SOCIETÀ

Concetto Marchesi dalla Resistenza alla Costituzione

Nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 1944, in località Maslianico (Como), un uomo anziano strisciò affannosamente sotto la rete di confine con la Svizzera, in cerca di rifugio. Era Concetto Marchesi, professore universitario e rettore dell’Università di Padova, braccato dalla Polizia tedesca e da quella fascista.

Marchesi era nato a Catania il 1° febbraio 1878 e la fede comunista lo animava fin dalla fanciullezza, quando fu colpito dalle disumane condizioni di lavoro e di vita dei braccianti della campagna catanese. Da adolescente lesse Proudhon, Mazzini e Marx e a 16 anni pubblicò il giornale libertario “Lucifero”. Accusato di istigare all’odio di classe, fu condannato a un mese di reclusione, che al compimento dei 18 anni scontò nel carcere di Catania, dove gli fu inflitto un mese aggiuntivo per aver insultato un secondino. Iscritto a 17 anni al Partito Socialista, aderì al Partito Comunista fin dalla sua fondazione nel 1921, ma non sempre si uniformò alla ferrea disciplina di partito.

Insigne latinista, divenne ordinario di Storia della letteratura latina all’Università di Padova dal 1923. Caduto Mussolini il 25 luglio 1943, Marchesi fu nominato rettore durante i quaranta giorni “badogliani”. Presentò le dimissioni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione militare tedesca, ma queste furono rifiutate da Carlo Alberto Biggini, Ministro dell’educazione nazionale della R.S.I. Decise allora di restare per tentare di difendere l’autonomia dell’Ateneo.

Dopo aver coraggiosamente pronunciato il 9 novembre 1943 il famoso discorso inaugurale del 722° anno accademico, a metà novembre Marchesi entrò in clandestinità e scrisse l’appello agli studenti alla rivolta e all’”ininterrotto combattimento”. Grande fu la eco delle sue parole, ampiamente diffuse dalla stampa clandestina, da Radio Londra e altre Radio alleate. 


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Sentendosi in pericolo, il 29 novembre Marchesi lasciò Padova in treno diretto a Milano. Era munito di una carta d’identità falsa emessa dal Comune di Padova a nome di un immaginario avvocato Antonio Martinelli. Calarsi nei panni di un avvocato non fu difficile per Marchesi, il quale nel 1923, a 45 anni, aveva conseguito a Messina quella seconda laurea in giurisprudenza che fin dal 1907 si era prefissato, con lo scopo di poter svolgere un’attività alternativa con cui campare nel caso di sospensione dall’insegnamento perché schedato come “sovversivo”. 

Marchesi viaggiava con un solo minuscolo bagaglio e un unico vestito, da cui aveva tolto l’etichetta col nome della sartoria per non fornire elementi d’identificazione, e si accingeva ad affrontare le ristrettezze della vita da fuggiasco col poco denaro che aveva con sé. A scortare Marchesi in quel pericoloso viaggio c’era Paride Brunetti, che col nome di battaglia di “Bruno” divenne uno tra i più grandi Comandanti partigiani.

Nato a Gubbio il 15 maggio 1916, Brunetti era tenente d’artiglieria, e nella Campagna di Russia aveva comandato una batteria di cannoni controaerei inquadrata nell’Armata italiana in Russia (ARMIR), che difendeva il settore centrale del fronte lungo il fiume Don. Le fallimentari avventure belliche del fascismo avevano fatto prendere coscienza politica a tanti giovani come Brunetti, che in aprile 1943 era riuscito a riportare a Padova la sua batteria al completo.

L’8 settembre 1943, rimasto l’esercito privo di ordini dopo la fuga del Re e dei vertici militari, Brunetti grazie al suo spirito di iniziativa evitò che il suo reparto fosse fatto prigioniero in caserma a Chiesanuova, alla periferia di Padova, dalle truppe tedesche che stavano rapidamente occupando i centri vitali della città. Entrò in contatto con il professor Adolfo Zamboni (1891-1960), aderente al Partito d’Azione, che guidava il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) di Padova. A fine settembre 1943 Brunetti aveva partecipato come rappresentante militare del Partito Comunista Italiano (P.C.I.) alla prima riunione clandestina di carattere militare del C.L.N. di Padova, tenuta da Zamboni a casa propria. 

Nella notte tra il 29 e il 30 novembre Marchesi giunse con Brunetti alla stazione di Milano, dove fu accolto da Ezio Franceschini (1906-1983), docente universitario alla Cattolica di Milano e a Padova, suo devoto discepolo e attivissimo compagno di lotta. Sapendo di essere ricercato, Marchesi rimase alla macchia a Milano e dintorni per oltre due mesi.

La rete clandestina tra Svizzera e Resistenza

Brunetti tornò a Padova e il 4 dicembre 1943 assunse il comando del primo gruppo armato delle montagne bellunesi, che si era costituito da poco presso la casera “La Spàsema”, sopra Lentiai, col nome di “Distaccamento Boscarin”. Intanto la Platzkommandantur 1004 di Padova, aveva ordinato ai comandi di polizia germanica in Alta Italia di catturare Marchesi con la gravissima accusa di ’”incitamento pubblico alla rivolta armata contro le autorità fasciste e germaniche”, che comportava la pena di morte. Il commissario federale ordinò alle squadre d’azione fasciste di collaborare alla ricerca. Marchesi decise allora di cercare rifugio in Svizzera, passando il confine nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 1944 nella zona tra Maslianico (Como) e Roggiana (Svizzera), “mentre dietro un cane latrava furiosamente”. Il giorno dopo si dichiarò perseguitato politico alla polizia di Bellinzona.

In Svizzera Marchesi, grazie al suo prestigio e alla sua eloquenza, entrò presto in contatto con i principali rappresentanti dei governi britannico e statunitense, che agivano a Berna sotto copertura diplomatica: per gli Americani Allen Dulles, direttore dell’Office of Strategic Services (OSS) in Europa e futuro direttore della CIA dal 1953 al 1961; per i Britannici John McCaffery, capo della Italian Section dello Special Operation Executive (SOE), e Lancelot De Garston, agente del British Directorate of Military Intelligence – Section 9 (MI9), dipartimento del War Office britannico che si occupava del salvataggio dei soldati Alleati che si trovavano dietro le linee nemiche e dell’aiuto ai partigiani. Dai rappresentanti Alleati Marchesi ottenne numerose forniture di armi, munizioni, esplosivi e rifornimenti da paracadutare ai partigiani combattenti. 

Presto si formò un’efficiente organizzazione, denominata “FraMa” (dalle iniziali dei cognomi di Franceschini e di Marchesi), operante tra Padova, Milano e Svizzera, che si occupò, oltre che della complessa organizzazione degli “aviolanci”, anche di intelligence, soccorso ai prigionieri di guerra Alleati evasi e agli Ebrei perseguitati e di collaborazione con la Resistenza Cecoslovacca e quella Jugoslava. Membri importanti della FraMa furono l’industriale padovano Giorgio Diena e sua sorella Wanda, madre del futuro celebre musicista Claudio Scimone, rifugiati in Svizzera per motivi razziali, e le sorelle Martini, particolarmente attive nell’assistenza agli ex prigionieri di guerra, che nel Padovano erano un migliaio.

Il coraggioso espatrio in Svizzera del fuggiasco era stato preceduto, poco prima dell’alba del 7 febbraio (vigilia della festa dell’Università, che ricordava la lotta degli studenti nel 1848 contro i gendarmi austriaci che occupavano la città) da un attentato incendiario al palazzo del Bo, cuore dell’Università di Padova, nella redazione del giornale studentesco che nel 1938 aveva tanto contribuito alla campagna antisemita conclusasi con la cacciata dei circa 200 professori, studenti e tecnici ebrei.

Per Marchesi, Giorgio Diena fu una “Provvidenza”, perché aveva trovato in lui “un impareggiabile collaboratore”. Il 18 marzo 1944 Diena, con documenti falsi, compì la prima delle sue rischiosissime “gite” clandestine a Milano e a Padova. Aveva due missioni: la prima, logistica, di organizzare insieme a Otello Pighin i campi per gli aviolanci. Da maggio a novembre 1944 furono una settantina i campi allestiti in Triveneto, Emilia, Lombardia e Piemonte. La seconda missione, di intelligence, di raccogliere e trasmettere agli Alleati preziose informazioni su entità, dislocazione e spostamenti delle forze tedesche, sugli obiettivi di interesse militare da bombardare e sulle località da preservare. Giorgio Diena e il suo collaboratore Romeo Locatelli, trovati in possesso di messaggi cifrati, furono arrestati il 20 novembre a Milano dai militi della “Muti”. Portato a Bolzano e poi al KZ di Dachau, Diena tornò a Padova ischeletrito. Locatelli invece morì nel KZ di Mauthausen.

Intanto lo sviluppo della formazione comandata da Paride Brunetti continuò in primavera e il 7 giugno 1944 fu costituita la Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, formata da vari battaglioni e comprendente la “Compagnia Churchill”, composta da una decina di ex prigionieri di guerra britannici, che difendeva la via di accesso al comando di brigata a Malga Piètena, sotto le Vette Feltrine. La più notevole azione della “Gramsci” fu il sabotaggio della galleria ferroviaria di Forte Tombion, presso Cismon (Vicenza), in Valsugana, via di comunicazione ferroviaria e stradale con la Germania di vitale importanza, dove erano in corso lavori di fortificazione. 

Purtroppo pochi giorni dopo il feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo del fronte Sud, emanò il bando “Nuove regole contro la guerra partigiana”, che ordinava brutali misure di rappresaglia e assicurava l’impunità agli esecutori. Tra agosto e settembre 1944 si susseguirono i grandi rastrellamenti e massacri nazifascisti in Val Posina, Valle del Biois, Altipiano di Asiago, Valli del Chiampo, d’Alpone, d’Agno e d’Illasi, Monte Grappa.

Dalla Resistenza alla Costituzione

In autunno 1944, quando il C.L.N. formò la lista delle cariche da attribuirsi dopo la Liberazione, Adolfo Zamboni patrocinò la nomina di Marchesi a Prefetto di Padova, ma il 4 dicembre 1944 Concetto Marchesi fu invitato dal governo Bonomi a raggiungere Roma liberata, lasciando la Svizzera insieme a Luigi Einaudi, futuro secondo Presidente della Repubblica. Il viaggio in aereo da Lione avvenne il 10 dicembre.

Le speranze nell’imminente fine della guerra furono deluse dal comunicato radio del 13 novembre del feldmaresciallo Alexander, che informava della sospensione invernale delle operazioni degli eserciti Alleati, che si erano attestati a Forlì, e invitava i Patrioti a ridurre o sospendere le attività. 

L’inverno 1944-45 fu terribile per il C.L.N. padovano e quello regionale veneto, che furono decapitati, soprattutto per opera della famigerata “banda Carità”, il reparto servizi speciali della guardia nazionale repubblicana. Giunto a Padova a inizio novembre 1944 dopo aver imperversato a Firenze, il reparto comandato dal maggiore Mario Carità si insediò a palazzo Giusti in via San Francesco e iniziò a operare alle dirette dipendenze delle SS/SD tedesche. Il primo arrestato eccellente, il 18 novembre, fu proprio Adolfo Zamboni, che da un paio di mesi aveva in parte sostituito Egidio Meneghetti, datosi alla macchia perché ricercato. Il 7 gennaio 1945 a Padova furono catturati i principali membri del C.L.N. regionale, in latitanza, compreso Meneghetti, che dopo le sevizie a palazzo Giusti finì in lager a Bolzano.

L’Università di Padova, che può vantare oltre 800 anni di Patavina libertas, ebbe in Concetto Marchesi un Rettore “di eccezione in tempi difficilissimi”. È merito di uomini come lui se – caso unico in Italia – al labaro dell’ateneo si è aggiunta una medaglia d’oro al valore militare.

Eletto Deputato dell’Assemblea Costituente per il Collegio di Verona il 25 giugno 1946, Marchesi aderì al gruppo parlamentare del P.C.I. e fu uno dei 75 componenti della commissione per la Costituzione. Con Palmiro Togliatti e Nilde Iotti fece parte del gruppo comunista nell’ambito della prima sottocommissione, dove fornì un importante contributo alla stesura della Costituzione della Repubblica Italiana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Marchesi fu poi Deputato della repubblica italiana dall’8 maggio 1948 al 12 febbraio 1957, poco prima della sua morte.

I principi cui Marchesi si ispirò furono esposti nel 1946 nella Relazione sui principii costituzionali riguardanti la cultura e la scuola. Per il grande latinista la rinascita dell’Italia passava innanzitutto dall’istruzione: la scuola doveva essere aperta al popolo, garantire a tutti l’accesso ai gradi più alti dell’educazione secondo capacità e merito e restare una funzione fondamentale dello Stato, chiamato a proteggerne l’unità e a promuoverne lo sviluppo. Allo stesso tempo, Marchesi rivendicava con forza la libertà della cultura, perché solo nella libertà questa può servire davvero l’umanità e la vita civile.

Una visione alta della scuola come strumento di emancipazione collettiva e di unità nazionale, nata dall’esperienza di un Paese uscito distrutto dalla guerra e dalla dittatura: in essa ancora oggi si ritrova l’eredità civile di Concetto Marchesi.

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