Re-migrazione, termine illogico e parola fuorviante
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Re-migrazione è un termine privo di senso logico. “Re-“ vuol dire rifare un’azione o compierla in direzione contraria, si usa in italiano all'inizio di verbi e di sostantivi (connessi a verbi) per indicare la reiterazione del comportamento o l'inversione. La migrazione è un prolungato cambio di residenza di un individuo o di un gruppo di individui, a livello interno o a livello internazionale; un tale singolo accadimento può non giungere mai durante l’esistenza; oppure, il comportamento si può avviare una volta o più volte, per necessità o per scelta, consequenziale ad altri comportamenti; comunque non è mai una ripetizione, non c’è un meccanismo di retromarcia; il fenomeno che richiama è diacronico e asimmetrico, presuppone almeno due luoghi e almeno due successivi tempi. Il cambio di residenza chiama in causa un insieme complesso di comportamenti, individuali e collettivi, ciascuno mutevole e variabile per grado di capacità e di libertà, taluno anche molto distante nel tempo e nello spazio: non consente una replica immediata, non è un pulsante fisso che si preme e ripreme, non esiste la funzione restart, non è un aggeggio in-off.
Molte specie migratorie degli animali si spostano ciclicamente (per lo più stagionalmente), tornano sempre in ecosistemi diversi che presumono stabili e ogni volta più adatti alla sopravvivenza per quel periodo. Altre specie di animali migrano per riprodursi, ecosistemi di residenza ed ecosistemi di riproduzione non sono gli stessi. Non esiste re-migrazione.
Le piante sono in linea di massima sessili e a migrare in vario modo sono i relativi semi, quindi i luoghi di residenza per una generazione possono essere abbastanza diversi da quelli della o delle generazioni successive. Non esiste re-migrazione.
Nemmeno per gli animali umani, da circa quattro-sei milioni di anni fa a oggi. Individui e gruppi della specie residua del genere Homo risultano, certo, prevalentemente stanziali da qualche migliaio di anni. Si conoscono fughe, deportazioni, esodi, diaspore, uscite, emigrazioni, insediamenti, trasferimenti, ricongiungimenti, ingressi, immigrazioni; la distinzione essenziale è fra movimento forzato e migrazione poco o molto libera; non si conoscono re-migrazioni storicamente determinate.
Per loro (per noi sapiens) è indispensabile distinguere vari differenti fenomeni migratori, almeno i seguenti (verificando pure i gradi di necessità e di libertà): quelli legati alla emigrazione da un precedente luogo di residenza stanziale; quelli eventualmente legati al percorso di spostamento (più o meno obbligato, più o meno accidentato), lungo il quale si può morire (come nel Mediterraneo quasi duemila solo nel 2025, già oltre cinquecento nel 2026); quelli legati all’immigrazione riuscita in un successivo luogo di residenza, da straniero e tendenzialmente da cittadino; quelli emotivi e relazionali per cui in ogni luogo di breve o lunga residenza si sviluppano dinamiche sociali (forse per alcuni individui pure perdita o acquisto di diritti, rimesse di denaro e sentimenti, fili familiari e finanziari, affetti e nostalgie). Chi o cosa dovrebbe e potrebbe remigrare?
Non esiste re-migrazione, non si può reiterare.
Tuttavia, lo sappiamo, con la parola d’ordine re-migrazione dobbiamo ormai fare i conti, è parte del programma di movimenti culturali e politici oggi attivi, assume una valenza in cui la logica conta poco, ancor meno biologia e altre scienze; s’intende delineare un obiettivo da votare per scegliere chi scrive le leggi e condizionare i governi; gli organi d’informazione finiscono ormai per citarla spesso.
Come si decide qual è il luogo di origine verso cui remigrare?
La parola servirebbe a indicare che alcuni di coloro che si trovano qui devono essere obbligati a stare altrove, meglio ancora a tornare nel proprio luogo di origine. Va ribadito: nessuno conosce precisamente bene il luogo di origine di tutti gli individui e gruppi umani, di molti degli attuali registriamo il luogo di nascita e il luogo eventuale di (precedente) residenza. Sappiamo che la maggior parte delle specie umane, compresa la nostra, ha un’antichissima “origine” africana; non ci sono tuttavia un singolo momento e un singolo luogo; occorre comunque adottare una prospettiva evoluzionistica. Sono stati analizzati i Dna di una parte significativa degli attuali conviventi sulla Terra e ognuno di quegli individui ha tracce di progenitori un po’ ovunque, in quasi tutti i continenti fra l’altro; tracce di simile migratorietà sono state trovate anche studiando il Dna antico; chi si è fatto analizzare di recente il proprio (vivente) ha “scoperto” provenienze lontanissime da qui; sulla base della lunga storia evolutiva umana i due principi a cui attenersi dovrebbero essere libertà di migrare e diritto di restare.
Per stabilire un luogo di “origine” individuale bisognerebbe che in una singola nazione si stabilisse in che momento determinarlo, a quante generazioni indietro è corretto andare: gli ultimi arrivati (vedremo oltre i dati reali dei rimpatri 2024 e 2025); i nati fuori dallo stato (fra di loro alcuni per esempio stanno operando in rappresentanza dell’Italia in vari sport); i nati qui (altrettanto); i genitori (altrettanto, l’uno e l’altro); i nonni (quattro); i bisnonni (eccetera); i trisnonni; gli antenati. E si arriva sempre a un antenato comune (la piramide può essere anche rovesciata), ovvero la prospettiva dovrebbe essere antropologica e storica, oltre che evoluzionistica e genetica. Del resto, non sempre l’eventuale luogo di origine era una “patria”, gli stati esistono da poco e l’autoctonia è stata sempre difficile da stabilire (come per le piante e per gli animali “alieni”). Almeno fra gli umani contemporanei, una precedente migrazione fisica deve esserci sempre stata, siamo tutti meticci.
Tuttavia, Hic Rhodus, hic salta (favola di Esopo): facciamo i conti con la parola re-migrazione, usata come sinonimo (fuorviante) di rimpatrio, o respingimento di massa, e connessa, dunque, all’esistenza di patrie nazionali! Poco più di un anno fa, una delle prime figure politiche a utilizzare la parola con enfasi pubblica è stata la candidata cancelliera tedesca dell’Afd che, esponendo alcuni punti programmatici, l’ha considerata un concetto utilmente riassuntivo. Il loro obiettivo sarebbe quello di “chiudere completamente le frontiere, respingere ogni viaggiatore senza documenti, cancellare le prestazioni sociali per i non residenti e procedere a rimpatri su larga scala”. Tutto ciò, ha spiegato, si può appunto chiamare “remigrazione”. Chiudere frontiere riguarda in linea di massima sia persone in entrata, eventuali immigrati, che persone in uscita, eventuali emigranti, le frontiere sarebbero evidentemente quelle europee, marine e terrestri (con il noto problema dei paesi di primo arrivo); del viaggiatore bisognerebbe valutare la cittadinanza europea o tedesca, poi se non ha documenti perché è dovuto fuggire in fretta e chiede asilo; le prestazioni sociali effettuate da un’istituzione pubblica sono ovunque connesse a doveri e diritti dell’individuo che ne ha bisogno e al quale non vengono “donate”; la scala dei rimpatri ha bisogno di norme chiare e precise che giuridicamente non violino i principi fondamentali di sicure vite umane.
Comunque sia, riassumere queste eventuali generiche indicazioni con lo slogan “remigrazione” sembra logicamente né comprensibile né motivabile. Dovrebbero “importare” ed essere prese in considerazione scienze e conoscenze; non siano di fronte a sofismi o sofisticherie. Vero è che, probabilmente, il partito nazionale di estrema destra dell’Alternative für Deutschland non è stato il primo a parlare di remigrazione, è accaduto certo precedentemente in Austria, l’idea circola vagamente da quasi un decennio, anche in Italia (da parte di esponenti di partiti dell’attuale governo, soprattutto della Lega).
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Prendiamo atto che, iniziando prima o poi, vari soggetti hanno adottato la parola nelle proprie manifestazioni pubbliche e nei testi di indirizzo programmatico, coniugandola con la propria dimensione nazionale (mandare via da ciascuna delle relative patrie) e collegandosi a un’onda politica che sta diffondendosi nell’intero mondo cosiddetto occidentale (Europa e Americhe).
Altrettanto probabilmente, non è la prima volta nella storia che la parola è venuta in mente a qualcuno e, comunque, il precedente propagandistico immeditato riguarda il mito di una grande invasione da parte di individui e gruppi provenienti da larga parte del mondo orientale e meridionale (Asia e Africa), diffusosi nella seconda metà del Novecento e inconsistente sulla base dei dati statistici e sociologici.
È da lì che è partita la campagna per i rimpatri forzati, per i quali è evidente che una pur opportuna previsione normativa risolve un numero minimo di casi.
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Diffusi circa un mese fa e relativi al 2025, i dati indicano che si parla di poche migliaia di esseri umani, non decine, non centinaia, non milioni, eppure la polemica è sulle percentuali: “Il raffronto effettuato dal Garante nazionale dei dati sui rimpatri relativi agli anni 2024 e 2025 si riferisce esclusivamente ai rimpatri forzati con scorta su voli charter e su voli commerciali. Per tale specifico segmento della totalità dei rimpatri, si osserva effettivamente una contrazione del numero degli extracomunitari rimpatriati che sono passati da 3.458 nel 2024 a 2.897 nel 2025 (16,22 per cento in meno) … A fronte di tale riduzione va rilevato invece il rilevante aumento (61,70 per cento) dei soggetti rimpatriati senza scorta nel 2025 rispetto al 2024 (1.887 nel 2025 a fronte di 1.167 nel 2024) ... Per quanto attiene infine i rimpatri non forzati (cosiddetti ‘ottemperanti’) si registra anche qui un progresso nel 2025, anno in cui sono stati 1.313 gli extracomunitari irregolari allontanatisi volontariamente in esecuzione di un provvedimento di espulsione, rispetto al 2024, quando invece furono 789: il progresso in questo caso è pari al 66,41 per cento …In sintesi, nel 2025 la Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere ha censito 6.097 rimpatri (2.897 scortati, 1.887 senza scorta e 1.313 ottemperanti). Nel 2024 ne erano stati censiti, sempre in totale, 5.414.”
Remigrazione! In tutto di cinque o sei mila uomini e donne in un intero anno. Si confronti tale consistenza numerica con alcuni aspetti stabili e certi dei fenomeni migratori italiani: gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 5,4 milioni, pari al 9,2% della popolazione, e risulta più ampia la comunità italiana all’estero ufficialmente registrata; in ciascuno degli ultimi anni gli immigrati arrivati a tempo indeterminato nel nostro paese (inferiori a 100mila) sono molto meno degli emigranti partiti a tempo indeterminato dal nostro paese (questi ultimi, per esempio, oltre 155mila nel 2024); pur risiedendo qui da molti anni (e alcuni dalla nascita) le richieste di cittadinanza italiana sospese riguardano centinaia di migliaia di stranieri residenti attivi (per fare un esempio, quelle accolte sono state circa 200mila nel 2024).
Non stiamo assistendo a una pressione rilevante e, anzi, nel saldo demografico la popolazione italiana continua a essere in calo, come noto. Per i bilanci precisi dell’anno precedente occorre ancora attendere; le dinamiche di fondo sono abbastanza stabili; diversificati fattori economici (e di sostenibilità finanziaria o sociale dei servizi) suggerirebbero le opportunità dell’assegnazione della cittadinanza per chi vive e opera stabilmente qui da tempo, dell’apertura di canali legali per chi vorrebbe arrivare e di un forte incremento delle immigrazioni regolari.
Sono state svolte pure prime ricostruzioni linguistiche e filologiche del termine, nei vocabolari apparirà presto. Il “re-“ è un prefisso di derivazione latina adottato da molti ceppi delle lingue europee, la parola remigrazione diventa di moda anche per questa ragione, ci si capisce subito, si fraintende e si fa squadra senza traduzioni: remigration suona più o meno così in tedesco, francese, inglese, italiano. La trovate ormai per i titoli di conferenze e su striscioni, in siti web e raccolte firme, nelle interviste e sui social, nelle chiacchierate al bar e in proposte di legge. Nel nostro paese, nel corso del 2025, sia Accademia della Crusca che Enciclopedia Treccani ne hanno preso atto, pur se segnalano che tende a richiamare brutte cose. La Treccani espone varie citazioni del “neologismo”, valutandolo a gennaio 2025 come “eufemismo”, “obbrobrio”, in qualche modo “una sconfitta etica”. “Quello che, in casi simili, non si dovrebbe neanche riuscire a concepire eticamente, come esseri umani, è la proposta e la messa in atto di pratiche simili e non l’accoglimento della parola”, conclude a settembre 2025 la nota dell’Accademia della Crusca, prima di fare esempi d’uso.
È plausibile pensare che chi fa uso della parola remigrazione come politica da promuovere pensi che ne derivano identità, consenso e voti, fa riferimento a quell’onda di estrema destra di cui pure qui si è spesso parlato. Il termine prescinde da un senso logico.