la campagna vaccinale non è partita nemmeno per loro, per chi si trova a operare a contatto con il virus quotidianamente cercando di curare e salvare i malati. In più, l’impatto sulla popolazione della perdita anche di un solo dottore in paesi dove il rapporto tra medici e pazienti è di uno a 100mila persone (contro l’1 a qualche centinaio nella gran parte dei paesi occidentali) è assai più devastante.

Insomma, se già tutta la fase di gestione delle prime fasi della pandemia aveva fatto emergere profonde differenze nell’accesso alle cure tra ricchi e poveri, l’arrivo dei vaccini non fa che acuire queste differenze e porre ancora più in dubbio la reale possibilità di garantire una prevenzione adeguata a tutti. 

Ci sono certo iniziative come il Covax - coordinato dalla Fondazione Gavi con l’obiettivo di creare una sorta di pool di acquisti dei vaccini per i paesi a basso reddito - e altre proposte che vengono da diverse parti della società civile a livello internazionale. Ma il tema rimane lo stesso: allo stato attuale si antepongono le esigenze del mercato a quelle della salute globale. Il rispetto, a prescindere dalla situazione di eccezionalità in cui ci troviamo, dei diritti di proprietà intellettuale e della possibilità per le aziende di decidere le condizioni di mercato cui vendere le proprie dosi, rende molto difficile la salvaguardia di quel diritto di salute universale tanto decantato. 

E quindi le domande che sorgono spontanee sono tante. 

Abbiamo dunque chiesto a Silvio Garattini, farmacologo, presidente e fondatore dell'Istituto di Ricerche farmacologiche "Mario Negri" quale sia, se c’è, lo scenario di lungo termine di gestione della pandemia. La gestione dell’emergenza fa intravvedere una carenza di organizzazione, strategia e pensiero che consideri, ad esempio, la possibilità di dover vaccinare le persone anche negli anni successivi e quindi di dover rendere più ‘normale’ la produzione, distribuzione e gestione dei vaccini per il futuro prossimo. Manca una visione di lungo periodo, che contempli anche la situazione meno ottimista, e quindi che consideri la necessità di vaccinare per molti anni a venire tutta la popolazione mondiale. 

In assenza di una strategia davvero universale di accesso ai vaccini e alle cure, la vittoria contro la pandemia è compromessa fin d’ora. Non c’è modo di contrastare la circolazione del virus e la comparsa di nuove varianti se non si garantisce l’accesso ai vaccini alla più ampia fetta di popolazione mondiale possibile, in una società così ampiamente globalizzata come quella attuale. Viaggiano le persone, le merci e con loro ovviamente anche virus e batteri. E dunque, se nei paesi occidentali le risorse messe in campo dovrebbero garantire alla popolazione l’accesso ai vaccini, pur con tutte le disomogeneità e disfunzioni che stiamo testimoniando, il vero problema è come impegnarsi a far sì che questi stessi vaccini arrivino a tutti i cittadini anche nei paesi che le risorse economiche non le hanno per contrattare e acquistare dalle aziende.

C’è poi il tema, che molti esperti, commentatori e politici hanno sollevato nelle scorse settimane. E cioè, il vincolo posto dai brevetti all’ampliamento generalizzato della produzione dei vaccini. Garattini fa riferimento alla possibilità di utilizzare le licenze obbligatorie. Ma certo, anche questa è prima di tutto una decisione politica. E forse, davanti ai numeri di questa pandemia, proprio la politica dovrebbe dare un segnale chiaro: la salute delle persone deve essere messa davanti alle esigenze e ai vincoli del mercato. 

 

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