Una nuova mappa delle attività di estrazione dei combustibili fossili nell’Artico
In tutto l’Artico, circa 512.306 km² sono occupati da concessioni petrolifere. Si tratta di un’area grande quanto quella della Spagna, il 73% della quale si trova in territori abitati dalle comunità indigene.
Questi sono alcuni dei dati principali che emergono da uno studio pubblicato di recente su PLOS One con la prima firma di Daniele Codato e coordinato da Salvatore Pappalardo e Massimo De Marchi, afferenti al Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale (DICEA) dell’Università di Padova e membri del Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Transizione Giusta dai Combustibili Fossili e del gruppo di ricerca “Cambiamenti Climatici, Territori e Diversità”.
Il lavoro, basato su un set di dati geospaziali relativi a cinque Paesi (USA, Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia) rappresenta il primo atlante geografico completo delle attività petrolifere e del gas nell’Artico. I risultati offrono non solo una geografia dettagliata della diffusione delle attività estrattive, ma mostrano anche le loro sovrapposizioni con le aree ecologicamente sensibili e i territori indigeni.
Numeri da non sottovalutare
Le concessioni petrolifere e del gas nell’Artico occupano un’area totale di 512.306 km², un’estensione simile a quella della Spagna o della Thailandia, pari all’1,93% dell’area di studio. Al suo interno si contano 44.539 pozzi attivi, 39.535 km di condutture e 1,95 milioni di km di linee di monitoraggio sismico. Dalla mappatura emerge inoltre che il 73,3% delle concessioni si trova in territori abitati dalle popolazioni indigene e il 7,5% in aree protette.
“L’Artico ha una superficie immensa, quindi a un primo sguardo certe percentuali di sovrapposizione possono sembrare di poco conto”, spiega Daniele Codato a Il Bo Live. “Tuttavia, se ci focalizziamo su alcune aree specifiche, le situazioni problematiche emergono chiaramente. Il concetto di concessione petrolifera è più ampio di quanto possiamo pensare: uno Stato concede un vasto territorio che viene prima sottoposto a indagini esplorative, per poi delimitare i campi dove estrarre. Di conseguenza, l’impatto in termini di uso del suolo può sembrare inferiore a quello dello sfruttamento agricolo, per esempio, perché una volta individuato il sito specifico, l’attività si concentra lì.
Ma se sommiamo tutte le infrastrutture necessarie, come gli oleodotti, le linee di monitoraggio sismico o i pozzi esplorativi, allora si capisce che non si tratta di un impatto limitato. Senza considerare, inoltre, che l’eventuale rottura di un oleodotto può avere conseguenze su un’area molto più estesa rispetto al sito specifico in cui avviene e l’intera area resta di fatto sotto un controllo territoriale esercitato da una compagnia petrolifera”.
A questo si aggiunge un altro aspetto emerso dallo studio: molte attività estrattive non si sovrappongono direttamente a territori ecologicamente fragili, ma si trovano comunque in prossimità di questi. Stiamo parlando, spiegano gli autori e le autrici, di aree in cui vivono orsi polari, caribù, uccelli artici e altre specie i cui habitat rischiano di venire disturbati. Per restituire questa dimensione, il gruppo di ricerca ha introdotto nello studio anche delle metriche di distanza, calcolando cioè la distanza tra pozzi e oleodotti rispetto ai territori indigeni e alle aree protette anche quando non vi si sovrappongono direttamente.
“Un caso emblematico è quello della Yamalsky Nature Reserve, in Russia”, racconta Codato. “Qui abbiamo individuato la presenza di un oleodotto che non si sovrappone formalmente all'area protetta, ma ci passa praticamente in mezzo, come se i confini dell’area fossero stati ridisegnati appositamente per permetterne il transito. Non possiamo affermarlo con certezza, perché uno dei limiti della nostra analisi è l'impossibilità di ricostruire la sequenza temporale degli eventi per mancanza di dati. È possibile, in teoria, che l'oleodotto esistesse prima della definizione dei confini dell'area protetta, ma è piuttosto improbabile”.
Mappa delle concessioni petrolifere e del gas e delle aree protette nell'Artico. Codato D et al. Unburnable carbon in the rapidly warming Arctic [...]. PLoS One 21(4). Fonte della mappa di base: Global Oceans and Seas del Flanders Marine Institute (2021),
Nello studio si legge inoltre che il 78,91% delle attività estrattive si svolge sulla terraferma, mentre il resto avviene in mare. La Russia ospita la quota più consistente (il 69,15%) delle aree di estrazione artica, con 354.236 km² interessati, seguita da Canada (18,2%), Norvegia (4,85%), Alaska (4,17%) e Groenlandia (3,59%).
Nonostante le dimensioni ridotte dell’Alaska rispetto agli altri Paesi artici, il 3% del suo territorio è occupato da concessioni estrattive, una quota superiore alla media complessiva. Anche qui gli autori evidenziano una delle intersezioni più critiche tra ambienti naturali e attività di estrazione: si tratta del lago Teshekpuk, nel North Slope dell'Alaska settentrionale, un ambiente di straordinaria ricchezza biologica che si trova circondato dalle concessioni petrolifere.
Per quanto riguarda invece le sovrapposizioni con i territori indigeni, i casi più estremi sono quelli della Norvegia e della Groenlandia. Nel primo paese, le attività petrolifere e di estrazione del gas si svolgono esclusivamente in mare aperto, e non si sovrappongono quindi ad alcun territorio indigeno. In Groenlandia, invece, accade l’opposto: la sovrapposizione è del 100%, poiché tutte le terre emerse sono considerate territori indigeni (anche se solo lo 0,39% di queste è oggetto di concessioni estrattive). In Russia, invece, circa il 92% delle attività estrattive si svolge in territori indigeni, per un'area di 285.085 km², paragonabile per estensione a quella dell'Ecuador.
Mappa della densità dei pozzi petroliferi e di gas nella regione artica. Codato D et al. (2026), "Unburnable carbon in the rapidly warming Arctic [...]", PLoS One 21(4).Fonte della mappa di base: Global Oceans and Seas del Flanders Marine Institute (2021)
Quanto e dove si può ancora estrarre? Il concetto di Unburnable Carbon
“Le attività associate all’estrazione e all’utilizzo di combustibili fossili sono responsabili di una quota significativa delle emissioni di gas climalteranti, oggi ritenute la causa principale del riscaldamento globale”, spiega Codato. “Per rispettare gli Accordi di Parigi – che fissano a 1,5 °C il limite massimo di aumento delle temperature medie globali rispetto ai livelli preindustriali – è stato più volte argomentato in ambito scientifico che una quota significativa delle riserve fossili globali vada lasciata nel sottosuolo. Per esempio, uno studio del 2021 stimava che circa il 90% delle riserve di carbone e il 60% di quelle di petrolio e gas dovesse rimanere non estratta.
Da diversi anni, e dal 2015 in particolare, si è cercato di calcolare quanti combustibili fossili si possono bruciare al massimo ogni anno per restare sotto la soglia di 1,5 °C. È in questo senso, quindi, che si è iniziato a parlare di unburnable carbon (o unextractable fossil fuel) per definire la quota di risorse fossili che bisogna evitare di estrarre per rispettare gli obiettivi climatici. Si tratta di un concetto che sposta la responsabilità delle emissioni sull’approvvigionamento delle fonti energetiche fossili, più che sugli utenti finali”.
Ma quali sono le aree specifiche da lasciare intatte? E come fare a individuarle?
“Noi geografi ci concentriamo soprattutto sulla questione del dove”, prosegue Codato. “Cerchiamo, in altre parole, di capire non solo quali siano i luoghi in cui sarebbe meglio evitare di aprire nuove frontiere estrattive, ma anche quali frontiere esistenti chiudere. Per fare questo, bisogna basarsi su delle analisi multicriterio che tengono conto, cioè, delle tante diverse caratteristiche che caratterizzano le aree considerate, tra cui il tasso di biodiversità e la presenza di territori indigeni.
Negli scorsi anni, abbiamo condotto un lavoro di questo tipo in Amazzonia e ora stiamo cercando di fare la stessa cosa con l’Artico. Pur trattandosi, naturalmente, di ambienti molto diversi, queste regioni hanno alcuni aspetti in comune: entrambe subiscono pesanti impatti sia locali sia su larga scala dovuti all’estrazione dei combustibili fossili e producono risorse che vanno principalmente a beneficio dei paesi industrializzati”.
L’Artico rappresenta un’area particolarmente critica perché, come riporta lo studio, sta subendo gli effetti del riscaldamento globale a una velocità quasi quadrupla rispetto alla media globale, Inoltre, le attività estrattive condotte in questa regione sono particolarmente dannose sugli ecosistemi naturali di queste regioni e rischiano di ostacolare le attività di caccia, pesca e allevamento delle comunità indigene.
Il problema è che l’abbondanza di risorse presenti nel sottosuolo artico ha reso questa regione oggetto di crescenti tensioni geopolitiche tra le grandi potenze mondiali. Una situazione che alimenta inoltre il cosiddetto paradosso artico: il meccanismo per cui lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale apre nuove rotte commerciali e rende più accessibili le riserve fossili, la cui estrazione peggiora a sua volta la crisi climatica. Un vero e proprio circolo vizioso, quindi, che finisce per pesare ulteriormente sugli ecosistemi naturali e sulle comunità che li abitano.
Dalla teoria alla pratica. O no?
Nonostante la situazione sia critica, mancano ancora politiche adeguate e una sufficiente sensibilizzazione pubblica sul tema. Nello studio, in particolare, si sottolinea la necessità di un cambio di paradigma nelle politiche artiche, al cui dibattito il Centro Jean Monnet sta cercando di contribuire attivamente. I risultati dei lavori condotti finora sull’Amazzonia e sull’Artico sono stati infatti presentati alla prima conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili a Santa Marta, in Colombia, in un panel dedicato al ruolo dei dati visivi come supporto alle decisioni politiche basate sulla giustizia climatica.
“Noi crediamo che la mappa abbia un’utilità fondamentale come strumento di comunicazione, perché permette di presentare i dati in modo chiaro e diretto, rendendo immediatamente visibili le sovrapposizioni e le distanze territoriali”, spiega Codato. “Tutto quello che possiamo fare, in quanto ricercatori, è informare i decisori politici affinché evitino di aprire nuove concessioni o, se si pianifica una riduzione dell'estrazione, suggerire da dove iniziare: dalle aree con maggiore biodiversità, con alta diversità culturale, o dove i lavoratori sono meno dipendenti dall'industria petrolifera e le alternative energetiche sono più accessibili”.
Codato evidenzia però un problema che rischia di limitare questo tipo di ricerca nel lungo periodo: la scarsa disponibilità di dati pubblici e aggiornati sulle attività estrattive, in particolare per quanto riguarda la Russia. “Noi abbiamo scelto di non ricorrere a database privati”, spiega Codato. “Riteniamo, infatti, che la ricerca debba essere pubblica, aperta e riproducibile. I database internazionali disponibili esistono, ma si basano spesso su dati incompleti o non omogenei. Per questo, rendere accessibili e aggiornati questi dati sarebbe uno dei primi passi che le istituzioni e i governi potrebbero compiere per supportare questo tipo di ricerche”.