SOCIETÀ

Contact tracing: tra applicazioni e problemi di privacy

Privacy, tracciamento, consenso dei dati: la peculiarità della fantomatica fase due sarebbe dovuta essere quella dell’utilizzo di un’applicazione utile ad avvisare della presenza di una persona contagiata. Per ora, in Italia, dell’applicazione si conosce solamente il nome “Immuni”. Indubbiamente le problematicità dell’implementazione di tale sistema sono molte, alcune delle quali affrontate anche su questo giornale, cerchiamo però di capire come potrebbe funzionare e soprattutto quali altri paesi hanno già sviluppato e reso disponibile tale tecnologia

Sono molti infatti i paesi che, per monitorare e cercare di fermare la diffusione della SARS-CoV-2, stanno cercando di realizzare un’applicazione per smartphone che, in caso di incrocio con una persona positiva, dovrebbe inviare una notifica. La semplificazione è banale ma cerchiamo di analizzare nel dettaglio le situazioni in cui questa tecnologia è già attiva o in fase di produzione.

Alcuni Stati stanno già iniziando a utilizzare gli smartphone per registrare dati, inclusi nomi, indirizzi, sesso, età, posizione, sintomi della malattia e risultati dei test COVID-19.

NHSX: l'applicazione del sistema sanitario britannico

Da giovedì 7 maggio l’Inghilterra inizierà una sperimentazione: gli abitanti dell’Isola di Wight potranno scaricare un’applicazione sviluppata direttamente dall’NHS, cioè il sistema sanitario britannico. Già da ieri, 4 maggio, il personale sanitario e alcuni dipendenti della pubblica amministrazione sono stati invitati a scaricarla ed iniziare ad utilizzarla. I circa 140mila abitanti dell’isola potranno quindi sperimentare questa tecnologia di contact tracing che, attraverso il bluetooth, dovrebbe rilevare quando due persone si avvicinano tra di loro e, in modo anonimo, inviare una notifica nel caso una delle due risultasse poi infetta.

L’app si chiama NHSX, è di fatto molto simile a l’idea che sta alla base di molte altre applicazioni, tra cui l’italiana “Immuni”, e per questo presenta anche diverse problematiche.

La sperimentazione nell’isola potrà servire sia per capire la reale efficacia del contact tracing, sia per capire quanto la popolazione può essere disposta ad installare tale applicazione. Una delle problematiche infatti è la disponibilità delle persone ad essere tracciate. L’Unione Europea ha una legge sulla privacy che è molto stringente (il “famoso” GDPR), basterà questo per rassicurare la popolazione? Lo capiremo solamente con il tempo e, si spera, con delle campagne di comunicazione utili a far comprendere la necessità d’avere un campione più ampio possibile, quindi un download di massa.

Il caso francese

Il problema privacy naturalmente è uno degli ostacoli maggiori non solo in Italia. In un lungo contributo su Medium, Cédric O, segretario di stato francese per il digitale, ha difeso l’applicazione e il suo modello centralizzato, sulla linea di quello inglese sviluppato direttamente dal sistema sanitario nazionale e non da società terze.

Il progetto francese si chiama StopCovid e, secondo Cédric O, “non è un’app per il monitoraggio”. Questa affermazione si giustifica con il fatto che, secondo il segretario di stato, “la maggior parte della volte quando si installa l'applicazione non accade nulla”. Come per le altre app infatti, la notifica dovrebbe arrivare solamente nel caso di incrocio con una persona infetta, mentre per il resto del tempo l’app rimarrebbe silente. L'applicazione funzionerebbe tramite bluetooth, non richiederebbe all'utente alcun dato personale: né il nome, l'indirizzo, né il numero di cellulare e, anche nel caso francese, sarebbe solo su base volontaria.

Le problematiche quindi sono comuni a tutti gli stati, viene da chiedersi quindi perché, almeno nell’Unione Europea, non si sia pensato a sviluppare un’applicazione comune, avendo una comune legge sulla privacy.

Oltre ai problemi di privacy però ci sarebbero anche quelli legati alla reale efficacia di tale mezzo. Ci sono infatti scarse prove sull'efficacia di queste app nell'identificare le persone infette che non sono state testate o, se ampiamente utilizzate, nel fermare la diffusione della malattia. Come oramai ben sappiamo questa è una costante della pandemia che stiamo vivendo. Le informazioni sono poche, la conoscenza della situazione ogni giorno è maggiore ma per tutti è una situazione di novità.

COVIDSafe: l'applicazione australiana

E’ utile quindi analizzare chi questa tecnologia l’ha già sviluppata e la sta già utilizzando. Stiamo parlando dell’Australia.  L’app si chiama COVIDSafe ed in poche ore dalla sua distribuzione è stata scaricata quasi tre milioni di volte. 

Il funzionamento di fatto è molto simile a quello delle già citate app, e quindi a quello che dovrebbe essere “Immuni”. Il contact tracing utilizza la tecnologia bluetooth e COVIDSafe emette da uno smartphone ogni due ore un diverso un codice identificativo, cioè un ID, che viene ricevuto dagli altri dispositivi presenti nei paraggi. Nel caso una persona scoprisse di essere positiva potrebbe dare il consenso ad essere inserita in un registro che a sua volta sarebbe poi utilizzato per avvisare tutti gli utenti incrociati. Il tutto in modo anonimo ed attraverso i già citati ID.

L’applicazione è quindi già utilizzata e può essere utile analizzare quali sono i problemi riscontrati. In primis, una volta scaricata dagli store, l’applicazione australiana chiede il nome (o uno pseudonimo) un range d’età, il codice postale ed il numero di telefono. Richieste del tutto similari ad altre applicazioni generiche che quotidianamente tutti noi scarichiamo sui nostri smartphone ma, data l’importanza dei dati e la centralizzazione, il problema privacy dev’essere inevitabilmente affrontato. 

Tutte queste informazioni, riporta il Guardian, sono archiviate in modo crittografato su un server governativo e poi trasmesse alle autorità sanitarie statali e territoriali nel caso in cui qualcuno con cui sei stato in contatto sia risultato positivo. I dati crittografati rimangono sui telefoni per 21 giorni. Tutti i dati inoltre, nel caso tu sia risultato positivo ed abbia concesso l’autorizzazione al caricamento, saranno conservati dal governo federale su un server Amazon Web Services in Australia, a disposizione, secondo il governo, solamente delle autorità sanitarie.

L’app inoltre non dovrebbe essere in grado di rintracciare la posizione, cosa che spesso fa, su nostro consapevole od inconsapevole consenso, automaticamente l’applicazione di Google installata sui nostri smartphone.

Le problematiche in materia di privacy quindi ci sono in tutte le democrazie ed a queste si aggiungono anche dei problemi tecnici. La stessa COVIDSafe australiana non è stata esente da difficoltà, tra bug nel login ed interruzioni nel funzionamento nei sistemi iOS.

L'app è un pezzo di una strategia fatta di tante cose: tamponi, test e aumento di posti in terapia intensiva Roberto Speranza - ministro della Salute

L’applicazione quindi può sicuramente essere utile ma la tracciabilità dei contatti non può divenire solamente digitale, non deve sostituire il tracciamento sanitario come lo conosciamo oggi attraverso i tamponi. 

Un articolo su Nature, dal titolo “COVID-19 digital apps need due diligence”, mette in luce inoltre come un’eventuale applicazione non dovrebbe essere implementata senza la pubblicazione di studi pilota o valutazioni del rischio. “La velocità è, ovviamente, essenziale - si legge su Nature - ma lo è anche la dovuta diligenza e il giusto processo. Ciò include il dialogo pubblico; maggiore coinvolgimento dei ricercatori, compresi coloro che studiano etica, diritto e impegno pubblico; e l'impegno dei governi in ghisa che le informazioni raccolte sono sicure e saranno utilizzate sempre e solo per i motivi per cui sono state richieste”.

"L’app può aiutarci ma non è la soluzione definitiva - ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza - . Oggi quando una persona risulta positiva c’è un funzionario che chiede a questa persona quale siano i contatti stretti. Avere un’app significa fare questo in modo più veloce. Dobbiamo continuare ad investire sull’app in rispetto alle norme e al parlamento. Questa però è un pezzo di una strategia fatta di tante cose: tamponi, test e aumento di posti in terapia intensiva”.

Questa quindi può essere una prima risposta al perché l’Italia, ma non solo, non abbia già attiva un’applicazione di contact tracing. Se si attende la tecnologia come manna dal cielo per risolvere tutti i problemi è chiaro che si va verso la strada sbagliata.

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