UNIVERSITÀ E SCUOLA

La riforma dell’università in Italia preoccupa il Parlamento Europeo

Nel termine libertà accademica sono incorporati diversi concetti: la libertà di fare ricerca, quella di insegnare e di studiare, nonché la libertà di espressione dei membri della comunità accademica. A loro volta, queste libertà si reggono su alcuni requisiti che devono essere rispettati, quali l’autonomia istituzionale dell’accademia e la sua capacità di auto-governarsi, le condizioni di lavoro dei membri della comunità accademica, che a loro volta dipendono dalle risorse finanziarie disponibili.

Secondo l’Academic Freedom Monitor 2025, diversi fattori possono mettere a repentaglio la libertà accademica così definita. Ci possono essere le interferenze da parte della politica nazionale o una cattiva gestione manageriale da parte della leadership accademica. I membri stessi della comunità accademica possono limitare la libertà di altri membri (studenti, docenti, staff), ma le limitazioni possono arrivare anche da attori esterni della società, come organizzazioni o associazioni, oppure dal settore privato, specialmente quando instaura un rapporto finanziario con le università. Infine, le interferenze possono arrivare da governi o attori stranieri.

Per mostrare come questi rischi si declinino nel concreto, il rapporto commissionato dal Panel for the future of science and technolgoy del Parlamento Europeo dedica un approfondimento specifico a 4 Paesi: uno di questi è proprio l’Italia.


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I principali campanelli d’allarme che squillano dal nostro Paese, secondo il rapporto, sono i seguenti: “le recenti preoccupazioni in materia di libertà accademica si sono concentrate sulla base di finanziamento pubblico relativamente debole e, sotto alcuni aspetti, precario delle università e della ricerca in Italia, su alcune pratiche di governance legate alle politiche del personale delle istituzioni e sulle condizioni di lavoro generalmente difficili del personale accademico. Inoltre, l’attuale governo nazionale non sembra attribuire priorità all’istruzione superiore e alla scienza”.

Finanziamenti

La madre di tutti i problemi del sistema accademico italiano è quello relativo alla scarsità dei finanziamenti, la cui responsabilità viene esplicitamente ascritta alla politica. “Negli ultimi anni sono emerse preoccupazioni riguardo a forme indirette di interferenza governativa con la libertà accademica in Italia. Tali preoccupazioni riguardano, tra l’altro, il livello dei finanziamenti pubblici destinati all’istruzione superiore e alla ricerca”.

L’Italia infatti rimane fanalino di coda in Europa per l’investimento in ricerca. La percentuale di PIL destinata a ricerca e sviluppo (R&S) in Italia è intorno all’1,4%, un valore significativamente al di sotto della media degli Stati membri dell’Unione Europea (2,2%) e quasi tre volte inferiore a chi investe di più (la Svezia arriva al 3,6%).

“Il livello del finanziamento pubblico di base per l’istruzione superiore e la ricerca è aumentato solo marginalmente, in termini assoluti, negli ultimi due anni”. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha parzialmente compensato questo scarso finanziamento, ma il rubinetto si chiuderà a finire a giugno di quest’anno, e non sono state predisposte adeguate contromisure. Alcune decine di migliaia di giovani ricercatori e ricercatrici a cui scadrà il contratto a tempo determinato saranno espulsi dal sistema.

“Il mondo accademico italiano è inoltre caratterizzato da un peggioramento delle condizioni di lavoro, tra cui retribuzioni del personale non competitive e minacce alla sicurezza dell’impiego. Di conseguenza, la professione accademica risulta meno attrattiva in Italia rispetto alla maggior parte degli altri Stati membri dell’Unione Europea”.


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Riforme

Il governo italiano ha già effettuato una serie di interventi legislativi che hanno modificato per esempio i contratti con cui vengono reclutati i giovani ricercatori, introducendo due nuove forme contrattuali, l’incarico di ricerca e l’incarico di post-doc, che offrono meno tutele rispetto all’inquadramento del contratto di ricerca, considerato però troppo oneroso dagli atenei (a fronte di un mancato aumento di finanziamenti), che per questo l’hanno adottato con parsimonia.

Oltre a questa riforma del preruolo, il ministero di università e ricerca sta lavorando ad altre modifiche da apportare al sistema accademico: tra queste, una riforma del sistema di governance degli atenei e una riforma dell’ANVUR (ossia il sistema di valutazione della ricerca universitaria).

“Vi sono indicazioni che l’attuale governo stia tentando di accrescere il proprio controllo sul settore dell’istruzione superiore e della ricerca, il che potrebbe condurre a forme di interferenza diretta con la libertà accademica” si legge nel rapporto. “Nella riforma universitaria, il governo intende inserire propri rappresentanti in tutti i consigli di amministrazione delle università e introdurre un controllo governativo sull’ANVUR”. È proprio qui che il monitoraggio alza le antenne: “alcuni sostengono che questi elementi della riforma universitaria richiamino la strategia adottata dal governo ungherese per assumere il controllo del settore universitario pubblico. (…) Se la riforma proposta sarà approvata dal Parlamento, potrebbe avere un impatto significativo sulla libertà accademica”.

Autogoverno e concorsi

Oltre all’intervento governativo dall’esterno, il rapporto segnala che “vi sono preoccupazioni anche riguardo allo stato dell’autogoverno nelle università italiane. Ciò è collegato agli sviluppi nelle strutture di governance istituzionale, caratterizzati da una crescente concentrazione del potere decisionale su questioni accademiche – quali la gestione della ricerca e le politiche del personale – nelle mani dei vertici e dei dirigenti delle istituzioni, sia a livello centrale sia a livello decentrato all’interno degli atenei”.

Tra le proposte di riforma da parte del governo però c’è anche quella dei concorsi universitari che sembra andare nella direzione di lasciare maggior potere decisionale alle comunità accademiche locali in materia di selezione del candidato. In questo modo, i problemi di trasparenza spesso emersi in questi contesti potrebbero venire addirittura amplificati.

In conclusione il rapporto rimarca che “l’interferenza politica diretta nella libertà accademica non è stata finora un problema in Italia. Tuttavia, vi sono indicazioni che la riforma universitaria, che si prevede venga approvata dal Parlamento nel 2026, sia finalizzata ad aumentare il controllo del governo sull’istruzione superiore e sul settore della ricerca, con conseguenze potenzialmente significative e negative per la libertà accademica. In questo contesto, ci si può chiedere se la leadership universitaria, insieme alla comunità accademica, possa fermare la riforma e le sue possibili conseguenze per la libertà accademica”. 

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