SPAZIO SALUTE

All’università di Padova test salivari molecolari per la diagnosi di Covid-19

La riapertura delle scuole e delle università e la ripresa delle attività produttive impongono la necessità di un monitoraggio più capillare possibile di tutti i casi sospetti di infezione da Sars-CoV-2 e dei loro contatti. Finora le attività di sorveglianza attiva e di contact tracing sono state condotte utilizzando per la diagnostica il tampone nasofaringeo. E se da un lato si sta cercando di aumentare il numero di tamponi processati giornalmente, dall’altro si ragiona anche su altre metodiche. Come i test rapidi (salivari in particolare), su cui Il Bo Live si è ampiamente soffermato con i servizi di Francesco Suman e Barbara Paknazar che hanno discusso limiti e vantaggi dei nuovi strumenti.

Nell’ottica, dunque, di monitorare il maggior numero di soggetti possibile, individuando eventuali casi di infezione da Sars-CoV-2, si colloca anche la sperimentazione che partirà nelle prossime settimane all’università di Padova, che prevede l’impiego di test salivari al posto del tampone nasofaringeo per la diagnosi di Covid-19.

“Tra meno di 20 giorni l’ateneo ricomincia le lezioni in presenza – ha esordito ieri, 9 settembre 2020, il rettore Rosario Rizzuto nel corso del punto stampa del presidente della Regione Veneto Luca Zaia –. Era un obiettivo che ci eravamo dati. L’università è un luogo fatto di persone, è un luogo di incontro e per questa ragione da maggio stiamo lavorando affinché tutti i nostri corsi di laurea recuperino la presenza degli studenti”. Rizzuto ricorda lo scorso semestre, durante il quale le attività didattiche sono state svolte on line, permettendo in questo modo agli studenti di continuare il loro percorso formativo e di laurearsi. “Dal primo ottobre, però, rivogliamo gli studenti in aula”. Questa volontà ha richiesto un impegno significativo per garantire la sicurezza degli spazi, valutando come gestire le misure di distanziamento sociale, i flussi e rendere disponibili soluzioni igienizzanti e mascherine. Senza contare l’affitto di nuovi locali, specie per garantire le lezioni in presenza ai corsi più numerosi. 

A fianco delle misure di sicurezza implementate vi è la parte della sorveglianza attiva – sottolinea Rizzuto –. Com’è stato detto, il virus circola”. E proprio da queste necessità origina il progetto padovano, coordinato da Mario Plebani, ordinario del dipartimento di Medicina dell’università di Padova e direttore del dipartimento didattico-scientifico-assistenziale integrato - Servizi di diagnostica integrata dell’Azienda Ospedaliera università di Padova, oltre che del Centro di Ricerca Biomedica per la qualità in medicina di laboratorio. “Siamo partiti cercando di trovare una modalità che fosse meno invasiva e meno problematica rispetto al tampone – spiega il docente a Il Bo Live –. Ed è molto facile indicare la saliva come il campione di elezione: se si pensa a come si trasmette l’infezione, si capisce che la saliva è la matrice ideale come carica, come possibilità di raccolta di un campione in modo semplice”. Plebani, oltre a citare la letteratura esistente sull'argomento, riferisce di uno studio condotto dal suo gruppo (in via di stesura e pubblicazione), con cui è stato dimostrato che la diagnosi molecolare da saliva ha una affidabilità pari a quella dei tamponi. A volte, osserva Plebani, il campione di saliva dà risultati anche migliori proprio per le modalità di raccolta.

Mario Plebani illustra la sperimentazione padovana con test salivari molecolari per la diagnosi di Covid-19. Montaggio di Elisa Speronello

Avere il dato scientifico che dimostra che un prelievo da saliva dà la stessa informazione molecolare di un test eseguito con tampone, ha sottolineato Rizzuto in conferenza stampa, significa garantire sicurezza a chi ogni giorno va in aula ad insegnare, e agli studenti che interagiscono con il personale universitario, esattamente come avviene negli ospedali in cui gli operatori della sanità vengono tracciati e monitorati. “Abbiamo programmato di ripetere il test con la stessa frequenza programmata per gli operatori sanitari, dunque una volta ogni 20 giorni, esteso al personale universitario”. 

Il test salivare che verrà impiegato, dunque, si distingue dal tampone tradizionale per la modalità di raccolta del materiale da analizzare: si ricorre in questo caso a un tamponcino di cotone, masticato e inserito in un contenitore dotato di codice a barre abbinato alla persona, al posto dell’inserimento del tampone nasofaringeo, ma, come il tampone tradizionale, consente appunto la diagnosi di tipo molecolare (cioè si cerca l’Rna del virus). Il risultato verrà fornito entro 24 ore. 

Il progetto interesserà circa 8.000 dipendenti tra docenti e personale tecnico amministrativo e, nelle intenzioni, partirà prima dell’inizio delle lezioni in presenza. L’adesione al progetto sarà volontaria e i campioni di saliva saranno depositati in punti di raccolta che corrispondono alle aree a densità universitaria.

Il progetto interesserà anche gli eventuali contatti degli studenti positivi. “Pensare di monitorare tutti gli studenti ogni 20 giorni non è immaginabile (a Padova sono circa 60.000, ndr) – osserva Rizzuto – ma quello che possiamo fare, che peraltro è previsto dai protocolli, è di identificare tempestivamente i positivi”. E una volta identificati i positivi, monitorare i contatti, quindi gli studenti che sono stati in vicinanza con chi è risultato positivo così da essere sottoposti loro stessi a test molecolare, isolando subito dunque il possibile contagio. Per fare ciò verrà utilizzata una app, già esistente in ateneo per la rilevazione delle presenze, cui è stata apportata una modifica e cioè l’aggiunta della numerazione dei posti in aula: in questo modo quando viene segnalato all’università uno studente positivo a Sars-CoV-2 si è in grado di identificare gli studenti che erano a una distanza di rischio e quindi di sottoporre ad analisi molecolare quelli potenzialmente esposti, presenti per un tempo prolungato. Se risulteranno positivi andranno in isolamento domiciliare, permettendo dunque che le aule universitarie non diventino dei focolai.

Al professor Plebani abbiamo chiesto un commento, oltre che sulla sperimentazione padovana, anche sui test rapidi di cui si sta ampiamente discutendo. “Innanzitutto bisogna dire che vi sono due tipi di test per la ricerca dell’antigene – spiega il docente – che vengono definiti (ma in modo sbagliato) rapidi: il primo è un test antigenico rapido, il cosiddetto test “a saponetta”, a valutazione visiva che si può eseguire sul tampone ed anche su campione di saliva. In pochi minuti si ottiene la risposta e può essere eseguito anche a domicilio”. E continua Plebani: “Per il momento, tuttavia, le evidenze della letteratura ci dicono che la sensibilità di questi test non è completamente paragonabile a quella del test molecolare ed in questo momento dobbiamo privilegiare la sensibilità del test utilizzato, perché non possiamo permetterci di perdere soggetti positivi che darebbero origine alla catena del contagio”. Questi test rapidi sono in continua evoluzione, sottolinea il docente, e molti gruppi italiani e a livello internazionale li stanno valutando ma ancora non vi è evidenza della loro utilizzazione “sicura”.  

Plebani spiega che esiste poi un altro test che valuta la presenza dell’antigene (Sars-CoV-2) con metodo immunometrico che utilizza uno strumento automatizzato per la lettura dei risultati e processa molti campioni in breve tempo. I risultati preliminari sono incoraggianti ma ciò non basta, secondo il docente, per utilizzarlo in un protocollo sperimentale di sorveglianza attiva. “Non spetta a me dire perché altri si siano spinti in modo entusiasmante a dire che il test rapido è già validato e sicuro, la letteratura non ce lo conferma del tutto, anche se ovviamente speriamo che le cose migliorino in futuro. Per il momento il molecolare rimane il test ideale in questo frangente”. 

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