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Medicina a Padova nei secoli: Bernardino Ramazzini, fondatore della medicina del lavoro

“In questa città [Modena…] c’è la consuetudine di pulire, ogni tre anni, le fogne […] Mentre si faceva questo lavoro in casa mia, mi resi conto che uno di questi vuotatori lavorava in quell’antro infernale con grande sveltezza. Mosso a compassione […] gli chiesi perché lavorasse con tanta fretta [...]. Il poveretto, alzando gli occhi da quell’antro e guardandomi, disse: Nessuno, se non lo prova, può immaginare cosa significhi stare in questo posto più di quattro ore; si rischia di diventar ciechi. Quando uscì dalla fogna esaminai attentamente i suoi occhi e vidi che erano molto arrossati e velati […]. Allora gli chiesi come facessero i vuotatori di fogne a curarsi tali disturbi. Rispose: Ritornando subito a casa, come farò io ora; si chiudono in una camera buia e vi rimangono sino al giorno seguente lavandosi di quando in quando gli occhi con acqua tiepida; questo è il solo modo per trovare qualche sollievo”.

In questa nota autobiografica, contenuta nel capitolo XIV del fondamentale trattato di Bernardino Ramazzini De morbis artificum diatriba (Dissertazione sulle malattie dei lavoratori), si colgono due importanti aspetti che ne permeano l’opera: la sensibilità filantropica e la metodologia di lavoro, diremmo oggi “sul campo”, a contatto diretto con i lavoratori e le condizioni ambientali della loro attività.

Nato a Carpi nel 1633, e laureatosi in filosofia e medicina a Parma nel 1659, Ramazzini tenne per alcuni anni una condotta nel ducato di Castro, esperienza che gli consentì di constatare quotidianamente le misere condizioni lavorative dei contadini locali. Professore nell’università di Modena dal 1671, nel 1700 fu chiamato dal Senato veneto alla seconda cattedra di medicina pratica nell’ateneo patavino e, più tardi, alla prima cattedra di medicina pratica nella stessa università. Dopo quattordici anni di intensa attività clinica e di insegnamento, Ramazzini morì a Padova nel 1714.

Quando vi giunse, egli poteva vantare il merito di avere appena introdotto con il De morbis artificum diatriba un nuovo approccio allo studio delle malattie: la ricerca del loro possibile nesso con l’attività lavorativa. Prima dell’opera di Ramazzini, che pose le basi dell’odierna medicina del lavoro, non esistevano infatti trattazioni sistematiche delle malattie da cause lavorative, ma solo osservazioni sporadiche: si ricordano, per citare alcuni, Ippocrate che descrisse una malattia tipica dei battitori di lana; Galeno che si occupò dei lottatori; Plutarco delle affezioni degli studiosi; Falloppia delle malattie dei minatori. Solo oltre un secolo più tardi, nel 1831 a Londra, Charles Turner Thackrah avrebbe pubblicato un’opera simile dal titolo The effects of the principal arts, trades, and professions, and of civic states and habits of living, on health and longevity.

Il De morbis artificum diatriba apparve in latino in due edizioni, a Modena nel 1700 e a Padova nel 1713. Inizialmente suddivisa in 40 capitoli, nell’edizione del 1713 l’opera venne ampliata con un Supplementum di 12 capitoli e una Dissertazione sulla tutela della salute delle monache. In ciascun capitolo l’autore pone le attività lavorative in relazione allo stato di salute di quanti le esercitano: descrive le procedure tecniche impiegate nello specifico ambito professionale; espone la sintomatologia del lavoratore; discute quanto riportato in letteratura; propone la terapia e le norme per la prevenzione.

Giorgio Zanchin, neurologo e past president della International Society for the History of Medicine, illustra il contributo di Ramazzini. Servizio a cura di Monica Panetto ed Elisa Speronello.

Furono alcune esperienze personali, tra le quali la già citata condotta a Castro e, come Ramazzini stesso dice nel passo sopra riportato, la constatazione della sofferta attività degli operai addetti alla manutenzione fognaria nella sua casa a Modena, che contribuirono ad attirare la sua attenzione sulle malattie dei lavoratori e a indurlo ad affrontare l’argomento in modo sistematico.

Significativamente la prima edizione del De morbis artificum diatriba apre il Settecento, il secolo dell’Illuminismo, ben rappresentandone la nuova sensibilità sociale. Ramazzini afferma apertamente la dignità tanto delle arti liberali quanto dei lavori più modesti. E, con atteggiamento impensabile solo qualche decennio prima, l’autorevole professore universitario esplicita senza riserve lo sforzo profuso nel verificare direttamente quanto descrive: “Da parte mia ho fatto quanto ho potuto, né ho reputato indecoroso visitare personalmente ogni officina, anche la più umile”. La convinzione dell’importanza di stabilire il tipo di nesso causale tra quadro morboso e ambiente professionale lo induce, infatti, a recarsi personalmente nei luoghi di lavoro, osservandone le condizioni igieniche, le sostanze lavorate e le procedure seguite; in sede di anamnesi, egli raccomanda esplicitamente di interrogare in dettaglio il paziente anche sul tipo di attività svolta (“quam artem exerceat”). Egli asserisce giustamente l’assoluta preminenza della prevenzione rispetto alla terapia. E poiché tutti i prestatori d’opera, dagli intellettuali ai più umili manovali, rivestono un ruolo di utilità sociale, le condizioni di lavoro non devono comportare sofferenza e danno alla salute. Per questo Ramazzini, riconosciuto fondatore della medicina del lavoro, sensibile analizzatore delle misere condizioni delle classi subalterne, è giustamente considerato un fautore dell’elevazione sociale dei lavoratori.

Colpisce ritrovare nel De morbis artificum diatriba numerosi riferimenti alla cefalea, patologia inedita in un trattato sulle malattie del lavoro. Il principale interesse clinico di chi scrive riguarda proprio lo studio di questa patologia e alcune ricerche sono state stimolate da quanto scritto sull’argomento proprio da Ramazzini. Le osservazioni del docente padovano hanno consentito, ad esempio, di individuare un sintomo specifico per la diagnosi di emicrania, e cioè l’ipersensibilità agli odori durante gli attacchi. Sulla scorta di un suo passo autobiografico al riguardo, emerge poi che Ramazzini stesso ne soffriva, e ciò spiega anche il suo particolare interesse nel trattare l’argomento.

A Padova Ramazzini scelse il Portello come zona di residenza. Era, questa, un’area popolosa e vivace, animata dal vicino porto fluviale per Venezia. Proprio qui, nell’attuale via Belzoni, poco lontano dal suo luogo di sepoltura, è ubicata l’ultima casa padovana dove Bernardino Ramazzini visse fino alla morte. Lui stesso, del resto, scriveva al nipote Bartolomeo, di risiedere “alla Parochia di S. Soffia di contro à gli Orfani”, di fronte dunque al complesso degli Orfani (oggi Collegio del Sacro Cuore), situato appunto nell’attuale via Belzoni.

A pochi passi dalla sua casa, risalendo la via in direzione di Porta Ognissanti, si erge la piccola Chiesa della Beata Elena Enselmini dove le fonti storiche concordano nel collocare il sito di sepoltura del fondatore della medicina del lavoro. Agli inizi del Novecento, in realtà, questa ipotesi era stata scartata, ma una seconda ricognizione, che mi ha visto partecipe il 5 giugno del 2002 insieme a un gruppo di studiosi padovani, ha invece confermato la presenza di alcuni resti di calotta cranica riconducibili a Ramazzini. L’esame del radiocarbonio fa risalire infatti il reperto a un periodo compatibile con la data di morte dell’autore del De morbis artificum diatriba. Come riportato anche sulla rivista The Lancet, viene così avvalorata la tradizione che vuole le spoglie mortali del grande clinico di Carpi tumulate “sine titulo”, cioè senza alcuna iscrizione tombale, nella secolare cornice della Chiesa della Beata Elena Enselmini di Padova. E viene così scientificamente supportata l’elegante iscrizione commemorativa in onore di Bernardino Ramazzini, posta sulla facciata della chiesa nel 1933, in occasione del terzo centenario dalla nascita per iniziativa del rettore Carlo Anti, sulla sola scorta della tradizione.

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