SCIENZA E RICERCA

La fotografia del primo monitoraggio della fase 2 e le sue criticità

Sabato 16 maggio il ministero della salute e l’Istituto superiore di sanità hanno presentato il monitoraggio relativo alla prima settimana (4 - 10 maggio) di inaugurazione della fase 2. Il monitoraggio consiste nell’applicazione del modello descritto nell’allegato 10 del Dpcm del 26 aprile, che prevede una fitta collaborazione tra Stato e Regioni in termini di raccolta dei dati epidemiologici, comunicazione continuativa e frequente degli stessi e attivazione tempestiva di misure di contenimento laddove necessarie.

Il Dpcm prevede un sistema di monitoraggio che mette insieme dati provenienti da diverse fonti, riassunte in 3 gruppi di indicatori: uno legato alla completezza e alla tempestività del dato; due indicatori sull’evoluzione dell’epidemia e sull’adeguatezza della rete sanitaria (nuovi casi, Rt, focolai, saturazione posti letto); tre indicatori di capacità di risposta (tracciamento dei contatti, personale dedicato, tamponi).

I dati utilizzati dai diversi indicatori sono quelli raccolti dalle regioni, dal ministero della sanità e dall’Istituto superiore di sanità. Gli indicatori possono far accendere una lampadina su una determinata regione. Un aumento dei casi però può dipendere non necessariamente da un aggravamento della situazione epidemiologica, ma semplicemente da un’aumentata capacità di effettuare i tamponi e individuare i casi. Il valore Rt, l’indice di riproduzione del virus, mostra invece la capacità di accelerazione dell’epidemia.

Secondo il rapporto, in 18 regioni la valutazione complessiva del rischio di aumento della trasmissione e del rischio di impatto sui sistemi sanitari è bassa, nonostante in alcune regioni si registri un’incidenza dei contagi maggiore che in altre. In 3 regioni invece questa valutazione del rischio è moderata: queste sono la Lombardia, la regione più colpita in Italia, il Molise, dove è stato registrato un nuovo focolaio pochi giorni fa con circa 70 nuovi infetti, e l’Umbria, dove i tecnici registrano una situazione epidemiologica in evoluzione “per un aumento nel numero di casi ed un Rt >1 seppur in un contesto ancora con una ridotta numerosità di casi segnalati e che pertanto non desta una particolare allerta” si legge.

Alcune regioni però hanno incontrato difficoltà a trasmettere i dati per la redazione di questo documento. In un commento pubblicato sul sito del ministero della salute si legge che “Permangono alcune fragilità nella settimana dal 4 al 10 maggio 2020, per la completezza dei dati in 4 Regioni/PPAA, che tuttavia pur non raggiungendo il valore soglia del 50% della completezza della disponibilità dei dati sulla data dell’inizio sintomi hanno raggiunto almeno il 30% permettendo quindi una valutazione dell’aumento di trasmissione ed attuale impatto di Covid-19 sui servizi assistenziali”.

Abbiamo chiesto a Patrizio Pezzotti, direttore del reparto di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità, a cosa sono dovute queste difficoltà da parte delle regioni?

“Partendo il sistema ha avuto delle difficoltà operative, come può capitare. Non ci sono particolari responsabilità da parte di nessuno, i tempi di risposta richiesti sono stati molto brevi ed interagire con 21 realtà diverse (19 regioni e due province autonome) non è facile. Al contrario, tutti gli operatori coinvolti hanno reagito positivamente e con una forte voglia di collaborare con Iss e Ministero della Salute”.

Come siamo messi dal punto di vista della capacità di monitorare tempestivamente l’andamento dell’epidemia regione per regione?

“Sicuramente sta cambiando rapidamente, le risorse che sono state messe a disposizione in questi giorni anche dal nuovo decreto dovrebbero aiutare i servizi ad avere personale e le regioni a organizzarsi, da questo punto di vista sono ottimista. In ogni caso il monitoraggio può aiutare a limitare la diffusione dell’epidemia solo se ci sono i comportamenti corretti. Se i comportamenti non sono corretti il rischio che ci sia un aumento dei contagi in diverse regioni è verosimile. In realtà io sono preoccupato per quello che potrà accadere nelle prossime settimane, perché se è vero che in molti sono andati in piazza senza le mascherine rischiamo di vedere presto un aumento delle nuove infezioni. L’epidemia purtroppo non è finita ed è un problema se passa un messaggio, anche sui giornali, diverso da questo”.

Il distanziamento sociale e i comportamenti preventivi di ciascun individuo restano dunque, secondo Patrizio Pezzotti, l’arma più affilata per combattere un virus che è destinato a non scomparire ancora per lungo tempo, almeno fino alla comparsa di un vaccino, atteso non prima di 12-18 mesi. Assieme ai comportamenti responsabili della cittadinanza però anche lo Stato e le Regioni devono fare la loro parte.

Nell’allegato 10 del dpcm del 26 aprile, così come nelle linee guide diffuse dall’Oms, tra le condizioni necessarie al passaggio alla fase 2 vi era la dimostrata capacità di monitoraggio epidemiologico. Dal report sul monitoraggio relativo alla prima settimana emerge che queste capacità stanno migliorando, ma che evidentemente non erano pronte prima dell’inizio della fase 2. Non è del tutto chiaro allora sulla base di quali dati il governo, nelle sue valutazioni, parli di rischio calcolato.

Inoltre, ha destato qualche perplessità la scarsa uniformità dei dati che sono stati utilizzati per stilare il rapporto. Come riporta Enrico Bucci, biologo della Temple University di Filadelfia impegnato nella task force per la corretta informazione sul coronavirus messa in piedi dalla Rai, il governo sembra stia andando avanti a fari spenti nelle procedure di monitoraggio dell’epidemia nella fase 2.

Bucci fa riferimento alla nota introduttiva presente nel documento esteso relativo al sistema di sorveglianza nazionale pubblicato il 14 maggio su Epicentro, il sito dell’Iss, dove si legge che “alcune informazioni sono incomplete. In particolare, si segnala, soprattutto nelle Regioni in cui si sta verificando una trasmissione locale sostenuta del virus, la possibilità di un ritardo di alcuni giorni tra il momento della esecuzione del tampone per la diagnosi e la segnalazione sulla piattaforma dedicata”.

In particolare, in riferimento alle stime del valore di Rt per regione, si legge che “per tenere conto dei ritardi nella notifica dei casi, la stima di Rt é stata calcolata alla data del 26 aprile con i dati disponibili in piattaforma al 12 maggio. Dopo il 26 aprile il dato è da considerarsi incompleto”. In altri termini il primo report di monitoraggio della fase 2 che dovrebbe essere relativo alla prima settimana di parziale riaperture fornisce invece dati relativi agli ultimi giorni di lockdown.

Il report inoltre stima il valore di Rt per ciascuna regione senza considerare adeguatamente che il margine di incertezza dovrebbe essere maggiore per le regioni che forniscono meno dati.

Anche il fatto che l’Umbria sia stata collocata tra le regioni a rischio moderato desta qualche perplessità, come sostiene Bucci, in quanto, per ammissione dello stesso rapporto, “quando il numero di casi è molto piccolo, alcune regioni possono andare temporaneamente sopra soglia (Rt>1) a causa di piccoli focolai locali che finiscono per incidere sul totale regionale, senza che questo rappresenti un elemento preoccupante” (nel caso dell’Umbria, l’informazione è disponibile per soli 1398, come riportato nel documento d’appendice del report).

Alla vigilia della fase 2 era già stato fatto notare che la precondizione indispensabile per la riapertura dovesse essere la dimostrata capacità di applicare la cosiddetta politica delle 3T: test, tracciamento e trattamenti.

Riguardo ai trattamenti tutto il mondo naviga sulla stessa barca: sebbene non disponiamo ancora di un farmaco specifico contro il CoVid-19, una maggiore conoscenza della malattia, l’esperienza dei medici nell’individuare precocemente i casi e la sperimentazione di alcune terapie sono elementi che hanno contribuito a migliorare la capacità di contrasto al virus. I buoni risultati ottenuti sono quindi figli di questi progressi, dell’efficacia delle misure restrittive e di distanziamento sociale, non certo di una ridotta aggressività del virus per cui al momento non esistono evidenze in letteratura scientifica.

Per quanto riguarda la capacità di fare test e tracciamento, nonostante la preparedness invocata dall’Oms, alla vigilia della fase 2 era già stato sottolineato come in Italia la disponibilità di tamponi a livello nazionale fosse ancora troppo limitata (non sono disponibili i reagenti per tutti), l’avvio del programma di test sierologici in ritardo e la capacità di tracciamento dei contatti dei positivi, anche tramite app, insufficiente. Il primo report di monitoraggio mostra che la situazione non è ancora risolta.

I tamponi sono gli occhiali che ci permettono di vedere gli spostamenti del virus, di individuare tempestivamente i nuovi focolai e di isolarli. Senza questi dispositivi ci accorgeremo dell’arrivo di una seconda ondata di contagi solo quando gli ospedali torneranno a essere pieni. Se così dovesse accadere dovranno essere ripristinate le misure restrittive. A quel punto la precoce riapertura, che tanto è stata voluta il settore economico-produttivo, diventerebbe la ragione di un danno a quel settore di ben più lunga durata.

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