SOCIETÀ

La produzione di vaccini in Africa e gli obiettivi sanitari mancati

A metà giugno in tutto il continente africano si sono registrati, da inizio pandemia, oltre 5 milioni di infezioni e circa 130.000 decessi. Sulla carta, l’Africa sembra aver sofferto meno di altre aree economicamente non benestanti, tanto che si è arrivati a ipotizzare che un fattore genetico ereditato dai Neanderthal, presente nelle popolazioni dell’Eurasia ma non in quelle africane, possa renderci più vulnerabili a Covid-19.

Sebbene quest’ipotesi genetica possa esser parte della spiegazione, più verosimilmente la capacità di monitorare la trasmissione del virus in Africa è molto più ridotta rispetto a quella dei Paesi ricchi. Come accaduto questa primavera in India, i numeri della pandemia in Africa potrebbero esser stati fortemente sottostimati.

Inoltre proprio dal SudAfrica è emersa per la prima volta quella che ora è nota con il nome di variante Beta (B.1.351), che contiene una mutazione capace di rendere il virus meno facilmente identificabile dal nostro sistema immunitario.

La maggior parte dei vaccini autorizzati nel mondo sembrano perdere parte della loro efficacia contro questa variante (sebbene mantengano tutti la capacità di scongiurare il decesso): Johnson & Johnson passa dal 72% al 57%, Novavax quasi si dimezza dall’89% al 50% circa, AstraZeneca passerebbe da circa il 70% a risultare quasi del tutto inefficace (11%). Solo quello prodotto da Pfizer/BioNTech, secondo quanto annunciato dalla stessa casa farmaceutica statunitense e riportato da Science, manterrebbe percentuali di efficacia simili a quelle registrate con altre varianti. I dati di Moderna sarebbero promettenti, ma non ancora pienamente disponibili.

Ed è proprio un’immunità parziale la condizione migliore per l’incubazione di nuove, potenzialmente più pericolose, varianti. In più, in alcuni Paesi africani come Sud Africa, Eswantini, Botswana, Zimbabwe, Malawi, Zambia, Uganda e Kenya la percentuale di adulti positivi al virus dell’HIV, e dunque potenzialmente immunodepressi, si aggira tra il 4,5% e il 27%.

Dunque vaccinare l’Africa (così del resto come altri Paesi come l’India da cui è da poco emersa la variante Delta, B.167.2, che con la sua maggiore trasmissibilità sta rimandando le riaperture del Regno Unito), significa allora prevenire future ondate pandemiche.

Ad oggi però la distribuzione delle vaccinazioni nel mondo rispecchia le disuguaglianze economiche tra Paesi più e meno abbienti. Mentre Paesi come Canada, Israele e Regno Unito hanno vaccinato più del 60% della propria popolazione, a metà giugno in Africa risultano vaccinati meno del 2,3% dei suoi abitanti.

L’obiettivo fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità era di vaccinare il 10% della popolazione africana entro settembre, ma oggi si pensa che quel traguardo sia con ogni probabilità fuori portata.

Solo 7 Paesi, per lo più piccoli, sembrano in linea con l’obiettivo, a patto che tengano l’attuale ritmo di vaccinazioni: le Comore, la Guinea Equatoriale, le Mauritius, il Marocco, le Sao Tome e Principe, le Seychelles e lo Zimbabwe.

Altri 6 potrebbero farcela a condizione che arrivino abbastanza dosi: Eswatini, Ghana, Kenya, Lesotho, Rwanda e Tunisia. Mentre il 90% degli altri Paesi africani resterebbe al di sotto della soglia stabilita, riporta il New York Times.

Secondo il CDC africano (centro di controllo e prevenzione delle malattie) a metà giugno sono state somministrate circa 36 milioni di dosi nel continente, la maggior parte delle quali in Egitto, Etiopia, Sud Africa, Marocco, Nigeria e altre aree del Sahara occidentale. Burundi, Eritrea e Tanzania devono ancora inaugurare le campagne vaccinali, il Ciad e il Togo invece l’hanno fatto da pochi giorni. 12 nazioni rischiano addirittura di veder scadere il 10% delle dosi a loro disposizione.

Le ragioni per cui l’Africa non raggiungerà gli obiettivi di copertura vaccinale prefissati sono diverse. Da un lato c’è senz’altro il nazionalismo vaccinale dei Paesi ricchi, dove è stato somministrato ad oggi l’85% delle dosi mondiali, lasciando solo lo 0,3% ai Paesi a basso reddito. Negli ultimi mesi la scarsità di dosi è stata addirittura aggravata dalla crisi sanitaria dell’India, che tramite l’iniziativa Covax avrebbe dovuto distribuire ai Paesi più bisognosi milioni di dosi. Ora l’autorizzazione del vaccino cinese Sinovac da parte dell’Oms mira a sopperire a questi ritardi. Dall’altro lato c’è l’eccessiva lentezza della campagna vaccinale in Africa: una vaccinazione capillare del resto comporta sfide logistiche e organizzative senza precedenti.

L’Africa avrebbe bisogno di somministrare altre 225 milioni di dosi per arrivare a proteggere il 10% della propria popolazione. La promessa di Joe Biden di far arrivare 500 milioni di dosi dagli Stati Uniti ai Paesi più bisognosi, così come l’impegno dei Paesi del G7 a renderne disponibili 1 miliardo, giunge quindi come una pioggia fresca in tempi di siccità. Ma potrebbe essere tardiva.

Se Stati Uniti, Europa, Regno Unito e Cina riusciranno a mettere in sicurezza la maggior parte dei propri abitanti entro fine del 2021, quest’obiettivo in Africa non sarà in vista prima del 2023.

Mentre si attendono le prime spedizioni, Paesi come Egitto, Sud Africa, Tunisia e Zambia registrano una risalita nella curva dei contagi e alcuni, come l’Uganda, hanno persino reintrodotto misure restrittive come il lockdown.

Già ad aprile, a un summit sui vaccini cui hanno partecipato 40.000 delegati, l’Unione Africana e il CDC africano hanno rilanciato l’iniziativa per una produzione locale dei vaccini, la Partnership for African Vaccine Manufacturing Initiative (AVMI). AVMI era nata già nel 2010 e ora assume un peso ancora più rilevante nel contesto della pandemia da Covid-19.

Ad oggi l’Africa importa il 99% dei vaccini che somministra, mentre ne produce solo l’1%. Ad oggi, riporta l’Oms, ci sono 10 siti produttivi distribuiti in 5 dei 54 Paesi africani (Egitto, Marocco, Senegal, Sud Africa e Tunisia) e per lo più il loro compito è quello di infialare e confezionare il prodotto. Le tecnologie e le competenze per crearlo sono limitate.

Il piano africano allora guarda oltre l’orizzonte di questa pandemia e mira ad arrivare a produrre entro il 2040 il 60% dei vaccini nel continente. Oltre a rafforzare i siti produttivi già esistenti, sono stati identificati 3 Paesi in particolare come potenziali candidati ad accogliere le strutture produttive dei vaccini a mRna: Sud Africa, Senegal e Rwanda. “L’unico modo per assicurare l’equità vaccinale è produrre più vaccini dove ce n’è bisogno” ha dichiarato in aprile Paul Kagame, presidente del Rwanda. “Fintanto che l’Africa rimane dipendente da altre regioni per i vaccini, saremo sempre in fondo alla coda quando c’è scarsa disponibilità”. A inizio maggio il presidente del Rwanda ha annunciato che sta lavorando con le case farmaceutiche per portare il primo sito produttivo di vaccini a mRna in Africa. L’amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, ha confermato di aver incontrato diversi leader africani a riguardo dell’insediamento di una fabbrica Moderna in Africa.

Naturalmente il primo ostacolo da superare per la produzione in loco è quello dei brevetti sulla proprietà intellettuale dei vaccini. In molti credono che quella odierna possa essere una svolta cruciale, “ora o mai più”, per istituire un’industria vaccinale in Africa in vista anche delle future sfide sanitarie del continente.

Ma sarà necessario per il continente africano fornirsi anche di un sistema regolatorio per i medicinali che al momento non c’è, riporta Nature: servirebbe un’Agenzia Africana per i medicinali (l’equivalente di Ema e Fda). Inoltre servirà un notevole sforzo finanziario di investimenti: la African Development Bank ha stimato che la creazione di due piattaforme tecnologiche in grado di produrre 300 milioni di vaccini all’anno costerà almeno 400 milioni di dollari. Occorrerà poi accelerare il trasferimento tecnologico e portare in Africa competenze di alto livello, investendo su università e centri di ricerca e sviluppo sui vaccini.

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