SOCIETÀ

Il fiume con diritti: la lezione Māori di Whanganui

“Ko au te awa, ko te awa ko au” — Io sono il fiume e il fiume è me. 

La scritta capeggia a caratteri cubitali sulla parete di legno della casa della comunità Māori a Whanganui. L’edificio, a due piani, è a picco sul fiume omonimo. All’interno ci sono pagaie di ogni tipo, una grande statua lignea, fotografie ingiallite, immagini di canoe di forme e dimensioni diverse. È qui che incontriamo Ned Tapa, uno dei leader Māori più noti di oggi. È di statura modesta, ma con una muscolatura imponente, i capelli bianchi raccolti sotto una fascia nera e il volto segnato dai moko, i tatuaggi tradizionali che raccontano genealogia e appartenenza.

Sul tavolo fanno capolino modellini di canoe provenienti da tutto il mondo. In cantina invece ci sono scafi veri: canoe da gara ultraleggere e waka antiche che Ned recupera dai negozi vintage o salva da ristoratori pronti a tagliarle a metà per farne tavoli di design. “Questa la volevano segare per farne un portale”, dice accarezzando il legno scuro di una canoa centenaria. “L’ho salvata e riportata a casa. Va restaurata e amata. È un’antenata e ha la sua anima”.

Ko au te awa, ko te awa ko au Io sono il fiume e il fiume è me

La canoa per Ned non è solo una passione sconfinata, è un veicolo di identità. Lui aggiusta chiglie, fabbrica pagaie e naviga con il sole e con le stelle. Conosce gli umori del fiume e le correnti del mare. “Io sono il fiume, il fiume è me”. Non è un’immagine poetica, ma una visione cosmologica in cui essere umano e ambiente sono inseparabili, legati da un dovere morale e giuridico di cura.

Quando un fiume diventa soggetto giuridico

Il fiume sacro a Ned è il Whanganui, uno dei più lunghi e importanti della Nuova Zelanda, Aotearoa in lingua Māori, Grande nuvola bianca. Scorre nel cuore della Paese, tra le foreste antiche e le gole profonde dell’Isola del Nord. Per il popolo Māori, e in particolare per le comunità di Whanganui Iwi che da sempre vivono lungo le sue rive, è un essere vivente, un antenato con cui la loro esistenza è intrecciata attraverso legami spirituali millenari.

Nel 2017, la Nuova Zelanda ha approvato il Te Awa Tupua (Whanganui River Claims Settlement), dichiarando che il fiume Whanganui è un’entità giuridica di per sé stesso. È il primo caso al mondo di un fiume riconosciuto come soggetto legale con personalità autonoma. Il fiume va rispettato non perché bene pubblico utile agli esseri umani, ma per il suo valore intrinseco, e gode di diritti propri. La legge ha istituito la figura di Te Pou Tupua, due rappresentanti, uno nominato dallo Stato e uno dagli iwi locali, incaricati di parlare e agire in nome di Whanganui. Il legislatore ha stabilito che qualsiasi decisione che influisce sul fiume deve tener conto del suo status legale, in quanto il Whanganui è “un insieme indivisibile e vivente che incorpora non solo la sua componente fisica ma anche il suo significato spirituale e metafisico”. Un fondo di 30 milioni di dollari neozelandesi, una dotazione a cui enti e comunità possono accedere presentando progetti dedicati alla salute e al benessere del fiume.

La vittoria di Te Awa Tupua è una pietra miliare a livello globale e una vittoria storica per il riconoscimento dei diritti Māori. Negli anni successivi, anche il Parco Nazionale Te Urewera e il Taranaki Maunga sono stati riconosciuti come entità con personalità giuridica. Tuttavia, nonostante lo sforzo continuo di Ned e di moltissimi altri leader indigeni, che nelle lotte per la giustizia sociale e ambientale sono sempre in prima linea, il clima politico in Nuova Zelanda è molto teso. Le misure del governo attuale sono state criticate da gruppi per i diritti umani e dalle Nazioni Unite, che hanno espresso preoccupazioni sul potenziale indebolimento delle tutele Māori.

Il Trattato di Waitangi e il conflitto politico

Al centro del dibattito c’è il Trattato di Waitangi, firmato nel 1840 tra la Corona britannica e oltre 500 rangatira Māori. È il documento fondativo della Nuova Zelanda moderna. Le differenze tra la versione inglese e quella in lingua Māori - secondo gli attivisti Māori volutamente imprecise per lasciar spazio alla speculazione coloniale - produssero interpretazioni divergenti su sovranità e proprietà, aprendo una ferita che avrebbe segnato oltre un secolo di conflitti. 

Nel 2023 il nuovo governo di coalizione guidato da Christopher Luxon, con il sostegno del leader dell’ACT Party David Seymour, ha annunciato l’intenzione di ridefinire per legge i “principi del Trattato”, sostenendo che desse immeritati privilegi ai Māori e indi la necessità di tornare a un’uguaglianza formale dei diritti senza distinzioni etniche. Per molte organizzazioni Māori e per numerosi giuristi si è trattato di un tentativo di svuotare il significato sostanziale del Waitingi Act, riducendo strumenti di co-governance, rappresentanza e tutela specifica conquistati in decenni di negoziati.

Nel novembre 2024 decine di migliaia di persone hanno partecipato all’Hīkoi mō te Tiriti, una marcia nazionale culminata a Wellington, a cui hanno preso parte leader iwi, attivisti, accademici e cittadini non Māori. La pressione pubblica ha portato allo stop parlamentare del disegno di legge. Una vittoria simbolica, ma anche la prova di quanto l’equilibrio resti fragile. “Stanno smantellando il Trattato di Waitangi”, dice Ned. “Abbiamo lottato per decenni perché lingua e cultura Māori entrassero nelle scuole, perché la salute delle nostre comunità fosse presa sul serio. Ora vogliono tornare indietro e tagliano i fondi per i servizi rivolti alle nostre comunità, soprattutto quelli legati alla salute”, dichiara Ned Tapa.

Ned lavora anche in ospedale come mediatore culturale: “La medicina occidentale è frammentata, discontinua, sconnessa”, spiega “cura il pezzo, non la relazione”. Nella visione Māori la salute è equilibrio tra dimensione fisica, spirituale, familiare e ambientale. Il suo lavoro è tradurre tra due sistemi di sapere. “Non salvi una vita in un giorno. La salvi in un percorso”. Se questa mediazione non esistesse, molti Māori semplicemente non entrerebbero in ospedale. La diffidenza verso le istituzioni sanitarie è frutto di decenni di discriminazioni, incomprensioni linguistiche e mancanza di rispetto per le pratiche tradizionali. Le disuguaglianze sono ancora marcate: l’aspettativa di vita dei Māori, ad oggi il 17% della popolazione neozelandese, è mediamente inferiore di circa sette anni rispetto ai non Māori, con tassi più alti di malattie croniche, povertà e criminalità. Senza figure ponte, il rischio è l’abbandono delle cure, con un’ulteriore marginalizzazione sanitaria e sociale. Allo stesso tempo, la conoscenza medica Māori — che integra dimensione spirituale, alimentazione e legame con la terra - può contribuire a modelli di salute più olistici e avanzati.

Con la moglie Rihi, Ned affianca anche i giovani Māori coinvolti in gang, alcol e droga. Le ferite del colonialismo sono ancora profonde e si riflettono in un disorientamento sempre maggiore nelle fasce giovani, che li porta ad essere facili vittime di percorsi devianti. Per decenni la lingua e la cultura Māori furono scoraggiate e punite nelle scuole, portando a una progressiva disgregazione delle comunità. Molti furono spinti verso le periferie urbane, lontano dalle terre ancestrali. “Persone senza identità”, dice Ned. “Lavapiatti era il massimo a cui si poteva ambire. Noi, che vivevamo di aria e di terra, nelle cucine delle città. Non più pienamente Māori, ma nemmeno parte dell’altra cultura”.

La risposta? Il fiume. “Li porto in canoa dove vivevano i loro antenati. Chiedo il loro cognome e spiego cosa significa. Mostro la strada di casa. Poi scelgono loro se percorrerla, ma almeno sanno di poter tornare”. La canoa diventa pedagogia, ricostruzione di appartenenza.

“In passato siamo morti per cause non nostre sperando che questo bastasse a farci accettare dai bianchi”. Ned indica una fotografia del nonno: “Italia. Monte Cassino”. Il riferimento è alla Battaglia di Monte Cassino, uno degli scontri più duri del fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. I soldati Māori, considerati truppe sacrificabili dall’esercito britannico, combatterono nelle prime linee con straordinario coraggio. “Ci avevano trattati come inferiori per decenni” racconta Ned “ noi, sciocchi, pensavamo che facendoci ammazzare per la Corona avremmo ottenuto rispetto. Ci hanno chiamati eroi. Sulle tombe dei morti”.

Ned torna al suo spirito giocoso e racconta con allegria storie italiane tramandate dai nonni: guerra a parte, gli piacciono gli italiani dice, “perché gli italiani hanno un po’ lo spirito Māori, convivialità, buon cibo…”

Oggi, dice, lo strumento non è più la guerra ma la protesta, la proposta politica, l’affermazione identitaria. Non per separarsi, ma per essere riconosciuti. Senza violenza inutile, senza negare la convivenza. Ma fino a che punto lo Stato moderno è disposto a condividere potere e a riconoscere una pluralità di visioni giuridiche? - si chiede Ned.

La sfida è immensa e per Ned Tapa parte dal suo Whanganui. Dare attuazione concreta ai diritti del fiume significa garantire risorse, governance condivisa ed equilibrio tra agricoltura, infrastrutture, sviluppo urbano e tutela ecosistemica. 

A casa di Ned e Rihi si parla di manaakitanga — cura, rispetto, fiducia. Tra strumenti ancestrali e cibo condiviso nasce l’utopia scherzosa di ‘MAOtalia’: uno Stato immaginario con cosmovisione Māori e convivialità italiana. “Niente dittatori, niente discriminazioni”.

Risaliamo il fiume e Ned si ferma davanti a un alberello moribondo, prende un bastone e colpisce ritmicamente il tronco della pianta: “Così si sveglia” spiega “la nonna lo faceva sempre con gli alberi da frutto un po’ difficili”.
“Funziona?”
“Io ho sempre mangiato ottima frutta”.
Ride. Poi si fa serio: “Ogni volta che nasce un bambino, invece, piantiamo un albero nativo”.

Se ‘MAOtalia’ è il sogno, la parola della realtà è Aroha: amore e responsabilità reciproca. È diritto vissuto. È il senso di Te Awa Tupua: non possedere la natura, ma riconoscersi parte di essa.

Al tramonto le canoe scivolano sul Whanganui. Il fiume scorre e con lui la legge, la memoria silenziosa, la forza eterna, lieve eppur inarrestabile dei popoli Māori.

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