SOCIETÀ

COP30 in Brasile: cosa cambia davvero nella lotta al cambiamento climatico

Due ragazzi dalla pelle brunita, a petto nudo e con i volti segnati da linee rosse e nere escono dalle sale negoziali di corsa e saltano sull’autobus, al riparo dalla pioggia battente. Una donna in tailleur conversa con un’anziana dal viso dipinto e l’abito di foglie intrecciate, mentre i giornalisti inseguono fra la folla i copricapi multicolori — segno inequivocabile di qualche importante capo indigeno da intervistare.

“Cop dell’Amazzonia” non è solo uno slogan evocativo. Belém, dove si sta svolgendo la Trentesima Conferenza mondiale sul clima — COP30, è nel cuore del Brasile settentrionale, nel Pará, dove la foresta pluviale, i fiumi, le comunità indigene e la complessità delle infrastrutture e della geopolitica si intrecciano in modi che spesso restano invisibili al barometro delle negoziazioni internazionali. Mentre la scienza ci dice che tenere il termometro della Terra sotto la soglia di +1,5 °C, come previsto dagli Accordi di Parigi del 2015, è ormai praticamente impossibile, Belém si offre come teatro simbolico e pratico di una conferenza climatica a cui tutti guardano con timore e speranza. La COP30, dal 10 al 21 novembre, si tiene non soltanto nel cosiddetto Sud globale, ma anche all’interno di un contesto amazzonico — una scelta che da sola parla più di molte dichiarazioni ufficiali: un richiamo che mette fisicamente al centro la natura e un altro modo di stare al mondo. La cultura indigena qui è protagonista di fatto, nei 400 leader indigeni presenti ai tavoli politici e nei più di 4.000 presenti alla cosiddetta “Cop dei popoli”.

Lo Stato del Pará, il più pericoloso del Brasile per i difensori dei diritti umani, è esso stesso simbolo di violenza e resistenza, di una terra ferita che ha subito innumerevoli sconfitte ma che, nonostante tutto, non accetta di dichiarare resa. Qui di clima non solo si parla: il clima si vive. In quei 40 gradi all’ombra e il 100% di umidità che ti ricoprono di sudore dall’alba al tramonto, nelle piogge tropicali che colpiscono all’improvviso e gocciolano fin dentro i padiglioni, nei molteplici insetti affamati che attaccano con ferocia e nello scorrere del fiume Guamá, parte del bacino fluviale amazzonico, che abbraccia Belém e tutte le sue contraddizioni. È una città di 1,7 milioni di abitanti e metà vive nelle favelas. Belém è i rifiuti lungo le strade e il profumo della frutta tropicale, le palafitte cadenti a due passi dai grattacieli ultramoderni, il mercato di Ver-o-Peso con le sue spezie e i suoi borseggiatori, le bancarelle infinite di gamberetti rosa, il profumo del pesce fritto e le bacinelle di succo di açaí. Basta prendere una mototaxi per farsi scorrere addosso il brivido della città — e ogni tanto capita che ti porti pure a destinazione.

COP 30 BRASIL AMAZONIA

Volenti o nolenti, il respiro di questa terra entra nelle ossa assieme all’umidità. E anche il padrone di casa, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, pur nelle sue contraddizioni — il Brasile è uno Stato che basa ancora la sua economia in larga parte sul petrolio — ha messo in chiaro fin dal primo giorno il ritmo delle danze: “Questa è la COP della verità” per “una transizione giusta, equa, con ambizione reale, che non lasci indietro nessuno — né i lavoratori, né i popoli della foresta, né le economie del Sud globale”. E ai Paesi assenti perché troppo impegnati a farsi la guerra, ha dichiarato poi Lula, in un messaggio rimbalzato in tutte le agenzie: “Se venissero qui a negoziare forse si renderebbero conto che investire i 1.300 miliardi di dollari necessari a una transizione giusta ed equa conviene anche economicamente, molto di più che buttare 2,7 trilioni l’anno in armi, come è successo l’anno scorso”. È evidente l’allusione agli Stati Uniti — unici assenti assieme a San Marino, Myanmar e Afghanistan, come tengono a sottolineare gli attivisti con un pizzico di ironia. La crisi climatica, insiste Lula, è una questione di giustizia: “Non c’è pace duratura su un pianeta in fiamme”.

Anche la cosiddetta “cover decision” — il documento politico finale che riassume la posizione collettiva della COP e orienta l’azione globale nei prossimi anni — è comparsa sorprendentemente già al terzo giorno dei lavori. Un evento raro, segno di quanto questa COP30 voglia imprimere un’accelerazione storica ai negoziati. La bozza, che propone un impegno condiviso per l’uscita graduale dai combustibili fossili entro il prossimo decennio, sul modello degli Accordi di Parigi, è oggetto di trattative febbrili condotte sotto traccia e seguite in prima persona dalla ministra brasiliana dell’Ambiente, Marina Silva, figura simbolo dei diritti umani e ambientali. La strada è ancora lunga, ma il testo, se approvato, rappresenterebbe un passo avanti decisivo — non solo perché sancirebbe per la prima volta un impegno esplicito sul phase-out dai fossili, ma perché evidenzierebbe passo passo le tappe operative per il raggiungimento degli obiettivi. È presto per cantare vittoria, ma per la prima volta dopo tanti anni gli attivisti rispondono con il sorriso sulle labbra e sui volti stanchi dei negoziatori si legge la scintilla di una speranza concreta: al di là di come andrà a finire, è evidente a tutti che questa sarà una COP storica.

10.10.2025 - Entrevista coletiva sobre a Pre-COP30

Fervono intanto i lavori ai tavoli tecnici e politici: aggiornamento dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, meccanismi di adattamento, finanza climatica, transizione energetica, risarcimento dei danni già in essere. Le piccole isole e i Paesi più vulnerabili — capeggiati da AOSIS (Alliance of Small Island States), l’alleanza dei piccoli Stati insulari — fanno sentire la loro voce più che mai. La portavoce di AOSIS, Anne Rasmussen, originaria di Samoa, nel Pacifico, sintetizza in una frase la loro linea: “Gli 1,5 °C sono la nostra stella polare” — semplice, intransigente. “All’Europa cosa dico? Allineate i NDC — piani nazionali per la riduzione delle emissioni — all’obiettivo dell’1,5, così dimostrate nei fatti che siete con noi”.

Rasmussen si riferisce all’obiettivo di stare entro il grado e mezzo di riscaldamento delle temperature globali, stabilito dagli Accordi di Parigi perché indicato dalla scienza come la soglia massima di sicurezza per evitare conseguenze catastrofiche. Un obiettivo che, secondo gli esperti, è ormai da considerarsi irrealizzabile, perché stando alle politiche attuali la direzione è quella dei +2,8 °C, e già restare entro i +2 °C sarebbe una grandissima vittoria. Ma AOSIS non accetta di spostare l’asticella: “Perso il grado e mezzo? Se è perso, siamo perduti anche noi. Quindi no, non abbasseremo l’ambizione”. Del resto, nella storia recente delle COP, la testarda — e forse disperata — determinazione dei delegati delle isole è stata il faro della giustizia climatica, capace di portare a casa gran parte dei risultati più importanti degli ultimi negoziati.

L’Europa, quest’anno, li spalleggia. Fragile, silenziosa — quest’anno l’Unione Europea non ha nemmeno il suo padiglione, perché tutte le energie ha voluto investirle nei negoziati. Ça va sans dire che il momento storico non aiuta e impone grandissimo equilibrismo e diplomazia, ma forse la strategia di restare sotto traccia permette di dribblare le pressioni forti degli Stati Uniti — assenti solo di facciata — e di molti governi europei che vorrebbero invece puntare al ribasso. Niente grandi annunci per ora, ma un Green Deal consapevole che se vuole resistere deve giocare di strategia.

Divisiva è, come sempre, la questione finanziaria: adattamento, perdite e danni, accesso ai fondi e, soprattutto, come far sì che i Paesi ricchi — quelli che devono pagare — lo facciano effettivamente? È il punto cruciale su cui premono a una sola voce i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, chiedendo fondi per una transizione giusta ed equa e risarcimento per le catastrofi climatiche che già li stanno colpendo — di questi giorni le inondazioni nelle Filippine — e di cui, ribadiscono, loro non hanno responsabilità. “Decidere, promettere e pianificare per noi non basta più”, sottolinea Rasmussen. “Bisogna attuare, implementare, controllare. Perché se le isole affondano, affondiamo tutti”. Per alcuni Paesi, dal risultato di questa COP dipende il diritto di esistere.

Se sia gli Stati latinoamericani sia l’Unione Europea sostengono la spinta di AOSIS, la Cina oscilla e i petrol-Stati frenano apertamente. Secondo Bloomberg, la partita si gioca a blocchi contrapposti: da un lato gli “elettro-Stati”, che puntano tutto sulle rinnovabili e giocano con regole comuni nel mercato del carbonio; dall’altro i petrol-Stati, determinati a evitare qualsiasi discussione sul phase-out — l’uscita definitiva dai combustibili fossili.

Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia, tutte economie a trazione fossile, non vogliono per esempio affrontare la questione dei dazi doganali sulle merci ad alta intensità di carbonio, mentre il blocco di Paesi che comprende UE, Regno Unito, Canada, Francia, Cina, Cile e Messico trarrebbe vantaggi da un sistema di libero scambio basato su standard climatici comuni. Anche questi ultimi non sono scevri da interessi: la Cina, per esempio, guadagna oggi più dall’esportazione di tecnologie verdi (auto elettriche, pannelli solari, batterie) di quanto gli Stati Uniti ricavino dall’export di combustibili fossili. Non sorprende quindi che a Belém, durante la COP30, si siano moltiplicate le auto elettriche cinesi, fornite dai principali produttori del Paese, e che Pechino abbia annunciato di voler superare entro il 2030 la produzione di veicoli elettrici di qualsiasi altra regione del mondo.

CLIMATE SUMMIT LEADERS

La Cina è l’icona delle contraddizioni strutturali della transizione energetica: è al contempo il principale emettitore mondiale e la nazione più avanzata nella costruzione dell’economia verde. Nel 2023 ha installato 333 GW di energia solare, più del resto del mondo messo insieme.
Nonostante sia positivo che la transizione sia diventata economicamente attraente, spingendo industrie e investitori a muoversi verso tecnologie pulite, questa appetibilità porta con sé anche rischi: l’idroelettrico amazzonico e le speculazioni sull’eolico in alcune aree del Sud Italia ne sono esempio. Su una simile linea si pone l’annuncio del ministro della Sicurezza energetica Pichetto: “Belém 4×”, per quadruplicare — rispetto al 2024 — l’uso di “combustibili sostenibili” entro il 2035. Oltre cento scienziati hanno firmato una lettera aperta per avvertire che un’espansione incontrollata dei biocarburanti rischia di aumentare le emissioni, distruggere ecosistemi e aggravare fame e povertà. Se replica dinamiche estrattive e diseguali, la transizione ecologica rischia di trasformarsi in una corsa alla speculazione energetica.

Per questo i leader indigeni e gli attivisti premono per un cambio alla radice del modello esistenziale: è questo il messaggio anche della Flotilla amazzonica, migliaia di rappresentanti dei popoli indigeni arrivati a Belém via acqua da tutto il Sud America. “La Amazon Flotilla è stata uno spazio politico, di incontro e di formazione” racconta Alexis Joel Grefa, del popolo ecuadoriano Kichwa. “Sappiamo che la politica internazionale limita molto lo spazio dei popoli indigeni, così abbiamo voluto unirci per dare un messaggio condiviso. Via fiume, perché l’acqua per noi è vitale. L’acqua è Madre. Abbiamo con lei una connessione profonda e sempre i nostri villaggi si sviluppano vicino all’acqua. I fiumi trascendono le frontiere geopolitiche, l’acqua ci connette. Ecuador, Perù, Colombia: il fiume scorre e così noi popoli indigeni — non ci interessano i confini, siamo tutt’uno come il fiume e insieme resistiamo”.

Sono state più di duecento le imbarcazioni che il 12 novembre si sono unite alla Amazon Flotilla per accompagnarla nell’ultima tappa, fino al centro di Belém. Bandiere e canti, immensi pupazzi di capibara e tartarughe, e l’entusiasmo di chi vede attorno a sé quanto può la forza della squadra. “La Flotilla” continua Alexis “è una flotta di speranza, di sogno. Contro il petrolio, le miniere, la contaminazione dell’acqua, contro ogni forma di sfruttamento”.

Sventolano infatti sugli alberi di maestra delle barche a vela le bandiere della Palestina, mentre quelle della pace decorano le prue e invadono i ponti di coperta. “Siamo uniti nella lotta” è lo slogan che riverbera sul fiume. E il giorno successivo Israele, senza troppa pubblicità, è stato espulso dai negoziati per non aver rispettato gli accordi internazionali.

Che il clima sia ormai una questione di diritti umani ce lo ricordano Gaza e il Sudan, l’Africa e l’Asia divise dalle guerre per l’acqua, l’Europa sempre più timorosa di fronte al ridisegnarsi degli equilibri internazionali e, qui, i leader indigeni — quasi tutti sotto minaccia di morte, molti scampati a innumerevoli attentati. La geopolitica condiziona tutto: guerre, sanzioni, blocchi economici, interessi sulle materie prime influenzano la cooperazione climatica. Al contempo, la strenua difesa del multilateralismo che la COP rappresenta sta a sua volta cercando di influenzare la geopolitica globale.

Un grande esercizio di democrazia, che vive dell’impegno di tutte le parti — politiche e non.
Questa COP30 non è solo un numero tondo — la 30ª — la decima da Parigi, ma un punto di svolta nel cuore biologico del pianeta. In Amazzonia arrivano i big del mondo, ma i protagonisti sono inevitabilmente i territori vulnerabili, le comunità indigene, i giovani attivisti. La posta in gioco non è solo “meno CO₂”, ma “quale mondo vogliamo” e “chi lo decide”.

Se la COP è una partita, Belém ci fa distogliere gli occhi dal tabellone per guardare la foresta, il fiume, le bandiere al vento. Il tempo dell’attesa è finito: è tempo di agire e, come nel calcio, quando la partita è sul filo del rasoio, giocare in casa può fare tutta la differenza.

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