CULTURA

Meno sconto, più lettura?

In discussione al Parlamento c’è una legge bipartisan sulla promozione della lettura (a firma della deputata del Pd Flavia Piccoli Nardelli, sottoscritta anche da Lega, Fdi e Forza Italia) che sta facendo parlare di sé perché tra i punti previsti c’è il calmieramento degli sconti applicabili alla vendita del libro: il 5% sulla varia e il 15% sulla scolastica. Questo apre una serie di interrogativi, in primis quello del presidente dell’Associazione Italiana Editori, Ricardo Franco Levi, che nel comunicato stampa conferma il giudizio contrario dell’AIE alla proposta perché “nel testo manca un significativo sostegno alla domanda” e la legge “è contraria agli interessi degli italiani e delle famiglie”.

Si rendono necessarie a questo punto una serie di precisazioni: la proposta permetterà agli editori per un mese all’anno in una finestra di tempo stabilita dal Ministero per i beni e le attività culturali di applicare uno sconto fino al 20% e analogamente potranno fare i punti vendita per un  massimo del 15%, in ambedue i casi solo su libri che non siano usciti nei sei mesi precedenti, però. Piccoli Nardelli, che abbiamo raggiunto al telefono, ci spiega che non si tratta di una misura protezionistica ma di una regolamentazione della scontistica che si inserisce in un programma d’incentivo alla lettura molto più ampio.

Sarà in fatti prevista una carta elettronica del valore di 100 euro annui per i nuclei familiari economicamente svantaggiati (ISEE <20.000 euro) da spendere in prodotti dotati di codice ISBN; la legge del dono (nata per gli alimenti e i farmaci) verrà allargata al libro, che quindi eviterà il macero e popolerà le biblioteche; verranno istituiti progetti di avvicinamento alla lettura nelle scuole (che andranno sotto il nome di “Ad alta voce”e che usufruiranno anche delle teche della RAI); annualmente a partire dal 2020 verrà assegnato a una città dal Consiglio dei Ministri il titolo di “capitale italiana del libro” insieme ai relativi finanziamenti, inoltre verrà istituito un albo delle “librerie di qualità”.

Piccoli Nardelli non nasconde, infatti, che queste misure sono prese anche per salvaguardare le librerie indipendenti (economicamente non in grado di sostenere le logiche di distribuzione e di scontistica dei grossi gruppi), che definisce “presidi di democrazia e cultura”. “Negli ultimi cinque anni”, spiega, “sono morte in Italia circa 2000 librerie”, e certo questo non è una buona cosa. In Inghilterra lo sconto libero aveva portato alla chiusura di moltissime librerie indipendenti del Paese (anche se dal 2018 si è assistito a un’inversione di tendenza): è tutto da vedere, però, se è operando sui prezzi che queste ne trarranno un giovamento rimarcabile.

Certo è che permettere al libraio indipendente di vendere allo stesso prezzo della catena o del supermercato fa sì che il lettore non preferisca questi ultimi, o gli store online, per i propri acquisti. Le librerie indipendenti, poi, sono spesso l’unica vera vetrina per la piccola editoria che non ha i requisiti per reggere le richieste della grande distribuzione: salvaguardarle significa mantenere una pluralità di voci.

In un’economia liberista però, viene da chiedersi se questa sia la strada. Per Nardelli si tratta di “lungimiranza” e in effetti va osservata l’anomalia, tutta del Bel Paese, non solo nell’abitudine di scontare il libro, spesso appena uscito (in Germania i libri non si scontano, in Francia al massimo del 5%), ma soprattutto nella struttura e nel meccanismo della filiera editoriale.

In Italia, infatti, la gran parte del guadagno sul prezzo di copertina di un libro va in tasca al distributore (sì, a chi muove fisicamente i colli per strade e autostrade o li stocca in grandissimi magazzini), un trenta per cento è per la libreria e le briciole rimanenti devono coprire tutte le altre spese, compresi i diritti d’autore, di traduzione, l’editing, l’impaginazione, la stampa. ecc. Per non parlare dei costi fissi. Ma se l’editore è anche distributore e libreria ecco che i margini, assolutamente risicati, possono diventare accettabili e ci si può permettere di scontare.

Oltretutto nel nostro Paese i lettori forti (cioè coloro che leggono più di 12 libri all’anno) sono pochi: circa il 13% del 41% degli italiani (questa seconda la percentuale agghiacciante dei nostri connazionali che leggono almeno un libro all’anno) e paradossalmente ogni giorno escono decine e decine di titoli nuovi; questo per un meccanismo perverso che trova la sua origine proprio nella necessità di continuare a far girare soldi: prestiti, anticipi, rese, nella speranza di indovinare, tra i molti titoli, il best seller. È un settore, questo, in cui la gran parte degli attori è mossa in primo luogo dall’amore per ciò che fa, e solo in ultimo dalla remunerazione: non domandatevi nemmeno quanto guadagna un traduttore, un ufficio stampa o un correttore di bozze.


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Ecco che quindi indovinare un titolo, fosse anche di cucina o le barzellette di un calciatore, può permettere di pagare chi ha contribuito alla realizzazione di un libro di nicchia, cólto e che, già si sa, non avrà un grande pubblico, ma che è giusto che veda la luce.

E, in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, anche i due, tre, o cinque euro (quando lo sconto arriva al 25%, ancora accade anche se la legge Levi del 2011 teoricamente lo impedisce) possono invogliare il lettore a comprare di più: non è detto che il lettore forte abbia anche il portafogli forte, anzi.

Non si tratta di inseguire il pubblico, da una parte, o dall’altra di volerlo catechizzare, qui si tratta di trovare una soluzione. Perché viene da domandarsi quanto a lungo si potrà andare avanti così.

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