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Medicina a Padova nei secoli: Gabriele Falloppia e il suo studio del corpo umano

Quando giunse all’università di Padova nel 1551, nominato lettore dei semplici, chirurgia e anatomia, Gabriele Falloppia non possedeva ancora il titolo di dottore. Si laureò solo l’anno successivo a Ferrara, all’età di 29 anni. Nonostante ciò, l’abilità e la fama raggiunte gli valsero la cattedra, in un momento in cui l’ateneo ambiva a personalità di prestigio per attrarre studenti.

In precedenza gli era già stata affidata la lettura dei semplici all’università di Ferrara, nell’anno accademico 1547-1548, e aveva insegnato anatomia a Pisa dal 1548 al 1551. Alle spalle non aveva un percorso di studi regolare, sia per la mancanza di una vera e propria scuola di medicina a Modena, la città natale, sia per le ristrettezze economiche in cui venne a trovarsi alla morte del padre, all’età di dieci anni. Per un certo periodo fu costretto a vivere di elemosine e dell’aiuto dei parenti e proprio per questa ragione lo zio Lorenzo Bergomozzi lo aveva esortato ad abbracciare la carriera ecclesiastica, consapevole dei benefici che avrebbe potuto trarne. A poco valsero i consigli dello zio: a prevalere fu l’interesse per la medicina che gli fece abbandonare del tutto l’idea, accarezzata in un primo momento, di diventare sacerdote.  

A Modena, Falloppia fu iniziato alle materie umanistiche da Ludovico Castelvetro e Francesco Porto. Prese a frequentare l’Accademia dei Grillenzoni, in cui si discuteva di argomenti letterari, scientifici e – in piena riforma protestante – anche religiosi. Il gruppo cadde ben presto in sospetto di eresia e con esso anche il giovane modenese che si vide costretto a sottoscrivere un formulario di fede dichiarando la propria sottomissione ai dogmi della Chiesa cattolica. Falloppia, in realtà, pare non aver mai abbandonato, nemmeno a Padova, la riflessione sugli argomenti di fede e i contatti con figure additate come poco ortodosse.

In campo medico, “si diede senza maestro alla conoscenza dell’erbe, et al tagliar corpi umani”, “visitava i malati, li confortava e se avevano bisogno si dava ad accattare per loro”, scriveva l’abate Girolamo Tiraboschi nel Settecento nella sua Biblioteca modenese. Studiava da autodidatta, approfondiva la struttura del corpo umano e affinava la capacità di intervenirvi con l’attività chirurgica e farmacologica. Leggeva Galeno e Berengario da Carpi e praticava dissezioni sui giustiziati e sugli animali. Raggiunse un livello tale nella tecnica dissettoria che il Collegio dei medici di Modena decise di affidare a lui, il 13 e il 14 dicembre 1544, l’esecuzione dell’anatomia pubblica di un giustiziato per istruire i giovani medici. Una seconda dissezione pubblica gli fu affidata a Ferrara, dove si era recato per seguire un corso regolare di studi, sotto la guida di Antonio Musa Brasavola. Chi assisteva alle sue dissezioni non esitava ad accostarlo addirittura a Vesalio, allora ritenuto “famosissimo tagliatore oltre tutti gli altri”.  

Quando arrivò a Padova, si dedicò in modo assiduo allo studio del corpo umano. Poteva contare su un considerevole numero di corpi su cui compiere le sue dissezioni. Aveva a disposizione, talora, anche due cadaveri per volta. Esaminava resti di uomini e di donne, ma anche di bambini di diverse età e feti in varie epoche di gestazione. Completava la ricerca con la dissezione di animali, scimmie, cani, buoi, capre, pecore. Fu proprio questo suo metodo di lavoro a porre le basi dell’anatomia comparata e dell’embriologia, ambiti di studio che furono sviluppati dai suoi allievi Girolamo Fabrici D’Acquapendente e Volcher Coiter.

Incideva il cadavere con le proprie mani, libero da preconcetti dottrinali, osservava direttamente il corpo, descriveva ciò che vedeva e non si esimeva dal mettere in evidenza eventuali discordanze tra quanto asserito dai medici antichi, su tutti Galeno, e quanto fosse invece emerso dalla dissezione anatomica. Spinse a tal punto il suo metodo di indagine da comprendere nella critica lo stesso Vesalio, nonostante usasse definirsi suo “discepolo” per averne studiato a fondo gli scritti. Questo avvenne, del resto, anche nella sua opera maggiore dove in più punti l’anatomista contestò apertamente il maestro.

Per difendersi da quanti vantavano a proprio nome le sue scoperte o le riportavano in modo errato e distorto, Falloppia decise di raccogliere i risultati delle sue indagini anatomiche in un volume dal titolo Observationes anatomicae. Edito nel 1561, fu l’unico lavoro a vedere le stampe quando l’anatomista era ancora in vita: le altre opere furono pubblicate postume dagli allievi, che ne raccolsero le lezioni e in qualche caso si servirono di appunti autografi. Il volume contiene osservazioni anatomiche compiute soprattutto a Padova e vere e proprie scoperte.

Falloppia fu il primo a descrivere accuratamente le tube uterine che ancor oggi portano il suo nome. Illustrò in modo preciso le ossa della base cranica e delle cavità dell’organo dell’udito: il canale per il nervo facciale è ancora oggi noto come acquedotto di Falloppia. Fu lui a introdurre termini come timpano, labirinto e coclea, che vengono usati tuttora. Dette contributi importanti anche nel campo della miologia: fu il primo a descrivere il muscolo elevatore della palpebra superiore. Illustrò i muscoli occipitali e i muscoli estrinseci dell’orecchio, oltre ai muscoli del velo palatino e della faringe. Significativa anche la sua classificazione dei nervi cranici, che risulta migliore di quella dei predecessori.

Accanto agli interessi anatomici, che certamente prevalsero, Falloppia fu anche uno stimato farmacologo e botanico come testimonia la fitta rete di rapporti con alcuni dei personaggi più in vista dell’epoca, da Ulisse Aldrovandi a Bartolomeo Maranta, da Pietro Andrea Mattioli a Luca Ghini, fino a Melchiorre Guilandino con cui stabilì dimora comune a Padova. Chirurgo e medico molto ricercato, contava tra i suoi pazienti nomi noti dell’Italia del Cinquecento, come Baldovino del Monte, fratello del pontefice Giulio III, Paolo Manuzio che guarì da una malattia agli occhi, o Eleonora d’Este cui prescrisse le cure termali di Abano. Si occupò anche di sifilide nell’opera De morbo gallico, edita nel 1563.

A Padova Falloppia rimase fino al 1562, ma già a partire dal 1557 erano iniziate le trattative per il suo trasferimento nell’ateneo bolognese, dove ambiva a una cattedra di medicina pratica al posto di quella di anatomia. Tutto avveniva in gran segreto, perché a Padova non si venisse a sapere. Le lezioni anatomiche cominciavano a diventargli particolarmente gravose per i disturbi polmonari cronici di cui soffriva. Il medico modenese non possedeva una robusta costituzione, quanto piuttosto un fisico che sopportava a fatica il peso delle dissezioni, svolte durante l’inverno in locali non riscaldati.

Alla progressiva e crescente stanchezza e precarietà a livello fisico si sommava una certa insofferenza per l’ambiente padovano. Non era insolito che si verificassero ritardi nei pagamenti dei docenti, periodiche vacanze di cattedra, rapporti poco sereni tra i professori, disordini studenteschi. Gli studenti partecipavano numerosi ai suoi corsi ma, tra questi, gli scolari della Natio Germanica erano per lui fonte di preoccupazione. Dai giovani tedeschi infatti provenivano le pressioni maggiori per indurlo a tenere i corsi di anatomia, specie negli anni in cui le sue condizioni fisiche andavano via via peggiorando. Ad appesantire la situazione erano anche le assenze di Falloppia per consulti medici o viaggi in Italia e all’estero. Come quando nel 1560 si recò in Grecia per riscattare Melchiorre Guilandino, caduto nelle mani dei pirati algerini durante uno dei suoi tanti viaggi.

Dopo lunghe trattative, nel 1561 finalmente tutto era stato predisposto per il trasferimento del medico modenese a Bologna. Due anni ancora lo legavano all’Ateneo patavino, poi avrebbe potuto raggiungere la tanto agognata Bologna se, il 9 ottobre 1562, non fosse giunta a coglierlo la morte.

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