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Le vaccinazioni di massa nella storia

Il Regno Unito è stato il primo Paese ad aver autorizzato un vaccino contro Covid-19 per un uso diffuso, dopo che l’ente regolatorio britannico lo ha dichiarato efficace e sicuro. Si tratta del farmaco sviluppato da Pfizer-BioNTech, la cui prima dose è stata somministrata l’otto dicembre in una donna dell’Irlanda del Nord. Anche in Italia si parla, per il 2021, di vaccinazioni di massa con un prodotto che sarà distribuito gratuitamente alla popolazione. Il ministro Speranza nei giorni scorsi ha presentato in Parlamento il piano vaccinale nazionale, informando che il nostro Paese ha stretto accordi per circa 200 milioni di dosi di vaccino.

Da circa due secoli ormai i vaccini dimostrano di avere un impatto importante sulla salute umana e i piani di vaccinazione di massa hanno avuto ricadute significative. Dell’argomento abbiamo parlato con Bernardino Fantini, professore emerito di storia della medicina all'università di Ginevra.

Professor Fantini, quali sono state le grandi vaccinazione di massa della storia?

Nella storia della vaccinazione possiamo distinguere tre fasi: la prima comincia alla fine del XVIII secolo con l’introduzione da parte di Edward Jenner di questa pratica, che prende il nome dal vaccino utilizzato contro il vaiolo. Subito dopo, all’inizio dell’Ottocento, in molti Stati europei iniziano campagne di vaccinazione molto estese. C’è poi una seconda fase – che segue la rivoluzione pasteuriana, dunque le scoperte della microbiologia alla fine dell’Ottocento con Luis Pasteur e Robert Koch – in cui cominciano a essere messi a punto altri tipi di vaccini, in particolare contro il virus della rabbia, contro le setticemie, contro la tubercolosi. In questo periodo, dunque, prendono il via campagne mirate per le diverse malattie contagiose. Infine c’è una terza fase, a partire dal termine della seconda guerra mondiale, che utilizza come paradigma le campagne di vaccinazione contro la poliomielite. In questo periodo si sviluppano tutti i vaccini attualmente disponibili, che vengono sistematicamente somministrati dopo la nascita e coprono intere popolazioni.

Prima di Jenner venivano utilizzate – non nell’ambito di campagne di massa, ma come esperimenti isolati – le tecniche cosiddette di variolizzazione che prevedevano l’impiego del “germe” del vaiolo per immunizzare i bambini, ma che non hanno mai avuto grande diffusione perché estremamente pericolose.

Guarda la videointervista allo storico della medicina Bernardino Fantini. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Elisa Speronello

Entrando nel dettaglio, come venivano organizzate queste campagne di vaccinazione di massa?

Nella prima fase, ci sono stati interventi da parte dello Stato che in alcuni Paesi ha reso obbligatoria la vaccinazione soprattutto per alcune categorie di persone, come i militari. Anche durante le campagne di Napoleone, e dagli Stati diretti dalla famiglia di Napoleone, vengono condotte grandi campagne di vaccinazione. In Italia hanno luogo anche nel Sud d’Italia, il Regno delle due Sicilie è una zona in cui i vaccini sono molto diffusi, con dei tecnici specializzati detti appunto vaccinatori e con l’aiuto del clero che permetteva di fare la vaccinazione direttamente nelle chiese, nelle sacrestie. All’epoca la tecnica era molto primitiva e all’inizio la vaccinazione si poteva fare solo da braccio a braccio: si utilizzava il pus di un bambino che era già stato vaccinato e aveva sviluppato la materia purulenta tipica del vaiolo e la si adoperava per vaccinare altri bambini. In seguito sono state utilizzate le mucche, su cui veniva fatto crescere quello che poi sarebbe stato impiegato come vaccino (veniva utilizzato cioè il pus del vaiolo vaccino ndr).

Dopo la rivoluzione pasteuriana, prende piede invece una tecnica più moderna con iniezioni di virus attenuato, come quello della rabbia che veniva preparato a partire dal tessuto nervoso degli animali ammalati e iniettato nelle persone. Non c’era una politica sistematica, ma venivano condotte delle campagne su base volontaria. Successivamente in Francia, hanno luogo campagne contro la tubercolosi con il vaccino BCG nelle scuole e in tutta la popolazione a rischio e quindi si assiste a un impegno dello Stato con strutture apposite per realizzare la vaccinazione.

La terza fase, infine, è caratterizzata dal fatto che il vaccino viene somministrato precocemente, con tecniche che via via sono state migliorate e permettono di utilizzare il trivalente, il tetravalente, di fare cioè più vaccinazioni allo stesso tempo in vari momenti, ma subito nei primi due anni di vita. E questo viene fatto sistematicamente, dunque la vaccinazione diventa un obbligo per tutta la popolazione. Negli ultimi anni ci sono state molte campagne contro la vaccinazione, quindi in molti Paesi questa obbligatorietà è stata ridotta e si ritorna alla base volontaria, come per Covid-19.

A livello internazionale dopo la seconda guerra mondiale, e in particolare dopo l’inizio delle attività dell’Organizzazione mondiale della Sanità, sono state fatte campagne mondiali di vaccinazioni così da immunizzare anche le persone negli Stati in cui il sistema sanitario nazionale era molto carente. Questo ha permesso di ottenere il primo importante risultato e cioè l’eliminazione nel 1979 del vaiolo – una malattia, questa, che uccideva fino al 30% dei bambini nei periodi epidemici –, grazie a una campagna sistematica. Questo successo è estremamente importante nella storia della lotta contro le malattie infettive.   

Quando si scopriva un nuovo vaccino, come si sceglieva quali categorie sociali privilegiare? 

Questo dipende molto dalla malattia per la quale il vaccino è stato elaborato: se si tratta di malattie infantili, ovviamente bisogna vaccinare i bambini il più precocemente possibile. Per alcuni vaccini che possono essere utilizzati come forma terapeutica, invece, come il vaccino BCG contro la tubercolosi o in decenni più recenti il vaccino contro il colera, si preferisce intervenire sulle persone adulte e soprattutto nelle zone a rischio: se si parla di colera, per esempio, nelle zone povere in cui la malattia è presente in maniera endemica.

Oggi, con Covid-19 è molto dibattuta la questione di un’equa distribuzione del vaccino in tutte le nazioni. Nelle vaccinazioni di massa che lei ha citato quali criteri sono stati seguiti?

La campagna mondiale di vaccinazione contro il vaiolo o contro la poliomielite (che sta per essere eradicata in tutto il mondo) è stata lanciata dall’Organizzazione mondiale della Sanità senza carichi per i Paesi, perché si considera che questo sia un obiettivo di interesse mondiale.

In altri casi è stata condotta una vaccinazione a carico delle singole persone, ma questo dipende molto dalla natura dei sistemi sanitari. È chiaro che nelle nazioni in cui esiste un sistema sanitario nazionale come in Inghilterra e in Italia, o anche in parte in Germania e in Francia, la vaccinazione avviene a carico dello Stato, mentre in altri Paesi come gli Stati Uniti, ad esempio, in cui il sistema sanitario è su base assicurativa, tutto è a carico delle assicurazioni per chi ne possiede una.  

Lei prima faceva riferimento a persone che si opponevano, ieri come oggi, alle vaccinazioni. In passato quanto hanno inciso queste posizioni?

Questo dipende molto dai Paesi, e soprattutto è legato ai sistemi politici e all’atteggiamento degli individui nei confronti dello Stato. Si tratta evidentemente, nel caso delle vaccinazioni, di una relazione tra diritti individuali e diritti collettivi. Quindi, negli Stati in cui i diritti individuali sono messi in primo luogo il movimento anti-vax si è sviluppato molto di più. Questo vale in particolare per la Germania, nell’Ottocento, e soprattutto per l’Inghilterra dove nel XIX secolo si è assistito a un fortissimo movimento anti-vaccinale, peraltro paradossalmente guidato da Alfred Wallas che con Darwin è stato lo scopritore della teoria dell’evoluzione. L’opposizione è stata molto elevata, fino a quando ci sono state alcune epidemie molto gravi e anche l’Inghilterra si è decisa a rendere obbligatoria la vaccinazione. Negli Stati come l’Italia, invece, almeno fino a tempi recenti, il senso dello Stato e l’appartenenza alla collettività erano molto sviluppati e non c’è stata mai una grandissima opposizione alla vaccinazione, nemmeno all’inizio nell’Ottocento. Il clero, ad esempio, che aveva molto seguito, era favorevole a questa pratica e la considerava come un dono di Dio, quindi l’opposizione era praticamente inesistente.

L’opposizione vera alle politiche vaccinali avviene solo dopo la cosiddetta “transizione epidemiologica”, come la definiscono gli storici: le malattie infettive cioè perdono sempre più importanza nei Paesi sviluppati, perché a causare la morte delle persone sono le patologie croniche e degenerative. E questo ha portato allo sviluppo di posizioni antivaccinali, dato che si pensava che le malattie infettive fossero meno importanti rispetto ad altre cause di morte.  

Come si collocano i nuovi vaccini, come quello di Pfizer e Moderna, nella storia delle vaccinazioni?

I vaccini proposti, come quello della Pfizer o di Moderna, sono basati su una tecnica rivoluzionaria, che prevede l’impiego di RNA messaggero: in pratica le molecole di RNA vengono impiegate per dire alle cellule cosa fare ed è poi l’organismo stesso a produrre la proteina S che induce la risposta immunitaria. Questo è molto importante, perché per la prima volta non si utilizza una “materia”, ma un “messaggio”: ciò che conta non è la molecola, ma quello che vi è “scritto”. E questa è la prima applicazione pratica della rivoluzione molecolare che considera la vita trasmissione di informazione. Si tratta di un cambiamento totale rispetto anche alla filosofia della biologia tradizionale, che insisteva invece sulla materia, sulla struttura. Ciò che conta ora nella vita, nella malattia e anche nella lotta contro la malattia, è avere l’informazione e trasmettere, controllare l’informazione capace di produrre dei risultati negli organismi viventi.

Prima servivano da tre a cinque anni per sviluppare un vaccino (otto nel caso della poliomielite), quello contro Covid-19 è stato ottenuto in meno di un anno, proprio perché non c’è stato il bisogno di produrre materie, ma si utilizza semplicemente un messaggero che è facilmente manipolabile e quindi sono state saltate molte tappe produttive. È la tecnologia del futuro: l’utilizzazione dell’informazione invece della materia è qualcosa che cambia radicalmente le tecniche di vaccinazione.

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