Graphic Medicine, la salute a fumetti
Foto da "Cuore. Biografia a fumetti di un organo" (BeccoGiallo 2025)
La prima volta che ho “incontrato” Stefano Ratti, professore di anatomia umana all’Università di Bologna, è stato in modo inconsueto. Stavo sfogliando Cuore. Biografia a fumetti di un organo, edito da BeccoGiallo, e a pagina 24 lo trovo seduto a un tavolo con chi poi scopro essere una sociologa, un cardiochirurgo, un cardiologo e un neuroscienziato con la passione per il disegno. Sono rispettivamente Veronica Moretti, Luca Di Marco, Christian Gagliardi e Matteo Farinella, che insieme a Elena Mistrello, illustratrice e fumettista, ed Ernesto Ederle, scultore e pittore, firmano a vario titolo l’opera. Le vignette raccontano le storie di sei pazienti con malattie cardiovascolari. Il fumetto è il secondo di una collana, Graphic Anatomy. I fumetti che raccontano il corpo umano. La serie inizia con Pancreas. Scavo un altro po’ e trovo che Ratti e Moretti hanno al loro attivo un’altra pubblicazione, Il primo paziente, questa volta dedicata alla donazione del corpo alla scienza. Qualche altra ricerca e arrivo a una piattaforma web, a una comunità internazionale, a una ricca bibliografia con un unico filo conduttore: la Graphic Medicine. Passo dalla carta alla email, e fisso un’intervista con Stefano Ratti.
Alle origini della Graphic Medicine
“Il termine Graphic Medicine – partiamo dalle basi, come si conviene – viene coniato nel 2007 da Ian Williams e indica l’intersezione tra il fumetto e l’intero ambito della salute e della cura. Una definizione volutamente ampia e per questo fertile, capace di accogliere pratiche e linguaggi diversi”. Williams, medico, fumettista e fondatore della piattaforma web GraphicMedicine.org, viene contattato da Michael Green che utilizza i fumetti come strumento didattico per gli studenti di medicina. Da quel momento si consolida progressivamente una comunità internazionale che lavora su questi temi. “Nel 2022 nasce anche l’associazione italiana di Graphic Medicine, che sceglie di inserirsi nel network internazionale già esistente – accanto, per esempio, alle realtà spagnole e giapponesi – proprio per rafforzare una rete che aveva già preso forma altrove”. In Italia il gruppo nasce proprio su iniziativa di Stefano Ratti, che ne è il presidente, e Veronica Moretti, sociologa dell’università di Bologna.
“Dare un nome a questa pratica è utile soprattutto per promuoverla. Le opere, però, esistevano già prima del 2007 e continuano a esistere anche senza essere mappate come tali”. All’inizio degli anni Sessanta, per esempio, Guido Crepax collaborava con la rivista Tempo Medico: realizzava copertine e clinicommedie, cioè casi clinici sceneggiati e illustrati. Ci sono poi lavori autobiografici che raccontano in modo esplicito esperienze di malattia, opere divulgative dedicate alla medicina che non si riconoscono nel campo della graphic medicine e semplicemente escono come opere a sé, senza collocarsi dentro una visione culturale o sociale più ampia. “Alcune opere non rientrano esplicitamente nella categoria, ma ne incrociano i temi. È il caso del graphic memoir Feeding Ghosts di Tessa Hulls, vincitore del Pulitzer Prize nel 2025: è la storia di tre generazioni di donne, dalla Cina agli Stati Uniti. Al centro, anche la demenza della nonna e il ruolo di caregiver che passa dalla madre alla figlia. Più che un contenitore rigido, dunque, la Graphic Medicine è un concetto: parlare di medicina e salute attraverso il fumetto”. E le potenzialità sono molte a giudicare dai titoli di alcune tra le più recenti opere a fumetti.
Narrare, formare, divulgare
La Graphic Medicine può trovare impiego in tre ambiti principali. “Il primo è la medicina narrativa, cioè la narrazione del vissuto del paziente. Il secondo è la formazione. È un campo esplorato soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in America Latina: in Cile per esempio, sto portando avanti un progetto insieme a Veronica Moretti. L’idea è offrire agli studenti di medicina uno strumento in più che aiuti a migliorare, per esempio, la comunicazione con il paziente e a riflettere sulla propria futura professione. La Graphic Medicine diventa una possibilità, una risorsa da conoscere e, se lo si desidera, da utilizzare. Il fumetto, infine, può essere utilizzato nel campo della divulgazione scientifica: le vignette consentono di trattare temi clinici in modo accessibile”.
Secondo Ratti il fumetto resta una possibilità ulteriore di comunicazione. “C’è inoltre il doppio canale, visivo e testuale, che spesso funziona in modo efficace”. A sottolinearlo sono anche Peter Houts e colleghi, secondo cui le immagini possono aumentare notevolmente l'attenzione e favorire il ricordo delle informazioni mediche. Accrescono la possibilità che le persone seguano le indicazioni sanitarie proposte. Infine, possono costituire uno strumento utile per tutti, ma soprattutto per i pazienti con scarse capacità di lettura e scrittura.
Il primo paziente, per una definizione di metodo
Il primo paziente è la prima opera patrocinata dall’associazione culturale Graphic Medicine Italia, edita nel 2024 da Tunué. E’ un fumetto che nasce allo scopo di sensibilizzare alla donazione del corpo alla scienza, e ha alle spalle un percorso lungo e articolato. La prima fase è stata esplorativa e ha coinvolto gli studenti di medicina. “Ci siamo chiesti innanzitutto se avesse senso realizzare un fumetto sulla donazione del corpo alla scienza. Ne è seguito uno studio scientifico pubblicato su Anatomical Sciences Education: i risultati indicavano che uno strumento di questo genere poteva essere utile”.
Gli studenti hanno provato a scrivere e disegnare le prime storie, pur non avendo competenze specifiche. Una volta completata questa fase, è stata coinvolta l’Accademia di Belle Arti di Bologna, in particolare docenti di fumetto e di disegno anatomico. Parallelamente sono state realizzate più di 50 interviste a persone coinvolte nel processo di donazione: donatori, familiari, professionisti sanitari, studenti, tecnici. Abbiamo raccolto tutto il materiale — articolo scientifico, interviste, tentativi narrativi degli studenti — e lo abbiamo condiviso con l’Accademia. Con gli studenti delle Belle Arti abbiamo organizzato lezioni, li abbiamo portati nei nostri spazi, spiegato il contesto.
Da questo lavoro sono nate delle storie, fondate dunque su notizie reali, pensate per restituire vicende universali. Il volume è un’antologia, intervallata da tavole anatomiche, che invitano a riflettere sul tema della donazione del corpo.
“Il libro è diventato uno degli strumenti della campagna nazionale per la donazione del corpo alla scienza. Ne è seguito anche un corto animato di due minuti: si intitola Maestro silenzioso, espressione che richiama il corpo che insegna, ma è anche un paziente allo stesso tempo. È stato un modo per sperimentare un’altra declinazione della graphic medicine: non solo carta, ma anche animazione”.
Rendere accessibile senza mai banalizzare
Se Il primo paziente rappresenta l’esito di un lavoro di esplorazione, ricerca e definizione di metodo, la collana Graphic Anatomy integra esigenze diverse. “Stiamo pubblicando volumi dedicati a singoli organi — forse in futuro passeremo ai sistemi —, e il tentativo è quello di intrecciare narrazione, validazione scientifica e divulgazione. Qui la narrazione non è solo del paziente: nasce dal confronto con il personale sanitario ed è sottoposta a una validazione scientifica. I fumetti servono a fare divulgazione, ma anche come strumenti didattici. Non per insegnare l’anatomia in sé, bensì per insegnare l’uso della Graphic Medicine. Per quanto ne sappiamo, l’opera è un unicum a livello internazionale. Molte opere di Graphic Medicine hanno una sola voce; qui invece il processo è corale. Ed è stato complesso”. Veronica Moretti ha condotto le interviste ai pazienti, Ratti è intervenuto per correggere eventuali imprecisioni tecniche, gli artisti hanno rielaborato il materiale. “Talvolta emergono tensioni: una scelta grafica rischia di spettacolarizzare la malattia, una metafora funziona oppure no. Si procede per cicli successivi, finché il paziente rivede e approva la versione finale”.
Stefano Ratti spiega che la sfida maggiore è rendere accessibile il contenuto senza mai banalizzare. “Bisogna capire cosa si può perdere e cosa si può guadagnare nel passaggio da un linguaggio all’altro. Alcuni dettagli — per esempio analisi genetiche molto complesse — non possono essere restituiti con la stessa precisione in poche tavole. A qualcosa inevitabilmente si deve rinunciare. Eppure, grazie a metafore, immagini, colori, formati, il fumetto può restituire profondità e complessità in modo sorprendentemente efficace, talvolta persino più stimolante di una pagina interamente tecnica". La sfida è trovare un equilibrio: evitare la banalizzazione e, allo stesso tempo, rendere accessibile. “Lavoriamo in modo interdisciplinare, mantenendo un approccio scientifico. Ci teniamo a produrre qualcosa che sia validato sul piano etico e bioetico, che vada oltre la sola narrazione, pur riconoscendone l’importanza. Non offriamo soltanto racconto: cerchiamo un’elaborazione che abbia una base solida”.
Futuri medici alle prese con il fumetto
Prima in Italia, l’Università di Bologna nel 2025 ha introdotto il fumetto tra gli insegnamenti elettivi nel corso di laurea in Medicina. “Il corso ammette dieci studenti per volta, perché è di tipo laboratoriale, con spazio per workshop e discussioni. Forniamo strumenti pratici, insegnando come costruire una breve sceneggiatura, come trasformare un contenuto scientifico in fumetto, come portarlo in ambito clinico, come usarlo nel dialogo con il paziente. A volte invitiamo ospiti, altre volte conduciamo noi le lezioni. E poi facciamo disegnare gli studenti. Il primo paziente è nato proprio da esperimenti grafici realizzati dagli studenti durante i seminari. Poi, in fase di pubblicazione, abbiamo coinvolto professionisti per arrivare a un risultato editoriale compiuto”.
Ratti spiega che studenti e studentesse considerano il corso non solo come un modo per acquisire nuovi strumenti — soft skills ma anche competenze più strutturate —, ma anche come spazio di riflessione su se stessi, sul proprio futuro di medici nella società. “Alla prima lezione chiedo sempre: ‘Perché siete qui?’. E molti rispondono che, durante il percorso di medicina, non vogliono perdere le loro passioni per l’arte o per altre discipline. Loro usano spesso la parola umano. La graphic medicine offre anche questo: uno spazio di ascolto, condivisione, modalità non canoniche di espressione. Il compito finale è realizzare una breve storia a fumetti. E ne sono nate opere di grande intensità, non solo sul piano visivo ma soprattutto per profondità di riflessione”.
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